Sogni Americani

Sogni Americani

By La McMusaSociety & Culture
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Sogni Americani episodes

  • Macellai

    Quando il potere si nutre dei corpi femminili: dalla guerra di oggi alla letteratura di Joyce Carol Oates



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    11 min
  • Se non fa notizia non esiste

    Torno dal New Mexico distrutta. Ci sono stata un mese per inaugurare il tour dei Book Riders con due prime edizioni che sono andate molto bene ma mi hanno, appunto, sfiancata. Per un semplice motivo: il New Mexico è un posto difficilissimo da comprendere e da far comprendere. Per quanto sia incantevole se non del tutto stupefacente nei suoi immensi paesaggi desertici, non è uno Stato “parlante” come possono esserlo il Texas, la California, persino il New Jersey, Stati la cui narrazione è avvolgente, spesso altisonante, simbolica e immediata. No, il New Mexico è contorto, stratificato, complicato e per nulla intuitivo. Va nella direzione contraria a ciò che pensiamo di trovare negli Stati Uniti, è inafferrabile e crea spaesamento. Non è un caso, infatti, che molte delle persone che sono state in viaggio con me abbiano usato spesso questa parola - spaesamento - per definire come si sentivano a Santa Fe (la capitale) o nei pueblos dei Nativi (ne abbiamo visitati soprattutto due, Taos e Acoma), sugli altopiani dove hanno sede i laboratori nucleari di Los Alamos e così via. Le domande sono state moltissime.

    * Cos’è un pueblo, innanzitutto? Perché non si chiama “riserva”?

    * In che senso questo non è territorio degli Stati Uniti? E allora chi governa qui?

    * Perché solo in New Mexico tutti gli edifici sono fatti in adobe? Quando hanno cominciato a costruirli così e perché non ci sono i grattacieli come in tutto il resto del Paese?

    * Com’è possibile che ci siano tutte queste chiese cattoliche? Ma davvero i Nativi credono in Dio?

    * Sembra di essere in Spagna.

    * Che differenza c’è tra Nativi Pueblo e Nativi Navajo? Pueblo non è il nome dei loro villaggi antichi? Perché i Navajo vivono in condizioni così disperate e i Pueblo no?

    * Se Oppenheimer amava così tanto il New Mexico perché ha deciso di usarlo per far detonare la prima bomba atomica?

    * Quindi i laboratori sono attivi ancora oggi? E cosa ci fanno? Perché nessuno lo sa?

    * Perché queste persone non sono state avvisate delle radiazioni?

    * Qual è la lingua ufficiale qui?

    * Perché ci sono le bandiere degli Stati Uniti nei cimiteri dei veterani nativi? Perché si sono arruolati così numerosi nell’esercito americano, in primo luogo?

    * A chi vanno i soldi della vendita di queste opere d’arte nativa? Non è colonizzazione anche questa?

    Non risponderò qui a queste domande, sia perché ci vorrebbero almeno 87 newsletter come questa sia perché ci ho già provato in altre sedi (vedi sotto). Qui oggi limito a dire solo una cosa: il New Mexico ha una cultura particolare e unica - che si riflette nell’architettura, nella religione, nella letteratura, nella cucina, nella convivenza di linguaggi e usanze diverse, eccetera - perché è sempre stato molto periferico, sia quando si trovava sotto la dominazione messicana (fino al 1848) sia oggi che fa parte degli Stati Uniti. Non è nell’interesse primario di nessuno (lo si vede anche dal mercato editoriale) e questa forma di trascuratezza fa sì che al suo interno si consolidino pratiche e dinamiche che altrove non sarebbero possibili.

    Sembra di vivere nel passato e nel futuro nello stesso istante, attraverso un presente che offre pochi punti di riferimento.

    In New Mexico esistono i più antichi insediamenti umani del Nord America (Acoma Pueblo, lo citavo prima, risale al 1100 circa) e, allo stesso momento, la commistione etnica ha radici talmente profonde che è impossibile non intravedere al suo interno il futuro dell’intero Paese (è uno dei pochi Stati americani in cui una minoranza, quella latina, è diventata maggioritaria rispetto alla componente bianca della popolazione, che si ferma sotto il 50%, nel caso del New Mexico al 43%); è un posto ancestrale e primitivo che proprio per questa sua immanenza fisica invita a una salvaguardia concreta e spirituale del pianeta - la nostra unica speranza di sopravvivenza -, anche in virtù dell’essere stata casa e culla dell’arma di distruzione di massa più potente della storia dell’umanità; woke e maga esistono ma hanno poche casse di risonanza tanto che è impossibile parlare in termini assoluti e polarizzati di tanti dei temi caldi su cui si divide l’opinione pubblica come la supremazia bianca, l’appropriazione culturale, la gentrificazione e la discriminazione. Nonostante siano tutte presenti, in forme più o meno gravi. Spesso, infatti, la mia risposta a tante delle domande riportate sopra è stata: “proviamo a chiedere ai diretti interessati (persone, storie, libri, resoconti), non esiste una sola risposta valida e assoluta”. Un traguardo questo che - ripeto - altrove è impensabile.

    Purtroppo luoghi come il New Mexico (ne esistono diversi altri negli Stati Uniti, magari non hanno l’imponenza di un intero Stato ma ci sono) in questo momento continuano a non essere rilevanti. Parlarne è difficile, poiché obbliga a includere, a stratificare invece che a semplificare, costringe a rimanere con un pugno di domande in mano e poche, insoddisfacenti risposte, soprattutto se non inserite in una doverosa prospettiva storico-culturale. Forse non è del tutto un male, tuttavia, visto cosa è successo fino a oggi grazie a questo tipo speciale di isolamento: si è sviluppata una struttura sociale mista e coriacea che non intende fermarsi e che sarà lì pronta a dare l’esempio quando il resto del Paese finalmente si accorgerà di averne un grande bisogno. Sempre che resista e non venga spazzata via da correnti più forti e violente. Ma oggi mi va di sentirmi ottimista.

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    Non possiamo dire di non averci provato

    Questo tipo di “diversità”, questo tipo di contronarrazione anche, ha trovato molto spazio tra le mie proposte negli ultimi tempi. A volte ho trovato storie che sembravano contenerla tutta in modo molto semplice (un miracolo!), come nel racconto della poeta nativa Luci Tapahonso che ho presentato nell’ultima puntata del podcast Miglia dedicata a Santa Fe; altre volte c’è stato bisogno del respiro di un romanzo come Il falco dello scrittore americano di origini svedesi e argentine Hernan Diaz, uno dei libri più belli che abbia letto di recente, passato prima dal bookclub LIT e poi di mano in mano mentre eravamo in viaggio (non fartelo sfuggire, è veramente bellissimo, non parla specificamente di New Mexico ma è un ottimo esempio di riscrittura dello spazio americano antico e dei suoi protagonisti); altre volte ancora ho dovuto organizzare temi, libri e geografie in modo da sciogliere e isolare i fili della complessità per poi rimetterli insieme con più coscienza come nel mio corso online dedicato al New Mexico, che ti consiglio davvero di cuore di seguire on demand (quindi secondo i tuoi tempi e le tue disponibilità) perché può aprirti orizzonti nuovi e anche consolatori, persino speranzosi. Non è l’America deludente e inquietante che fa notizia oggi, appunto: il mio non è chiaramente un invito alla fuga, ma piuttosto alla consapevolezza dell’insieme, della varietà e della profondità.

    Prossimamente

    * Quando saranno annunciati i prossimi tour dei Book Riders? Come ogni anno, i primi viaggi del 2026 saranno resi noti l’ultima settimana di novembre alle persone iscritte a LIT (a cui è riservato un trattamento speciale come forma di ringraziamento per il sostegno economico che scelgono di dare al mio lavoro) e subito dopo anche qui su Sogni Americani. Ne approfitterei per fare un sondaggio, così da orientare meglio le mie scelte (ma ti chiedo di rispondere soltanto se pensi di partecipare ai Book Riders l’anno prossimo):

    * Ci vediamo online a fine mese per il consueto appuntamento di LIT, il bookclub della McMusa, dedicato a ottobre a un classico moderno di cui abbiamo molto bisogno: Rumore bianco di Don DeLillo (manderò presto la mail con le dritte dell’appuntamento alle persone iscritte e tutte quelle che vogliono iscriversi sono naturalmente le benvenute in ogni momento).

    * Ci vediam…



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    10 min
  • Come aprire il giornale dei prossimi quindici anni: terrificante

    Due sabati fa abbiamo aperto la stagione di questa newsletter con una riflessione sullo stato di salute della narrativa americana contemporanea. Non si risolveva in nulla di promettente.

