Citizenfour di Laura Poitras è, senza ombra di dubbio, uno dei documentari più premiati e celebrati degli ultimi anni. Infatti, la pellicola si è guadagnata i riconoscimenti di incontabili gruppi di critici americani, dal New York Circle a Los Angeles, passando per Austin, Boston, Detroit, Kansas, Las Vegas, fino ai Gotham e ovviamente l'Oscar come ciliegina sulla torta come miglior documentario..
Presentato durante il New York Film Festival, a seguire è stata una serie di recensioni entusiastiche. Secondo The Guardian “Citizenfour è un avvincente documento di come i nostri capi siano dipendenti dal guadagnare più potere e controllo su di noi – se glielo lasciamo fare”, mentre per l'Hollywood Reporter, “Qualsiasi sia la posizione di una persona su ciò che Snowden ha fatto, quest'opera rivelatrice è affascinante e provoca dei pensieri”. Altre pubblicazioni che hanno lodato il documentario della Poitras includono indieWIRE, Variety, HitFix, Time Out London, Slant Magazine, Village Voice e tanti altri.
Poitras è stata la seconda scelta di Snowden, infatti si era prima rivolto a Glenn Greenwald giornalista del The Guardian da tempo trasferitosi in Brasile. Incapace di ottenere una conversazione sicura, dovette desistere ma grazie alla regista americana l'incontro avviene.
I tre si riuniscono a Hong Kong, nell'Hotel Mira dove per circa una settimana non fanno altro che parlare. Le domande di Greenwald e le risposte inquietanti di Snowden. Gli enti governativi per la sicurezza nazionale americana, come la NSA e la CIA, dall'11 settembre in poi e grazie al Patriot Act (una legge federale imposta per prevenire ulteriori attentati terroristici che di fatto elimina pressoché totalmente la privacy dei cittadini) hanno intensificato i controlli sulla popolazione americana e non, letteralmente spiano e indagando sulla vita privata di ognuno.
Ogni anno la NSA analizza e intercetta più di 1 milione di conversazioni private e con esse il contenuto di mail, messaggi, dati sensibili legati alla nostra sfera privata come l'agenda, il conto in banca e i movimenti del saldo. Non ha nessun diritto di fare ciò e nessuna ragione, neanche quella di prevenire attacchi terroristici. Va totalmente contro i diritti e le libertà civili eppure non solo nessuno è in grado di fermarlo o provarlo, ma addirittura -e chiaramente-, negano che tutto ciò sia vero.
Snowden, e prima di lui Bradley Manning (oggi Chelsea Manning, sta scontando una pena di 35 anni di reclusione) hanno deciso di opporsi a questo sistema simil Grande Fratello e nonostante siano nel giusto, devono ora pagarne le conseguenze, in galera o in esilio all'estero, trattati come spie e traditori.
Con il ritmo e la suspense di un thriller, viene descritta la cronaca dell’incontro tra la regista Laura Poitras, i giornalisti Glenn Greenwald ed Ewen MacAskill e l’ex tecnico della CIA Edward Snowden, durante il quale Snowden ha reso pubblici documenti altamente riservati che fornivano le prove di una sistematica invasione di privacy operata dall’NSA ai danni dei cittadini e governi di tutto il mondo.
Barbara Walters, Stéphane Haumant, Cullen Hoback, Bill D. Moyers, Amy Goodman, Deborah Norville, Ben Hammersley si erano già occupati di Edward Snowden all’interno dei loro programmi, affermando le loro impressioni su questo giovane informatico statunitense, che aveva sottratto dolenti e sensibili dati governativi e che era stato costretto a scappare altrove con l’accusa di tradimento. Ma solo Citizenfour sta sul pezzo e, a caldo, racconta in presa diretta come Snowden riuscì effettivamente a renderli pubblici, in un’America perduta fra le presunte minacce di terrorismo e le contraddizioni del termine “sicurezza nazionale”. È dagli incontri fra lui, la regista e reporter Laura Poitras e il giornalista Glenn Greenwald (blogger di saloon.com e penna del GUARDIAN) che nasce questo straordinario documentario.
La ricostruzione dei fatti è semplice, ma assomiglia veramente a una spy-story hitchcockiana. Poitras e Greenwald, a partire dal gennaio 2013, cominciano a ricevere delle email cifrate, firmate da qualcuno che si identifica come Citizenfour e che vorrebbe rivelare loro un enorme segreto, in una stanza d’albergo di Hong Kong. La scelta ricade sui due non a caso. La fonte era a conoscenza che la regista, a Berlino, stava realizzando un documentario sugli abusi della sicurezza nazionale americana dopo l’11 settembre e sapeva che il giornalista invece era un attivista dei diritti civili, soprattutto quelli riguardanti la privacy. Raggiunta questa fonte segreta, che si rivela essere Edward Snowden, ex tecnico della Central Intelligence Agency (CIA) e collaboratore della Booz Allen Hamilton (un’azienda di tecnologia informatica consulente della NSA, la National Security Agency), si mettono immediatamente all’ascolto di quella che si rivelerà essere un brutto affare di disagio nazionale, abusi di potere da parte della NSA e sopraffazione, ma che ha come sfondo l’ombra costante della guerra al terrorismo e come oggetto la quotidiana violazione della privacy di ogni cittadino americano e di politici stranieri.
