(Testo di riferimento: Matteo 7,15-29 - La Bibbia)
Ciao a tutti.
Benvenuti al diciassettesimo episodio della serie sul vangelo di Matteo.
Siamo arrivati alla fine del sermone sul monte. Gesù ha insegnato molte cose e ora è venuto il momento di tirare le somme. Cosa ce ne facciamo delle sue parole? Lo consideriamo un bel discorso, magari ci siamo commossi in qualche passaggio e ora torniamo alle nostre vite incuranti di ciò che abbiamo imparato? Gesù ci invita a fare sul serio, a costruire le nostre vite sulla base delle sue parole. Ne parliamo in questo video.
«Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono verso di voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Li riconoscerete dai loro frutti. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così, ogni albero buono fa frutti buoni, ma l'albero cattivo fa frutti cattivi. Un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni. Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Li riconoscerete dunque dai loro frutti. (Matteo 7,15-20)
Non c'è nulla di complicato in questo ragionamento di Gesù. Gli alberi si riconoscono dai frutti. Gli alberi buoni fanno frutti buoni, gli alberi cattivi fanno frutti cattivi. Per far dei fichi ci vuole un fico. Per fare uva ci vuole una vite. Non si può raccogliere uva dalle spine né fichi dai rovi.
In questo sermone sul monte egli aveva dichiarato beati coloro che avessero avuto il coraggio di seguirlo anche a costo di essere perseguitati, aveva invitato i suoi discepoli ad essere sale della terra e luce del mondo in un Israele in cui la maggioranza aveva ormai messo da parte quella vocazione; aveva poi interpretato la legge contrapponendosi alla tradizionale interpretazione farisaica e facendo comprendere ai suoi discepoli che dietro quei comandamenti si celavano principi molto più elevati e, per certi versi, molto più difficili da osservare; infatti egli aveva esortato i suoi discepoli ad imitare addirittura Dio aspirando alla sua perfezione.
Poi aveva messo in luce l'ipocrisia che spesso accompagnava le persone che sembravano essere le più pie. Egli aveva messo in luce le loro cattive motivazioni nelle offerte, nel pregare, nel digiuno, pratiche che spesso venivano fatte solo per apparire agli occhi della gente e non davvero per devozione a Dio. Aveva smascherato la loro ipocrisia anche nel giudicare il prossimo senza curarsi di avere le carte in regola per farlo. Alla fine del sermone aveva paragonato la porta verso la vita eterna ad una porta stretta che pochi trovano.
Adesso era venuto il momento di tirare le somme. Chi sarebbe entrato per quella porta?
La risposta di Gesù è chiara: solo gli alberi che facevano buon frutto, ovvero solo coloro che avrebbero preso davvero a cuore le sue parole e le avrebbero messe in pratica.
Non ci sarebbe stato spazio per i lupi rapaci travestiti da pecore, non ci sarebbe stato spazio per coloro che avessero dichiarato con la bocca di appartenere a Dio, smentendo di fatto con le proprie opere la propria vera natura. Un simile comportamento poteva essere paragonato infatti a quello dei falsi profeti.
La parola "profeta" si riferisce a qualcuno che parla "davanti" o "al posto di" qualcun altro. Un profeta di Dio dovrebbe essere una persona che parla da parte di Dio, ma un profeta falso è qualcuno che dice di parlare da parte di Dio ma in realtà non è così. In questo sermone Gesù aveva mostrato che quelli che sarebbero dovuti essere i riferimenti della giustizia, coloro che tutti consideravano portavoce di Dio, ovvero la classe dirigente giudaica composta perlopiù da sadducei e farisei,