    Non era la prima volta che affrontavo un tema del genere, né qui né dal vivo, dove mi espongo spesso su quello che ritengo sia un momento critico della capacità di scrittori e scrittrici americane di fare arte, di creare storie che abbiano una certa valenza espressiva, letteraria e formale. Nell’ultima newsletter del 2024 (quella in cui offrivo un esempio in controtendenza, se ti ricordi) scrivevo:

    in generale, le nuove generazioni di scrittori e scrittrici sembrano aver abbandonato la letteratura a favore della lettura: stile piano, sperimentazione assente, linearità ad ogni livello (lessicale, sintattico, temporale, metaletterario), trama seguibile, messaggio esplicito, periodi brevi, intrecci e linguaggi non particolarmente lavorati. A volte varia la lunghezza o si lavora in qualche modo sui punti di vista dei personaggi, ma l’esperienza generale di queste letture risulta, per chi la fa, gradevole quando va bene, a volte banale, il più delle volte ripetitiva. Sembra di leggere sempre la stessa storia.

    Se non ci fosse un contenuto distintivo (dunque niente che riguardi la forma) a sostegno di queste letture - la trama, banalmente, o la rilevanza del messaggio politico - non le ricorderemmo nemmeno: nel profondo smuovono poco o niente.

    In questo insieme di libri finiscono romanzi anche molto acclamati come A quattro zampe di Miranda July o, per rimanere tra le letture del mio bookclub LIT, Mani nella terra di Lee Cole e L’inganno delle buone azioni di Kiley Reid.

    (Se ti vengono in mente degli esempi, condividili nei commenti, mi piace quando queste riflessioni si allargano.)

    Oggi approfondisco e complico un po’ questo discorso con un altro, monumentale, esempio: il secondo romanzo di Stephen Markley, Diluvio, già autore del famoso e molto apprezzato Ohio.

    L’opera di 1300 pagine comprende un lungo periodo storico che va dal 2013 al 2040, l’autore ha cominciato a scriverla nel 2010 e, dopo dodici anni, nel 2022 è stata pubblicata negli Stati Uniti. In Italia è arrivata l’anno scorso, nel 2024. Tutti questi numeri hanno importanza, come puoi immaginare, soprattutto per un motivo: la verosimiglianza storica. Markley, sulla base di quello che il suo Paese aveva “sul tavolo” negli anni dal 2010 al 2022, ha infatti costruito un futuro possibile, finendo per andare molto, molto vicino a ciò che potrebbe accadere davvero o sta già accadendo. Se ci sono due prime conclusioni, infatti, che si possono trarre subito dopo una prima osservazione del libro sono, a mio parere, queste:

    * nessun editore si sobbarcherebbe la fatica di pubblicare un libro di 1300 pagine (difficile, quindi, da vendere a un grande pubblico) se non pensasse di avere tra le mani un’opera significativa e accattivante;

    * Diluvio lo è - significativo e accattivante - nei termini in cui sembra di aprire i giornali dei prossimi quindici anni, se non proprio del presente. Un’esperienza piuttosto cupa.

    Cosa accade, dunque, in queste 1300 pagine? La crisi climatica è arrivata a esprimersi a livelli che sfuggono completamente al controllo umano: incendi, inondazioni, innalzamento del livello dei mari, caldo e piogge fanno centinaia di migliaia di vittime. Molte di queste soltanto negli Stati Uniti dove, a questo scenario apocalittico che si reitera negli anni sempre un po’ peggio, si aggiunge quello politico, caratterizzato da autoritarismi altrettanto fuori controllo, odio sociale, repressione delle rivolte nel sangue, ecoterrorismo e sete di potere delle aziende energetiche. Niente di così lontano, appunto, da ciò che già stiamo vivendo. Non mancano, naturalmente, realtà virtuale e intelligenza artificiale (nonostante sia la prima a prevalere per importanza sulla seconda, una scelta che forse oggi Markley non farebbe).

    A portare avanti la trama ci pensa un folto sistema di personaggi a cui l’autore affida, a ognuno, uno stile particolare del parlato, un punto di vista che varia dal racconto in prima persona alla stesura di un report scientifico, e uno sviluppo esistenziale che non è sempre lineare ma non manca mai di un certo respiro temporale e psicologico. C’è Kate, una donna eccentrica a capo del più importante movimento ambientalista del tempo; c’è Tony, lo scienziato; c’è Ash, il sistemista; c’è Shane, l’ecoterrorista che non lascia tracce; c’è Keeper, un tossico che combatte tutta la vita con la povertà e il tentativo di avere delle ambizioni; c’è il Pastore, un ex attore di Hollywood che arringa le folle ed è pronto a prendere il potere in modo sanguinario e dittatoriale.

    Ci sono tantissime persone e tantissimi eventi ma c’è anche qualcosa che, proprio per questo motivo, già dai primi capitoli si fa rincorrere fino a mancare in modo assordante: la scrittura. A fronte di un intreccio complesso e sfaccettato, reso molto articolato dalle relazioni tra i personaggi, dai salti temporali e dall’abbondanza di descrizioni o digressioni scientifiche/economiche/politiche, lo stile di Markley risulta debole o, meglio, risulta noioso, al minimo grado di personalizzazione e al massimo grado di conformismo. Piatto, guarda caso. A risentirne sono in primis la rotondità dei personaggi (non tutti ma quelli femminili soprattutto), la tenuta della tensione narrativa tra un grande evento e l’altro, l’affaccio della coscienza di chi legge su mondi emotivi universali, profondi, che lavorano dentro anche se magari non sono immediatamente riconoscibili nel testo. Le cose che, in altre parole, fanno altri romanzi monumentali e altrettanto ambiziosi come Guerra e pace, per dire, o Underworld e Infinite Jest, opere che probabilmente costituivano anche un certo orizzonte letterario dell’autore.

    Se non fosse per il contenuto, che tiene agganciati lettori e lettrici per la sua gravità e somiglianza con ciò che potrebbe accaderci domani, la forma di questo romanzo non trainerebbe né la lettura né il ricordo di questa lettura.

    A volte mi chiedo se gli scrittori e le scrittrici americane nelle scuole di scrittura che frequentano (Markley arriva dall’Iowa Writers Workshop, la più rinomata del Paese) discutano di qualcosa che non sia la stretta attualità, elemento imprescindibile per qualsiasi narratore ma anche una falsa amica. Cosa che invece non sarebbero le figure retoriche, ad esempio, pressoché assenti nella narrativa di oggi. O la pura, libera e ardita sperimentazione letteraria. Pratiche più difficili, senz’altro, ma decisamente più coraggiose.

    Diluvio finisce così per diventare, a mio avviso, la prima vittima della paura che racconta.

    Da non perdere

    Lo scorso weekend c’è stata una riunione dal vivo del bookclub LIT (delle persone che sono riuscite a venire, eravamo una quarantina, circa un quarto del totale) ed è stata bellissima. Negli ultimi tempi ho letto molti articoli che evidenziano come i gruppi di lettura o le squadre sportive o i circoli aggregativi in generale aiutino a mettere in atto qualcosa che nel resto della società - soprattutto quella virtuale - si sta erodendo completamente e molto pericolosamente: la capacità di affrontare, gestire e rispettare il disaccordo. Ecco, devo dire che noi abbiamo sperimentato molto bene questa sensazione e ha avuto un effetto balsamico! Discutendo proprio di Diluvio, abbiamo avuto modo di ascoltare opinioni molto discordanti tra loro, renderci disponibili a cambiare idea (una cosa che sembra quasi vergognosa in altri ambienti) e poi andare a mangiare tutti e tutte insieme allo stesso tavolo ridendo e divertendoci molto.

    È stata una boccata d’ossigeno. È stato ricordarci che un’alternativa all’odio che si respira sui social e altrove non solo esiste, ma è persino a portata di mano.

    Tornando invece alla polarizzazione della nostra società e soprattutto di quella statunitense, la puntata di settembre del podcast Miglia racconta una parte dell’attivismo di destra MAGA, quella Black (l’episodio è stat…



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    10 min
  • Come sta la letteratura statunitense?

    Negli Stati Uniti è in corso un dibattito sullo stato di salute della literary fiction, quella che noi in Italia chiamiamo semplicemente narrativa (o narrativa letteraria), ovvero quell’insieme di opere non di genere (quindi non romanzi western, horror e così via, men che meno saggistica naturalmente) che usano la scrittura per misurarsi con temi dell’esistenza umana e del presente, e creano personaggi, intrecci e forme che tendono a un ideale artistico. O, almeno, a quello che l’arte dovrebbe suscitare, spesso in contrapposizione a un proposito soltanto commerciale (le due cose non sono sempre così separate, spesso si mischiano e si confondono in termini di conoscenza, introspezione e intrattenimento, ma ci siamo capiti).

    Il dibattito parte da una considerazione che potremmo fare anche nostra, secondo me: negli ultimi vent’anni la percentuale di libri di un certo rilievo letterario è drasticamente diminuita. Sia in termini di vendite (quindi di quantità) che in termini di qualità: i libri che vengono letti di più e dominano tanto le classifiche quanto gli scaffali delle librerie sono a) sempre gli stessi o degli stessi autori/autrici, b) di genere (horror, fantasy, poliziesco, rosa, storico-complottistico, fantascientifico, erotico ecc.), c) ripetitivi se non del tutto prevedibili nel modo in cui viene costruita e presentata la trama, forse potremmo dire: rassicuranti e poco sperimentali.

