“Stormy Monday” in versione sala prove, registrata al volo, è uno di quei brani che ti mettono subito davanti allo specchio: o hai anima e dinamica, o non puoi nasconderti. E la Mark IV dei Factory qui non si nasconde affatto. È blues, sì, ma non “da manuale”: è una tempesta lenta, psichedelica, con un respiro da band vera che sta prendendo forma, centimetro dopo centimetro.
Antonio entra in scena con una voce piena, vissuta, che non cerca l’effetto ma la verità del pezzo. Tiene la linea melodica con un piglio caldo e narrativo, lasciando spazio alla band di allargare il quadro: è una guida, non un “frontman” che schiaccia tutto. E proprio in questo equilibrio il brano cresce.
Sotto, Claudio alla batteria costruisce un tappeto elastico, mai invadente: shuffle accennato, colpi rotondi, piatti dosati, quel tipo di drumming che fa sembrare tutto semplice mentre sta pilotando la barca tra onde alte. Chris al basso è la colonna portante: rotondo, presente, “in tasca”, aggancia la cassa e dà al brano quella gravità che trasforma la sala prove in un club fumoso.
Poi arrivano loro, sugli scudi davvero: Davide e l’Hammond di Silvio. Davide lavora di tocco e intensità, non di velocità: fraseggi blues pieni, vibrato largo, note che “parlano”, e quando spinge lo fa con un controllo da chitarrista che sa aspettare l’attimo giusto. Silvio all’Hammond invece fa la magia: drawbar che respirano, Leslie che gira come un vento caldo, accordi che colorano e aperture che sembrano nuvole viola sopra la band. Non è accompagnamento: è narrazione parallela. Nei momenti migliori chitarra e organo si cercano, si rispondono, si incastrano senza pestarsi i piedi, come se stessero già scrivendo un linguaggio comune.
Il bello di questa take è proprio l’“umanità”: si sente la sala, si sente la vicinanza, si sente che è un cantiere acceso. Ma non è grezza: è viva. Una “Stormy Monday” che parte tradizionale e poi, senza perdere il blues, si lascia attraversare da una vena psichedelica sottile—spazi, riverberi, una certa sospensione—come se la tempesta non fosse solo meteo: fosse mentale, emotiva, collettiva.
Se questa è la fotografia della Mark IV in assestamento, è una fotografia promettente: suono di gruppo, gusto, e soprattutto quella chimica rara in cui ognuno brilla… facendo brillare gli altri.