Snowden che porta davanti alla cinepresa documenti che avvalorano le sue accuse al Governo USA, Snowden che spiega le motivazioni di quel furto, Snowden che rivela come è entrato in possesso di ciò che diventa una delle più grandi notizie del 2013-2014, ma che si trasforma anche il Nemico Numero 1 dell’America e del Regno Unito, tanto che di lì a poco il suo nome sarebbe emerso in un discorso degno di nota del capo del MI-6, come servo del terrorismo. Rimbombano ancora le parole dei politici contro di lui: «Tutti noi, tu e io qui stasera, siamo più a rischio di terrorismo e di attacco informatico, grazie a Snowden!». Menzogne. Era solo partita la macchina del fango contro colui che oggi, in tanti, definiscono un eroe, mentre il dubbioso operato del governo americano veniva chiarito dallo stesso una «tranquilla cooperazione con agenzie di intelligence».
Con la paranoia sempre addosso, l’informatico racconta le sue fughe, il suo impegno a tenere duro, a fare da scudo contro le minacce di un Golia troppo barbaro e presuntuoso. Vero combattente, vero resistente, è solo lui il protagonista di questo film lineare e semplice, impegnato e lontano da ogni tentazione di estetismo.
Con la sola missione di rendere pubblico tutto ciò che Snowden ha scoperto, la Poitras dirige un altro interessante documentario, il primo a fruttarle l’Oscar e il premio Pulitzer. Si era già distinta con My Country, My Country (2006, descrivendo la difficile vita degli iracheni sotto l’occupazione Americana) e con The Oath (2010, che ricostruiva la storia di due yemeniti che avevano lavorato per Osama bin Laden), ma con quest’opera raggiunge l’apice della sua filmografia. Coglie i momenti di cruciale nervosismo kafkiano del protagonista (la scena in cui stacca il telefono in hotel mentre stanno parlando, timoroso che possano ascoltare le loro chiamate), ci mostra la segretezza e la tensione drammatica attorno alle interviste a Snowden ed espone numeri e modi in cui le informazioni venivano sottratte dai privati cittadini americani, spiati dal loro stesso governo.
Un grande e semplicemente stupefacente thriller reale (che se non fosse un film sarebbe Tutti gli uomini del Presidente, perché difatti sembra di essere nella redazione del WASHINGTON POST con Bob Woodward e Carl Bernstein) che è anche una difesa piuttosto eloquente della privacy contro una disgustosa attività di incontrollabile sorveglianza.
Cinema e giornalismo all’apice, Laura Poitras è minuziosa, ma il suo Citizenfour non è solo un capolavoro di giornalismo (lei, insieme a Greenwald e MacAskill, ha già vinto il Pulitzer), il lato artistico entra e fa la sua parte, riproducendosi nello stile già visto in The Oath e My Country, My Country: la cinepresa segue il movimento in linea retta, ad altezza uomo, difficilmente guarda dall’alto o da una posizione che metta in risalto una o l'altra parte.
Sottolinea l'umanità dello sguardo e dell’osservato, snobbando i sensazionalismi, Citizenfour è pulito come i vetri dei grattacieli di Hong Kong. Quella di Laura Poitras è una lezione di cinema sopra una di coraggio, quest’ultimo riflesso allo spettatore con le ultime inquadrature a Mosca. Da vedere, assolutamente.
E' un documentario fondamentale quindi, che svela il dietro le quinte di quei giorni incredibili che portarono Snowden ad essere un nome conosciuto in tutto il mondo. Lo fa in un modo molto cinematografico, senza tuttavia utilizzare musiche o riprese particolari. Rimane nell'ambito del cinemà veritè ma riesce a trasmettere in maniera particolarmente efficace la tensione e la drammaticità di alcuni momenti, come la fuga finale da Hong Kong e i tentativi di ottenere asilo in un paese che non permette l'estradizione. Pieno di indignazione, paura, ma anche ammirazione per tutti coloro che vi hanno partecipato, nel tentativo di far uscire Snowden dal Limbo nel quale la Casa Bianca voleva bloccarlo. Un’opera urgente, sapiente e senza precedenti, che in sala non ha avuto una vita facile, ma di sicuro ogni scuola dovrebbe preoccuparsi di adottarlo e proiettarlo in tema alla difesa delle libertà civili.
Come cambieranno le cose ora? Dopo un Oscar, dopo un film arrivato in quasi tutte le nazioni del mondo, tra cui anche quelle spiate? Come cambia il comportamento di tutti noi davanti a fatti simili? Forse non cambierà nulla, forse la NSA continuerà a non ammettere nulla e a colpire i patrioti che ne svelano le magagne ma siamo sicuri che al mondo esisteranno sempre queste persone, come Snowden, pronte a denunciare le violazioni, a non aver paura, anche a costo di perdere tutto. La NSA dovrebbe eliminare il fattore umano per evitare ulteriori whistleblowers, ma non credete che sarebbe più semplice ridimensionare il potere del Patriot Act piuttosto?