Durante il ventennio fascista, le istituzioni psichiatriche vennero utilizzate come strumento di repressione sociale per punire le donne che rifiutavano i modelli patriarcali o manifestavano dissenso politico. Molte cittadine furono etichettate come inferme di mente semplicemente perché giudicate ribelli, irriverenti o non conformi al ruolo di madre sottomessa imposto dal regime. Il caso emblematico di Rosa Cutschera illustra come un gesto di sfida contro una camicia nera potesse trasformarsi in una condanna all'internamento forzato, lontano dalla famiglia e sotto stretta censura. Questa strategia permetteva alla dittatura di neutralizzare le oppositrici senza trasformarle in martiri politiche, derubricando la loro resistenza a mera follia. Complessivamente, centinaia di antifascisti subirono questo destino degradante, perdendo spesso la vita all'interno dei manicomi giudiziari.
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