    Questa considerazione, oltre che essere frutto di un’analisi del mercato editoriale odierno, prende le mosse anche dall’osservazione di alcuni dati del passato: fino agli anni Novanta era consuetudine che in cima alle classifiche di narrativa americana, la literary fiction ci arrivasse eccome e ci rimanesse anche per diverso tempo. Capitava con autori e autrici del calibro di Philip Roth, Truman Capote, Vladimir Nabokov, Toni Morrison, persino alcuni critici come Susan Sontag e Edmund Wilson, e con opere che non erano immediatamente “godibili” in termini di intrattenimento ma, al contrario, presentavano diverse complessità di forma, contenuto e messaggio.

    Che cosa è successo negli ultimi decenni, dunque? Come mai oggi negli Stati Uniti il “romanzo” non ha più lo stesso valore né la stessa funzione che aveva qualche decennio fa?

    La risposta tiene insieme diversi fattori, che provo a riportare qui sotto il più comprensibilmente possibile:

    * prima Internet e poi i social network hanno accorciato la soglia dell’attenzione e per il pubblico è molto più difficile di una volta dedicarsi completamente a una sola attività, per molto tempo, in solitudine, a maggior ragione se questa non presenta nessuno strappo o escamotage formale che tenga desta la concentrazione di chi legge (ho letto articoli piuttosto allarmanti che raccontano come persino nelle università americane della Ivy League i ragazzi e le ragazze non riescano più a leggere un libro per intero durante i corsi di Inglese o altre letterature);

    * a differenza dell’era pre-digitale, non è più alla letteratura che ci si affida per trovare una chiave di interpretazione della realtà o anche una semplice rappresentazione complessa di essa: gli ultimi vent’anni sono stati l’era delle serie tv e questo fenomeno ha coinvolto certamente l’audience ma in primis la parte autoriale. È probabile, infatti, che nelle file degli autori e delle autrici degli show per la tv siano state impiegate alcune delle migliori penne del nostro presente;

    * per tutto il Novecento negli Stati Uniti vigeva una consuetudine molto interessante: i magazine e i giornali di ogni tipo ingaggiavano scrittori e scrittrici affinché producessero un racconto, un reportage o un estratto da presentare al pubblico, proponendosi quindi come luogo di sperimentazione, di dibattito e di - chiamiamola - palestra pubblica dove creare cultura. Alzando così l’asticella: più gli scrittori e le scrittrici erano in gamba, più il magazine ne veniva influenzato positivamente, e viceversa. Lo faceva Playboy così come il New Yorker, dando vita a un circolo virtuoso che è stato per lungo tempo una delle cose migliori del mondo editoriale statunitense. Solo che a un certo punto (il punto di Internet, di base) la forza dei magazine è diminuita considerevolmente, sia come punti di riferimento dell’informazione e della divulgazione pubblica che come fonte di guadagno per gli autori e le autrici coinvolte. Oggi, non solo i magazine non hanno più i soldi per contenuti del genere, ma spesso non esistono proprio più i magazine stessi. Ne sono rimasti troppo pochi affinché questo circolo possa dirsi ancora virtuoso. Al loro posto sono proliferate le scuole di scrittura creativa che, tuttavia, non risultano altrettanto libere e sperimentali: al loro interno si tende a insegnare un modello di scrittura piuttosto che dare gli strumenti per sperimentare con quelli esistenti e crearne di nuovi, che siano anche contraddittori o poco vendibili. Questo soprattutto perché è il clima culturale generale del Paese ad essere molto cambiato. E qui arriviamo al tasto a mio avviso più dolente.

    * A fronte dell’impoverimento generale illustrato fin qui c’è stato un arricchimento, che tuttavia non sembra aver giovato alla qualità della narrativa letteraria americana contemporanea. La rivoluzione culturale degli ultimi vent’anni ha forzato le porte del mercato editoriale per farci entrare voci, penne e storie che prima ne venivano escluse (evivaiddio!): donne, minoranze etniche, comunità queer eccetera. Come sappiamo, però, tale rivoluzione è arrivata insieme ad alcuni imperativi che portano la scrittura esattamente nella direzione contraria alla sperimentazione letteraria e alla ricerca espressiva, gli imperativi che oggi si definiscono woke. È diventato più importante scrivere e pubblicare storie “giuste” piuttosto che creare storie disturbanti (c’è unanimità nel dire che un capolavoro come American Psycho di Bret Easton Ellis oggi non sarebbe stato dato alle stampe), difficili, scomode, qualitativamente alte ma “sbagliate” perché sono considerati sbagliati i contenuti al loro interno.

    Bisogna essere capite e apprezzati dal proprio pubblico (che molto spesso negli Stati Uniti coincide con quello cosiddetto liberal), più e prima che essere liberi, in contraddizione, sfrontate. Questa dittatura del conformismo tipica del nostro tempo fa sì che oggi, leggendo molta letteratura statunitense contemporanea, anche di diversa provenienza sociale, geografica o esistenziale, sembra di leggere sempre la stessa storia e di provare sempre le stesse emozioni.

    Male.

    If the social pressures right around you are powerful, you’re going to write for the coterie of people who consciously or unconsciously enforce them, and of course, your writing will be small and just like everyone else’s. If you write in fear of social exile, your villains will suck. You’ll assign them a few one-dimensional malevolences, but you won’t make them compelling and, in their dark way, seductive.

    Un articolo che contiene molte delle osservazioni riportate sopra e che puoi leggere come riferimento è quello di David Brooks uscito lo scorso luglio sul New York Times. Ho tratto da lì la citazione che leggi qui sopra. Il pezzo ha destato molte reazioni vivaci di cui alcune negative: la più interessante è stata quella della scrittrice Ann Patchett che ha risposto con questo video. Prova a dargli un’occhiata.

    Ora, per tornare a noi, ti dico cosa penso io a questo punto, cercando di trarre una conclusione che vuole anche rispondere a un prolungato e abbondante senso di frustrazione provato da me medesima negli ultimi anni leggendo tanti libri americani freschi di stampa: è vero, sembra di leggere sempre la stessa storia, spesso con gli stessi ingredienti formali e di contenuto. Ed è vero: la letterarietà di molta narrativa americana (non tutta, naturalmente, ma abbastanza da rilevare una tendenza) sta annaspando, nonostante - come ci mostra Ann Patchett - non manchino bei libri usciti negli ultimi anni da autori e autrici sotto i 65 anni.

    Ciò che a mio avviso ma…



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  • Il delivery delle emozioni

    Questa newsletter non comincia oggi: è iniziata a settembre dell’anno scorso con un viaggio - il primo, che avevo definitivo bellissimo - tra le pagine di una graphic novel intitolata Seek You, che analizzava e raccontava attraverso diversi punti di vista quella che oggi viene identificata come la più grave epidemia americana: la solitudine. Alle lettrici e ai lettori di Sogni Americani quel viaggio era piaciuto molto (è stata la quarta newsletter più gradita di sempre): se non hai avuto modo di leggerla o la vuoi riprendere eccola qui sotto.

    Oggi porto avanti questo viaggio per due motivi: da un lato credo che riguardi anche noi e che possa farci riflettere su abitudini e dinamiche che coinvolgono la società occidentale in genere; dall’altro sono fortemente convinta che possa aiutare a capire come mai molte persone abbiano perso così tanto contatto con l’altro da desiderare e votare il caos proposto da Donald Trump. Oggi, tuttavia, non viaggiamo in un’opera di fiction, bensì in un articolo di taglio saggistico uscito sull’Atlantic lo scorso febbraio: l’ha scritto un giornalista di nome Derek Thompson e si intitola The Anti-Social Century.

    Americans are now spending more time alone than ever. It’s changing our personalities, our politics, and even our relationship to reality.

    Lo spazio della solitudine è la casa, ma per capirlo meglio Thompson parte dal ristorante, uno dei luoghi sociali per eccellenza, oggi in via di grande cambiamento: frequentandone diversi, il giornalista nota che il personale è molto indaffarato, ma nel locale di norma c’è pochissima gente se non proprio nessuno. Il bancone, spazio americano da sempre sinonimo di incontri e chiacchiere anche tra sconosciuti, è sovraffollato ma non di persone bensì di buste, scatole e confezioni pronte per essere ritirate o consegnate. Ed ecco da dove parte questo viaggio, allora: dai dati che raccontano il significativo svuotamento dei luoghi di ristoro a favore dell’incremento del delivery o del take away (il 30% negli ultimi 20 anni). Un fenomeno che nel pezzo viene chiamato “dinamica isolazionista”: non si esce di casa per stare in un altrove condiviso, ma - al contrario - si esce di casa per tornarvici con ciò di cui si ha bisogno. E, spesso, da casa non si esce proprio: qualcuno il cibo te lo consegna direttamente sul divano.

    Questo vale anche per tutto il resto: dai libri allo shopping all’intrattenimento (la stessa analisi fatta per i ristoranti è stata fatta anche per il cinema, naturalmente, con numeri ancora più estremi) a - ed è questa la parte forse più interessante della faccenda - le emozioni. “Il vero problema di questa dinamica, la natura della crisi sociale degli Stati Uniti”, scrive Thompson, “è che la maggior parte degli Americani sembra non reagire alla spinta biologica di trascorrere più tempo con altre persone”. Perché sì: vivere in solitudine fa sentire sole le persone. Ma per combattere quel sentimento di loneliness (negativo e spesso precursore di stati d’animo peggiori, come la depressione) oggi gli Americani - e probabilmente anche noi - non reagiscono più da animali sociali quali sono alzandosi dal divano e cercando compagnia fuori di casa (in realtà che possono andare dal volontariato allo sport, dalla parrocchia al cineforum, dal coworking alla cena con i vecchi compagni di scuola), ma compiono un’operazione diversa, che conosciamo benissimo anche se magari non le abbiamo mai dato questa forma: rendono affollata la solitudine. Cercano una compensazione emotiva al proprio isolamento attraverso un contatto illusorio, quello fornito dalla tecnologia e dalle piazze digitali. Per frequentare le quali non è necessario alzarsi dal divano e incontrare persone vere, anzi.

    Prendersela con la modernità tecnologica è spesso un passo falso, ma Thompson affronta il tema con intelligenza, a mio avviso, focalizzandosi su alcune dinamiche molto precise e restringendo il campo a una cosa nello specifico: la mezza distanza. I social e gli smartphone ci mettono in contatto con moltissime persone, la maggior parte delle quali - per come funzionano gli algoritmi - è molto simile a noi. Se questo contatto da un lato ci affatica perché abbiamo la sensazione che online stia sempre accadendo qualcosa di imperdibile, dall’altro ci consola perché quando accediamo a queste piazze digitali troviamo consenso, rappresentazione, conferme. Ci sentiamo parte di qualcosa, ci sentiamo di “appartenere” in un modo che nella realtà non potrebbe mai accadere: nella realtà non incontreremmo mai soltanto persone simili a noi e dunque dovremmo mediare. Soprattutto nei contesti della mezza distanza, quelli che ho messo prima tra parentesi, a cui aggiungo il banalissimo vicinato (the village teaches us tolerance: il villaggio ci insegna la tolleranza, è scritto nel pezzo). Un’operazione - la mediazione dal vivo - il cui solo pensiero in questo momento ci trasmette ancora più fatica se non proprio esasperazione: le persone che la pensano diversamente da noi, infatti, sono diventate così inafferrabili, diverse e inavvicinabili che le percepiamo come nemiche, appartenenti a un altro pianeta, aliene.

    Con conseguenze sociali e politiche che non si fermano più alla faziosità e allo spaccamento del Paese in due (torno a riferirmo agli Stati Uniti anche se, come avrai notato, prima mi è venuto spontaneo parlare alla seconda persona plurale, noi): l’erosione del terreno comune, il disconoscimento della mezza distanza si è estremizzato a tal punto che per essere affrontato - non siamo più capaci di farlo con i mezzi di una volta, dalla dialettica alla gestione dei propri impulsi peggiori - ha bisogno del caos. Ha bisogno della rottura violenta. Ed ecco Trump.

    A vote for destruction is a politics of last resort—a way to leave one’s mark on a world where collective progress, or collective support of any kind, feels impossible.

    Citando uno psicologo e ricercatore dell’Università di Chicago specializzato in Intelligenza Artificiale, Thompson scrive:

    «La parte più inquietante, naturalmente, è che imparare a interagire con esseri umani reali, capaci di dissentire da te e di deluderti» è essenziale per vivere nel mondo, ha affermato Epley. Credo che abbia ragione. Ma Epley è nato negli anni Settanta. Io sono nato negli anni Ottanta. Le persone nate negli anni Dieci o Venti del Duemila potrebbero non condividere la nostra convinzione sull’insostituibilità degli amici “veramente umani”. Queste generazioni potrebbero scoprire che ciò che desiderano maggiormente dalle proprie relazioni non è un insieme di persone — che potrebbero metterle in discussione — bensì un insieme di sensazioni: empatia, umorismo, conferma. E forse scopriranno che tali emozioni possono essere generate in modo più affidabile dal silicio che dalle forme di vita a base di carbonio.

    Sapendo di averti dato da riflettere - questi temi possono sembrarci già superati mentre in realtà ne stiamo vivendo le più drastiche conseguenze - ti rimando al pezzo integrale, che include anche un’incoraggiante proposta di imitazione degli Amish (in breve: potremmo selezionare solo la tecnologia che serve all’intera comunità a lungo termine) e una dettagliata riflessione sulla solitudine nel mondo maschile americano. Un argomento che ho toccato sotto altri aspetti anch’io nell’ultima puntata di Miglia, emotivamente significativa.

    C’è anche una confutazione di questa teoria, se può interessarti. E qui, inoltre, grafici e numeri, per capire ancora meglio la portata e l’orientamento di questa epidemia, soprattutto tra gli Americani e le Americane più giovani.

    Per alleggerirti, infine, c’è la sezione degli appuntamenti. Grazie :)

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    Appuntamenti

    * Dal 16 giugno al 31 luglio, tutte le persone iscritte alla membership hanno la possibilità di usare dei coupon esclusivi sui siti di Feltrinelli, Ibs e Libraccio per l’acquisto di libri e altri materiali d’intratten…



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    11 min
  • Un giorno tutti diranno di essere stati contro

    Perché siamo noi i cattivi della storia. La manipoliamo.

    Il 4 giugno è uscito in Italia per Feltrinelli il saggio di Omar El Akkad, scrittore di origine egiziana naturalizzato canadese e residente da molti anni negli Stati Uniti, dedicato a noi che da ottobre 2023 siamo incapaci di fermare il genocidio dei Palestinesi, che sia perché ci sentiamo totalmente impotenti o - peggio - perché quel genocidio lo giustifichiamo con potentissimi mezzi culturali e di potere (il linguaggio, in primis; il modo di dare le notizie e di fare dichiarazioni) sin dal giorno uno. In italiano il libro si intitola Un giorno tutti diranno di essere stati contro e io ti consiglio, anzi veramente ti esorto e persino ti prego, di procurartelo immediatamente. Leggerlo ti farà male, ma il tipo di male dipenderà molto dalla parte in cui hai scelto di stare fino a oggi (cosa che in cuor tuo sai perfettamente).

    Diviso in 10 capitoli, il saggio è introdotto nella sua interezza e anche capitolo per capitolo da alcuni paragrafi scritti in corsivo, che si insediano sulla pagina come un flusso di coscienza, un memento delle immagini dell’orrore che arrivano da Gaza di mese in mese, delle riflessioni che di getto si affacciano alla coscienza dell’autore dopo che le vede, dei frammenti di umanità di cui si sente scarnificare in quanto uomo arabo e in quanto essere umano davanti a quello spettacolo indicibile.

    Una sensazione simile, in parte, a quella provata da chi a ottobre di due anni fa ha riconosciuto immediatamente gli strumenti dell’impero in azione; una sensazione a molti e molte di noi invece sconosciuta perché noi non apparteniamo al mondo arabo. Noi apparteniamo all’impero, a quel mondo dei potenti che gli arabi li ha resi i nemici, i sacrificabili, gli abietti, i barbari, i terroristi, con un’operazione di disumanizzazione e spersonalizzazione durata secoli, di cui oggi le persone perbene - quelle che non avrebbero alcun dubbio a definirsi così in Europa come negli Stati Uniti come in Canada - neanche sanno di aver introiettato e favorito: giudicare i Palestinesi meno dignitosi di altre popolazioni è un processo automatico, davanti al loro sacrificio si fa spallucce con la naturalezza delle cose del mondo. Va così, come per le mosche e i topi: li scacci di torno.

    Ci sono emozioni che appartengono agli oppressi, ci sono responsabilità che devono prendersi gli oppressori se e quando riescono a intercettare le prime. E a mettersi in discussione, iniziando dallo strumento principale attraverso il quale si sta nel mondo, che qui in Sogni Americani conosciamo benissimo: le parole.

    L’impero è rinchiuso nella sua fortezza linguistica - una lingua attraverso il cui prisma gli edifici non vengono mai distrutti ma bruciano spontaneamente, in cui le esplosioni arrivano come vento dalle montagne, e le persone vengono uccise come se essere uccise fosse l’unico ordine naturale e legittimo della loro esistenza. Come se vivere fosse un’aberrazione. Questa lingua protegge forse la frangia più assetata di sangue dell’impero, ma agli estremisti non interessano le improprietà linguistiche. È invece il centro, il centro liberale, benintenzionato e facilmente impressionabile che ha disperatamente bisogno della protezione offerta da questo tipo di linguaggio. Perché è il centro dell’impero che deve poter guardare tutto questo e dire, Sì certo, è tragico ma è necessario, perché l’alternativa è la barbarie. L’alternativa al numero infinito di esseri umani uccisi e mutilati e resi orfani e lasciati senza tetto senza scuole senza ospedali, l’alternativa alle urla sotto le macerie e ai cadaveri lasciati in pasto ad avvoltoi e cani, ai neonati che urlano condannati a morire di fame, è la barbarie.

    Dopo i primi attacchi di Israele a Gaza quello che El Akkad chiama il centro dell’impero citava come una cantilena a rassicurazione del proprio inattaccabile privilegio “il diritto alla difesa”, “l’unica democrazia del Medio Oriente”, “e allora il 7 ottobre”, falciando via con un razzismo di cui neanche si rendeva conto il contesto e la profondità storica di un popolo invisibile, sacrificabile, manipolato e schiacciato ai margini dell’umanità (decenni di occupazione, umiliazione, sopruso di Israele e dell’Occidente bianco sulla Palestina araba, ad esempio) e lo sbigottimento di chi già si rendeva conto dall’interno di quella manipolazione del linguaggio, della prospettiva, del semplice buon senso perdendo così, di colpo e non senza conseguenze di lungo termine, ogni riferimento istituzionale (il mondo dell’informazione e quello della politica su tutti, la loro schiena voltata al genocidio con costanza ancora oggi). A questi, a chi gridava e protestava contro il massacro più documentato della storia il centro dell’impero dava degli stupidi, nella migliore delle ipotesi, degli antisemiti, nella peggiore.

    È questo di cui parla il libro affilatissimo di El Akkad, tradotto in italiano da Gioia Guerzoni e pubblicato da Feltrinelli: non di Israele e Hamas, non di loro, bensì di noi e del processo con cui l’Occidente bianco ha continuato anche in questa occasione - di gravità e proporzioni però inedite - ad autoingannarsi per proteggersi dalle proprie responsabilità e dalla fragilità del mondo che nei secoli ha costruito, ovvero: “i barbari istigano e i civilizzati sono costretti a rispondere”, “un costrutto […] che ha costretto a un’esistenza binaria interi gruppi di persone”. La morte orrorosa e dilaniante di più di 50mila civili arabi - tra cui soprattutto bambini - è infatti “collaterale” a una causa più grande, quella della civiltà, della democrazia, dei diritti, della promessa di libertà di cui gli occidentali sono esempio e sorgente. Finché riguarda noi e i nostri simili, naturalmente. Finché per onorarla davvero, quella promessa, a noi non venga richiesto di compromettere un minimo di interesse personale e collettivo.

    Nessun altro autore o autrice avrebbe potuto scrivere questo libro e recapitarcelo con così tanta potenza. Omar El Akkad è in una posizione da cui conosce tutto e può osservare tutto: i meccanismi del privilegio dell’Occidente, la divisione del Medio Oriente, la discriminazione verso gli arabi, il successo, l’ipocrisia e - più di ogni altra cosa - il rigore morale del giornalista. Quello che è mancato a molti e molte di noi.

    Appuntamenti

    * Una cosa bella: lunedì 9 giugno comincerò una rubrica settimanale che proseguirà per tutta l’estate intitolata “L’altra America” e contenuta nel programma radiofonico del mattino presto di Marco Maisano su Radio Capital. Se ti va potrai ascoltarmi in diretta intorno alle 6.40 oppure più tardi nella versione podcast.

    * Il bookclub LIT a maggio ha letto un libro particolarissimo e denso di rovesciamenti di prospettiva, un testo che potrebbe accompagnarsi bene a quello di El Akkad pur trattando di temi apparentemente diversi: gruppi, persone e comunità di Americani che nel tempo - soprattutto nell’Ottocento - hanno cercato di costituire forme di società diverse da quella predominante, già riconosciuta come capitalista e imperialista. Il libro si intitola Quando il ramo si spezza ed è di Daegan Miller. Non è stata una lettura semplice ma - come puoi ben immaginare - questo ha reso la nostra discussione ancora più interessante. La puoi recuperare qui, iscrivendoti oggi stesso al gruppo di lettura! A giugno, invece, passiamo dall’utopia alla distopia: leggeremo La parabola del seminatore, uno dei romanzi più apprezzati della più grande scrittrice afroamericana di fantascienza: Octavia Butler. Sono molto orgogliosa e soddisfatta del percorso che stiamo facendo insieme.

    * Considerato ciò che sta avvenendo nell’attualità di questi giorni, sento che il Monthly di giugno sarà piuttosto ricco e movimentato, ma già quello di maggio non si è risparmiato proprio in nulla. Se ancora non lo sai, The Monthly è il paginone della McMusa che fotografa l’America culturale di mese in mese, per farne una collezione con cui poi riguardare a questi 4 anni di Trump.

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  • Fuorilegge

    Ciao! Oggi Sogni Americani parla di libri. In particolare, di generi e temi che per un sacco di tempo hanno subito una grande semplificazione, questa: erano destinati soprattutto a uomini e raccontavano quasi soltanto di uomini, escludendo così, a priori, il pubblico femminile e relegando i personaggi femminili a ruoli accessori o di secondo piano, vacui. Questi libri erano i western. Non solo nell’accezione epica del genere che tradizionalmente raccontò l’esplorazione e la conquista americana del West ma anche in quella più larga della narrativa che nei secoli (e in parte ancora oggi) ha messo al centro la relazione tra individuo e spazi dell’esplorazione e della conquista.

    Primo fra tutti il deserto.

    Quale luogo, infatti, si presta più facilmente alla negazione del femminile, quando questo viene stereotipicamente associato alla fertilità, la cura, le radici, la famiglia? Un deserto è arido, sterile, inospitale, solitario: cosa può farci una donna là in mezzo? Come può, addirittura, sceglierlo per portare a compimento nient’altro se non se stessa?

    Una premessa, anzi due: questo breve percorso narrativo è - come sempre quando ne propongo di simili - uno fra molti. Ho scelto alcune opere e ne ho lasciate fuori altre, mi piace pensare che tu possa aggiungerne ancora sulla base della tua esperienza passata e futura (i commenti a questa newsletter, tra l’altro, sono aperti, nel caso volessi segnalare altre storie, provenienti anche da altri contesti - penso alle serie tv, ad esempio). Questo che stai per leggere o ascoltare, inoltre, è il “compendio” di un ciclo di tre lezioni che terrò alla Grande Invasione di Ivrea il 31 maggio e 1-2 giugno. Parlerò degli stessi libri, ovviamente in maniera più estesa e completa: ho voluto riproporlo qui perché so che il tema genera interesse. Per maggiori info sull’evento puoi andare qui, le iscrizioni sono ancora aperte.

    Vorrei cominciare da un uomo e dalla sua idea di western. Vorrei andare per gradi. Quell’uomo, quell’autore straordinario che ha tolto il West dalla dimensione del mito e l’ha messo in quella dell’umano è Larry McMurtry. Non credo ti stupisca: ho già parlato tantissimo di lui e dei suoi due romanzi più belli, proprio quelli da cui partiamo oggi, Lonesome Dove (1985) e Strade di Laredo (1993). Partiamo da questi testi perché, nelle pagine in cui per la prima volta sono stati resi imperfetti e ben poco eroici gli uomini (quindi, più largamente, sono stati liberati dalla propria mascolinità tossica in favore di emotività e personalità di più ampio spettro), hanno trovato spazio - tanto spazio - figure femminili complesse, sfaccettate, dinamiche, anch’esse imperfette e molto protagoniste. Clara (in Lonesome Dove il capitolo più lungo di tutto il libro - pensa - è proprio quello dedicato a lei e alle sue scelte sofferte), Lorena (è lei la vera protagonista di Strade di Laredo), Elmira (un personaggio talmente moderno e inafferrabile da rigettare il figlio appena nato, un uomo che la ama, una realtà stabile che però non può godersi), Maria (madre odiata dal figlio, donna stuprata dai propri amanti, la sua capacità di amare e allo stesso tempo di punire fa impallidire qualsiasi vecchio eroe ed eroina): nei due romanzi di McMurtry queste donne sono solitudine, forza, ingegno, intraprendenza, indipendenza, capacità di sognare, potere. Tutte cose che fino ad allora nella tradizione western (ma non solo) erano degli uomini.

    Cosa succede, allora, quando a portare avanti gli stilemi e le dinamiche del genere western ci pensano le donne? Propongo di rispondere con tre romanzi, questa volta scritti da donne e con protagoniste che incarnano volutamente gli stereotipi di questo genere letterario ma altrettanto volutamente li rovesciano: Entroterra di Téa Obreht (2019), Fuorilegge di Anna North (2021) e Le spietate di Claudia Cravens (2023). Nei territori sterminati, pericolosi e vibranti di mistero dell’Arizona, della California, del Texas e di tutto il selvaggio West in generale, le donne di queste storie vivono nelle stesse condizioni difficili in cui vivevano i loro corrispettivi maschili ma, invece di fermarsi dentro i confini dei ruoli ritagliati per loro dalla trama western che pure rimane molto codificata (la moglie, la madre, la puttana, la levatrice, la saggia, l’indifesa e così via), li sfondano. Li complicano. Si ribellano. Si scrollano di dosso degli abiti che si rivelano presto stretti e riscrivono il destino proprio e dell’intero genere letterario, che così si rivitalizza. Se Nora, la protagonista di Entroterra, ci insegna ad amare i cammelli e con loro la magica spietatezza del deserto, Ada diventa la fuorilegge femminista che un po’ tutte vorremmo essere state almeno una volta nella vita mentre le prostitute che Cravens rende spietate sono anche una sana fonte di intrattenimento e avventura. Non mi sembra affatto poco.

    Un salto ulteriore che libera completamente le donne dai loro ruoli e le avvicina a un rapporto decisamente più intimo e inedito con gli spazi desertici del West è lo sgretolamento vero e proprio della “scatola” western. O, meglio, l’utilizzo rivoluzionario e decostruito dei luoghi che una volta venivano usati per ambientare le storie western - il deserto appunto - per farne spazio dell’io, dell’autodeterminazione, della spiritualità autoctona e dell’espressione senza freni, anche folle, perché no. Concludiamo il nostro percorso, quindi, con le protagoniste di Donna di luce di Kali Fajardo-Anstine (2022), Death Valley di Melissa Broder (2023) e Antropologia del turchese di Ellen Meloy (2003). Due romanzi i primi, raccolta di saggi e reportage il terzo, come unico comune denominatore hanno il senso di vita che scaturisce dalla loro conoscenza del deserto e la scomparsa di qualsiasi associazione tra deserto e morte, solitudine, erosione, aridità. Nella completezza e nella potenza degli elementi del Territorio Perduto c’è la rivendicazione ancestrale delle donne native e latine, come traspare di generazione in generazione fino alla Denver dei giorni nostri nella storia di Fajardo-Anstine; nella Death Valley e nel deserto del Mojave, invece, ci sono la fuga e il rifiuto della cura dei propri cari da parte della protagonista che tuttavia al deserto non riesce ad abbandonarsi senza l’aiuto di droghe, rimedi New Age, social network, scrittura; infine nei canyon e sugli altopiani del Colorado e dello Utah Ellon Meloy studia la luce, i colori, la materia, l’essenziale che è tanto visibile agli occhi quanto trasferibile all’anima della sua persona e, magari, del mondo intero come una mappa di casa (lo dice splendidamente Sara Reggiani nel video qui sotto).

    Il mio libro, Sparire qui, termina proprio con una citazione di Antropologia del turchese e la speranza di poter ereditare da queste storie di donne e deserti del West la stessa scintilla di completamento e consolazione personale delle protagoniste. Mi auguro che una cosa del genere sia successa anche a te oggi con questo breve percorso fatto insieme. Grazie.

    Cose belle da recuperare

    * La mia socia Valeria Sesia ha dedicato l’ultima newsletter Mac&Cheese della membership per abbonati e abbonate a Bad Bunny, l’artista che attraverso il raggaeton e il pop sta rivoluzionando il discorso pubblico (e anticoloniale, visto che si tratta di un territorio statunitense) su e di Puerto Rico. Il suo ultimo album - io lo ascolto tutti i giorni da quando è uscito, lo trovo straordinario! - è un manifesto politico, che non rinuncia al sensuale, al giocoso, al ballo e alla strada quando fanno comunità e creano identità.

    * C’è poco da ballare a Midland in Texas, invece. Puntatona di Miglia per raccontare la capitale occidentale del petrolio, insieme a un reportage e a una serie tv di grande qualità uscita da poco, che magari hai già visto: Landman.

    * Austin, la capitale vera e propria del Texas, invece, è la città americana che è cambiata più di tutte nella storia degli Stati Uniti. L’ho raccontato sabato scorso dal vivo al Circolo Quarto Stato di Cardano al Campo, us…



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  • Marfa prima dell'arte e della gentrification

    Credo ti sarà già capitato di sentire parlare di Marfa, cittadina a tre ore di macchina a est di El Paso e a sette a ovest di Austin (grosse città a nord e a sud non ce ne sono proprio) così trendy e rinomata per la sua arte da aver attirato creativi da ogni lato degli Stati Uniti, ma soprattutto dalla California e da New York, di cui è diventata negli ultimi anni una specie di succursale persa - se non del tutto alienata - nell’immenso e spietato deserto del Chihuahua.

    Quattro modi per conoscerla, se non sai di cosa sto parlando:

    * la serie tv I Love Dick,

    * il romanzo di Ben Lerner Nel mondo a venire,

    * il saggio di Lawrence Wright Dio salvi il Texas e

    * questo reportage di Sean Wilsey.

    Se hai frequentato il mio primissimo corso online intitolato Once Upon a Town, ti ricorderai anche di molte altre cose: quella dedicata a Marfa fu la tappa iniziale. Lascio qui la playlist che avevo usato durante la lezione: trovi diverse storie, ti daranno un’idea del carattere di questo piccolissimo centro della hipsteria americana. Comincia con questo video.

    Visitare oggi Marfa significa imbattersi in carissime caffetterie western chic, gallerie d’arte contemporanea di diverso tipo, negozi di abbigliamento anche questi western chic (il caro vecchio West è stato ben stilizzato e minimalizzato dalla moda) e set pronti per essere “instagrammati” o per destare un qualche tipo di nostalgia estetica (pick up vintage parcheggiato, edificio basso color pastello dietro, un cactus, una strada deserta, un’insegna o una scritta con un bel font, la luce perfetta del West Texas a fare il lavoro sporco). Una cosa molto simile a quella che raccontavo nella newsletter dedicata a The Curse, ricordi?

    Ecco, Marfa è come Española potrebbe diventare, è l’esasperazione della gentrification quando arriva nel deserto e diventa essa stessa desertificazione, appiattimento, consumo delle diversità, della tradizione e persino, alla lunga, della creatività.

    L’ho notato questa volta più di sempre, per contrasto, visitando un luogo che non avevo mai visitato prima: la Blackwell School, una piccola scuola che dal 1909 al 1965 accolse centinaia di bambine e bambini messicani, separati e segregati rispetto ai coetanei e alle coetanee bianche, che infatti andavano in scuole diverse, nonostante la popolazione latina fosse stata considerata white al momento dell’annessione agli Stati Uniti. Nel 2022 questa scuola è diventata un National Historic Site ed è passata sotto la tutela della National Parks Conservation Association in quanto unico luogo insieme a un altro su tutto il suolo statunitense che è testimone di una pagina tanto importante per la storia della popolazione ispanica di questo Paese quanto allo stesso tempo sconosciuta.

    Nonostante gli edifici originali siano stati rasi al suolo, oggi il sito conserva la ricostruzione di un’aula risalente al 1927 e moltissimi documenti d’epoca: registri per le presenze e per i voti, fotografie di classe e di singoli, programmi di insegnamento, libri, bandiere, oggetti appartenuti a vecchi studenti (tanti i capi d’abbigliamento e le divise sportive), ricordi e racconti delle ultime persone che hanno frequentato la scuola. Ci sono stati, infatti, diversi raduni da quando la scuola ha chiuso definitivamente. Uno, in particolare, merita di essere raccontato: nell’autunno del 1954 l’insegnante Evelyn Davis convinse i direttori della scuola a impedire che nel campus e tra gli studenti si parlasse spagnolo. Fu organizzato un vero e proprio funerale della lingua spagnola: la professoressa Davis e altri docenti scavarono una buca, costruirono una bara di cartone e obbligarono le ragazze e i ragazzi a seppellire lì dentro la loro lingua, gettandovi parole e frasi scritte su dei fogli o quaderni. Da quel momento chiunque fosse stato sorpreso a parlare nel proprio idioma natale sarebbe stato punito, anche con percosse fisiche.

    È ciò che raccontano alcuni ex studenti che nel 2007, ormai avanti negli anni, si riunirono nel posto dove sorgeva la scuola e decisero di resuscitare la propria lingua, organizzando un contro-funerale, una vera e propria riesumazione dello spagnolo (fu comprato un dizionario a El Paso, portato a Marfa, sotterrato e dissotterrato) affinché potesse essere riportato in vita e onorato.

    Ma non finisce qui. Prima che Marfa diventasse la Marfa di oggi, l’unico motivo per cui la si poteva collocare e riconoscere su una mappa era il colosso del cinema Il gigante, tratto dall’omonimo libro di Edna Ferber e girato proprio qui nei primi anni Cinquanta. Il film, oltre a raccontare una buona parte della storia commerciale del Texas, dall’economia dell’allevamento a quella del petrolio, rappresentava anche e in parte la discriminazione che veniva subita dalla popolazione latina, che - è bene ricordare - abitava questo territorio ben prima che nel 1848 venisse proclamato statunitense. Molti dei bambini e delle bambine della Blackwell School furono impegnati come comparse nel film e oggi la loro storia è raccontata dal documentario di PBS del 2015 Children of Giant (dovresti trovarlo a pagamento su alcune piattaforme online).

    L’importanza di questa pagina della storia americana contrasta con lo stato in cui si trova la scuola oggi, curata sì come sito pubblico da enti pubblici, ma proprio per questo per nulla all’altezza di tutto ciò che a Marfa spicca grazie ai fondi privati, dalla Fondazione Chinati al glamping El Cosmico agli hotel e a tutte le attività commerciali, dove infatti si ferma il grosso del turismo. E il grosso dell’hype di questa cittadina.

    Sperando che il futuro possa integrare in armonia tutte queste realtà e riportarne alla luce molte altre (ho visto un paio di locali storici chiusi definitivamente, purtroppo), devo dire che è stata un’esperienza di grande arricchimento visitare la Blackwell School con i Book Riders quest’anno ed essere stata testimone della sua esistenza, per poi arrivare a raccontarla qui.

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    Appuntamenti online e dal vivo

    * Aprile è appena finito, hai dato un’occhiata al Monthly che ho mandato lo scorso sabato?

    * Può un libro farsi amare, farsi mal sopportare ma anche lasciare tiepidi? Sì, l’ultimo appuntamento di LIT, il bookclub della McMusa, è stato divertente proprio perché ce lo ha fatto provare sulla nostra pelle. Puoi recuperarlo approfittando del periodo di prova della membership di 30 giorni, attivo ancora per una settimana. A maggio leggeremo Quando il ramo si spezza di Daegan Miller (link affiliato).

    * Il 14 maggio sarò alla Fondazione Cirulli di San Lazzaro di Savena, molto vicino a Bologna, per un incontro dal titolo Contronarrazioni americane insieme a Francesco Conversano, autore del progetto fotografico Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways, esposto in mostra. Qui i dettagli.

    * Il 17 maggio sarò invece al Circolo Quarto Stato di Cardano al Campo, in provincia di Varese, per un talk dedicato alla città di Austin (dove sono appena stata, fresca fresca) inserito nella rassegna Nomi Cose Città. Viaggi ed esplorazioni dentro luoghi che cambiano: tutta la serata sarà dedicata alla capitale del Texas, con cena, musica e altri ospiti. Condividerò altre informazioni sui social nei prossimi giorni.

    Entrambi questi eventi dal vivo saranno un’ottima occasione per raccontare l’America che ho potuto vedere in queste tre settimane abbondanti di viaggio: spero tu possa esserci!

    Ti saluto da Roswell - sì quella degli alieni 👽 - dandoti appuntamento tra due sabati qui su Sogni Americani o domenica prossima nella tappa del podcast Miglia: farò un puntatone su un luogo texano di straordinaria potenza narrativa ed economica, ma brutto che trovarne di peggio è cosa rara. I luoghi qui sotto, invece, sono stati incantevoli, anche e soprattutto per la compagnia dei Book Riders: considera questo video un affettuoso saluto.

    Grazie, ciao!



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    10 min
  • La vista sul presente dal Texas

    Dall’ultima volta in cui sono stata negli Stati Uniti, nell’autunno del 2024, il mondo è cambiato. Negli equilibri, nelle alleanze, nel senso della democrazia, nella percezione stessa del viaggio dall’Europa all’America. Tanto da provare - per la prima volta nella storia dei miei numerosi spostamenti da un lato all’altro dell’oceano - preoccupazione per quello che mi poteva aspettare al controllo passaporti (che alla fine, comunque, è andato come doveva andare: liscissimo).

    Ho appena trascorso quattro giorni a Houston e da un altro paio di giorni mi trovo a Austin con un gruppo di Book Riders. È davvero troppo poco tempo per avere la misura di cosa realmente sia cambiato nella vita delle persone che vivono da queste parti; è stato abbastanza, tuttavia, per cominciare a raccogliere qualche impressione sui nuovi sentimenti che circolano tra di loro: negli argomenti delle conversazioni, nelle mezze battute fatte a tavola, nelle domande che mi veniva da porre loro e nelle parole che comparivano nelle risposte per la prima volta da sempre.

    Ovvero: timore di esporsi pubblicamente, paura per il proprio business, incertezza sulla possibilità di poter esercitare la propria professione in un futuro molto vicino, esasperazione, paura di vedere i propri visti revocati e i propri risparmi consumati, rammarico per il ruolo che gli Stati Uniti hanno avuto finora nel panorama mondiale e non avranno più. Si sono nominate la parola censura e la parola deportazione una quantità di volte impensabile anche solo 4 mesi fa.

    Partiamo da qui, dal fatto che da un secolo buono, se non di più, l’America è stata intesa dal resto del mondo e dai suoi stessi cittadini come la terra delle mille possibilità. Non è solo una frase fatta: si veniva qui, soprattutto dall’Europa e dall’Asia, per fare, sperimentare, intraprendere esperienze che nel proprio Paese di origine non si potevano fare.

    In primis, la ricerca, la scienza, la creazione di nuove imprese, ma anche la creazione del futuro stesso (come avevo raccontato nel reportage qui sopra solo due anni fa). Al netto di tutte le storture del sistema sociale ed economico di questo Paese, fino a pochissimo tempo fa era l’America il punto di riferimento per i cosiddetti cervelli in fuga, per la sperimentazione tecnologica e scientifica che trainava il mondo, per la ricerca nel senso fattivo del termine (pensa ai vaccini, ad esempio, alla ricerca medica in generale). Quella che in Italia purtroppo ci sogniamo nonché quella che in queste ultime settimane è stata presa di mira da Trump, come priorità: tagli ai fondi erogati dal governo, controllo dei programmi di insegnamento, scrutinio del personale assunto e quello da assumere, revisione dei dipartimenti. Con conseguenze epocali, che iniziano a vedersi già ora: l’Unione Europea, ad esempio, sta preparando un piano di “accoglienza” per i cervelli in fuga questa volta dagli Stati Uniti. L’accademia americana perde dunque possibilità economiche, ma soprattutto credibilità, libertà, indipendenza e attrattiva. Cose che sarà difficile riconquistare in poco tempo.

    Anche se Harvard ai ricatti di Trump ha detto no. Un no che oggi risuona in modo altisonante e potente, è il primo di una certa importanza. E magari qualche altra grande università le farà seguito.

    A proposito di attrattiva, una domanda è stata posta anche a me mentre ero a Houston, in un’intervista per un giornale italiano: è possibile che si guardi con meno interesse agli Stati Uniti, in generale? Che in altre parole si potrebbe tradurre: questo momento storico sta avendo conseguenze di “percezione” prima ancora che di fatti sul modo in cui guardiamo oggi all’America? Ovviamente sì, è la mia risposta. Sia come partner commerciale, visti i dazi, che come meta turistica che - soprattutto - come baluardo dei valori democratici che dovrebbero caratterizzare l’Occidente. In questa newsletter abbiamo ragionato tante volte sul potere della storia che gli Stati Uniti narravano di sé al mondo: oggi questa storia è profondamente cambiata. E a trarne vantaggio saranno altre storie di altri Paesi, questo è certo.

    E quali sono - se ci sono - gli ideali dell’America in cui ancora credi, che ancora ami? Quest’altra domanda mi è stata rivolta da Loretta Bersani a mio fianco durante la presentazione del mio libro a Houston, un momento bellissimo che mi ricorderò per sempre. La mia risposta è stata facile, è un tema questo su cui mi arrovello da diverso tempo, non solo recentemente: dell’America amo ancora il suo essere un esperimento, amo e rispetto il fatto che qui si intende il futuro come una cosa da poter decidere con le idee e modellare con i fatti, credo nel suo essere ancora - come fu in origine - il territorio dell’entusiasmo, dell’innovazione, del cambiamento (e in questo Austin è un esempio quasi accecante). Le sensazioni che si provano qui non si provano da nessun’altra parte del mondo, anche e soprattutto nei loro estremi. E se è vero che probabilmente la fiamma che le alimenta si sta pericolosamente assottigliando, staremo a vedere se arriverà a spegnersi del tutto o se solo si assopirà per riaccendersi nel futuro.

    Appunto.

    La membership compie 4 anni ed è free!

    Una decina di giorni fa io e la mia socia Valeria Sesia abbiamo mandato questo messaggio alle persone iscritte alla membership della McMusa:

    Oggi viviamo un momento complesso: stiamo osservando il mondo cambiare davanti ai nostri occhi. Gli Stati Uniti – il Paese che abbiamo sempre amato esplorare insieme – stanno ridisegnando in modo irreversibile il loro ruolo globale. C’è stanchezza, smarrimento, paura, incredulità. Lo sentiamo in tante e tanti. Io stessa lo vivo ogni giorno nel mio lavoro. Non lo nascondo: molte volte, negli ultimi tempi, mi sono chiesta il senso di questo lavoro, mi sono interrogata sulla direzione da intraprendere. Ho scelto di “rimanere” negli Stati Uniti, di continuare a prediligere storie che vengono raccontate poco ma di farlo includendo anche altri Paesi.

    Mai come ora è importante continuare a farci domande, guardare il mondo da più prospettive e mettere in relazione diverse narrazioni. È l’unica soluzione di metodo che vedo possibile, al fine di avere una visione più completa e inclusiva del presente, e soprattutto dei suoi confini e delle sue relazioni di forza.

    Una cosa non molto diversa da quella che ho scritto anche qui su Sogni Americani, nella scorsa newsletter. E che è stata subito seguita dalla puntata del podcast Miglia su un’opera straordinaria che lega il Messico marxista alla Detroit capitale della produzione capitalista degli anni Trenta del Novecento.

    Ma la novità che voglio dirti oggi è che tutti i contenuti della membership sono gratis per una prova di 30 giorni, se vuoi vedere di cosa si tratta e magari valutare di salire a bordo!

    L’informazione indipendente è essenziale per offrire uno sguardo lucido, ampio, che non ha paura di fare delle scelte: i tre piani in abbonamento si propongono come uno spazio unico di informazione e confronto che arricchisce il nostro sguardo su ciò che accade nel mondo, partendo dagli Stati Uniti ma non limitandoci al loro territorio.

    Se deciderai di unirti alle tante persone già iscritte, a giugno avrai un coupon di sconto per acquistare musica, libri, film (non da Amazon). Tutte le altre info le trovi qui.

    Ah, a fine mese il bookclub LIT si riunirà per leggere insieme il libro di aprile che è La foresta del Nord (link affiliato a Ibs) di Daniel Mason, senz’altro un romanzo molto diverso dal solito!

    Dal Texas per oggi è tutto, ci sentiamo sabato prossimo per il numero di aprile di The Monthly (non vedo l’ora) e poi tra due settimane sempre dagli Stati Uniti. Grazie, ciao!

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  • La maledizione

    Si chiama The Curse ed è, francamente, insopportabile.

    Racconta la storia di una coppia - interpretata dai magnifici Nathan Fielder ed Emma Stone - che si trasferisce dalla California a Española, una cittadina autentica (nel senso che non è d’invenzione, ma è reale) del New Mexico, per costruire case ecosostenibili mentre viene ripresa e diventa la protagonista di un tipico reality show che potrebbe andare in onda sulla celebre emittente televisiva americana Home&Garden (HGTV).

    Española è un disastro. Uno di quei disastri sociali che in Italia o nelle grandi città americane si fa fatica non tanto a comprendere ma proprio a visualizzare: abitata prevalentemente da persone native e latine, è un microcosmo di disuguaglianza sociale, arretratezza, dipendenze, isolamento, sfruttamento del territorio, lavori umili e mal pagati. Satellite delle più ricche e bianche Taos e Santa Fe, le città d’arte e del turismo del New Mexico che si trovano 50 minuti rispettivamente a nord e a sud, Española sembra raccogliere i loro scarti, pur impegnandosi per quel che può a farne qualcosa, a trarne qualcosa di buono.

    Perché una coppia di facoltosi e creativi bianchi californiani sceglie dunque di trasferirsi a Española per avviare la propria attività immobiliar-televisiva? Be’, proprio perché è un disastro. Più disastrosa è la realtà locale da salvare, proteggere e (sulla carta) integrare, migliore sarà la figura che farà la coppia nel realizzare la propria missione.

    È questa infatti l’ultima frontiera della gentrification, nonché il nocciolo di quell’ipocrisia che sta al centro della trama di questa serie tv e che la coppia riesce a rendere in maniera talmente cristallina che a volte, mentre la guardi, ti chiedi se non sia surreale, esagerata, troppo americana per essere credibile. Di certo, come dicevo prima e come è giusto che sia, è insopportabile, persino cringe.

    Tanto è autentica Española quanto poco lo sono le azioni e le intenzioni dei due: in primo luogo, ogni cosa che li riguarda è mediata da un copione. Non esiste spontaneità, se non repressa o staged, ovvero imbastita per essere ripresa dalle telecamere (incluse quelle del cellulare) e diventare così un messaggio politically correct. Né esiste un qualsivoglia progetto di integrazione ambientale o culturale o economica che non passi attraverso l’uso dei soldi, della carta di credito, di quella moneta che compra tutto, anche e soprattutto le buone intenzioni. Esemplare, in questo senso, è l’episodio dei furti: la coppia, oltre alle proprie case, apre diversi esercizi commerciali, in cui vuole impiegare rigorosamente persone local. In uno di questi, quello che vende abbigliamento, avvengono dei piccoli furti, ad opera di persone povere della comunità, chiaramente non bianche. Così come non bianche sono le commesse. Pur di non “fare scenate” e di non coinvolgere la polizia creando così un danno d’immagine alla stessa comunità che la coppia vorrebbe proteggere, Whitney (Emma Stone) lascia la propria carta di credito alla commessa dicendole di addebitare lì tutti i furti che avvengono in negozio. In altre parole, si compra quella giustizia superficiale che non riuscirebbe mai a garantire nel profondo. Con il risultato che i furti che erano occasionali diventano la norma, sistematici e grotteschi.

    Il livello di esasperazione e attrito che suscitano questi episodi è sottile, esattamente come lo è l’atteggiamento di molta cultura cosiddetta woke, che non riesce a mettere all’opera i propri valori senza rinunciare al privilegio sul quale si posano e sono cresciuti. Il modo con cui i due si appropriano dell’arte nativa senza saper rispettare i confini della realtà e quelli della performance, la persuasione con cui aggirano le persone più svantaggiate per farle agire e soprattutto performare a loro favore, il fastidio che provano a compiere un’azione propriamente generosa che non ha un tornaconto, il panico con cui l’uomo della coppia - Asher (Nathan Fielder) - gestisce tanto il proprio organo sessuale quanto la relazione con gli elementi femminili e naturali della storia (la maledizione che dà il titolo alla serie, the curse, arriva da due bambine a cui lui prima dà e poi sottrae dei soldi), tutto questo contribuisce a trasmettere un messaggio che solo nell’ultima puntata esplode in tutta la sua assurda potenza: non c’è nulla di più aleatorio di questi valori, che sono però gli stessi che alla fine ti allontanano dalla realtà nuda e cruda. Senza possibilità di ritorno.

    Il finale vale l’intera serie, non lo svelo qui, ma ti invito ad arrivare a vederlo.

    Ci saranno sempre delle cose che noi faremo fatica a capire della società attuale degli Stati Uniti, anche se molti dei suoi riverberi arrivano fino a noi e in qualche modo caratterizzano anche la nostra di società. Sono certa che l’ipocrisia e l’allontanamento dai reali bisogni della gente tipici di una certa cultura liberal, soprattutto quando diventa estrema e sorda, sia una di queste. Non basta a spiegare lo straordinario e scellerato accanimento dell’amministrazione Trump contro principi e ideali che rimangono fondanti di una democrazia sana, tuttavia può dare l’idea del sentimento di alcuni elettori che da quella estremizzazione (se non proprio alienazione) si sono voluti allontanare. O anche proprio liberare.

    Il punto della situazione

    Marzo è stato un mese di giro: è cambiata la mia immagine pubblica, Sogni Americani ha inaugurato la sua nuova veste grafica e anche una nuova rubrica (The Monthly), ho fatto ordine nel piano editoriale (le sezioni Libri e Interviste sono nate apposta), nel sito e nei piani di abbonamento. Volevo pulizia di intenti e una direzione rinnovata, condizioni essenziali per me per continuare a fare questo lavoro al meglio delle mie possibilità, usando e offrendo strumenti affilati in un tempo così confuso, estenuante, fosco come quello che stiamo vivendo.

    Non posso nasconderti, tuttavia, che le mie possibilità sono limitate e che questo tempo sta cambiando diverse cose: dalla voglia delle persone a viaggiare negli Stati Uniti alle fondamenta più profonde che sostengono la mia attività di ricerca e divulgazione. Si possono fare oggi le stesse cose che si facevano prima, magari anche nello stesso modo, raggiungendo gli stessi risultati?

    Non penso. Non per me almeno, che ho come obiettivo non solo il sacrosanto campare, ma anche creare cambiamento, conoscere il mondo per migliorarlo, fare contronarrazione.

    Non voglio abbandonare la nave, sia chiaro, ma credo sia tempo di considerare di cambiare la rotta. In un momento in cui gli Stati Uniti si isolano e si rendono respingenti, io vorrei andare più a largo, osservare la loro azione in altre parti del mondo, trovare storie che colmino la distanza di quell’isolamento premiando però - in termini di considerazione - non la forza ma la resistenza, non chi sta dentro i confini ma chi li subisce o ne resta fuori.

    In sostanza, non l’America ma gli altri. Il Canada, Puerto Rico, i Caraibi, il Messico. Ma anche la Groenlandia, Panama, il Venezuela, la Francia. I Navajo, gli Inuit, i rifugiati.

    Il corso sul New Mexico ha già inaugurato questa linea, così come la puntata di Miglia su Nairobi e New York e diverse delle notizie che hai trovato nel Monthly di marzo. Andremo avanti così. Il centro rimarrà stabile ma lo sconfinamento sarà sempre più frequente, le aste del compasso - dunque - sempre più larghe.

    Che ne dici?

    Sogni Americani è e rimarrà gratis. Ma, a partire da maggio, il suo archivio diventerà a pagamento. Cosa vuol dire? Vuol dire che continuerai a ricevere la newsletter alle stesse condizioni di prima, ma potrai leggerle gratuitamente solo in un lasso limitato di tempo di due settimane. Per continuare a consultarle dalla homepage (una condizione più simbolica che altro, nella tua casella di posta la newsletter rimarrà infatti leggibile) e, più in generale, per supportare il mio lavoro potrai sottoscrivere un abbonamento mensile di 5 euro o annuale di 50.

    Ne riparliamo nel dettaglio più avanti, intan…



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