Quando nonna Mary ha iniziato a sostenere che tutta la notte cantassi Piemontesina Bella, mi sono preoccupato. Io e la mia fidanzata abitiamo proprio al piano di sopra e — nonostante i soffitti siano sottili — non nutriamo particolare predilezione per cantare vecchie canzoni tradizionali. Comunque non così tanta da cantarla tutta la notte, in repeat, come sostiene nonna. La preoccupazione è legittimamente aumentata perché era coerente con un declino cognitivo lento ma inesorabile, di cui la nonna soffre come moltissimi anziani italiani oltre gli ottanta.Da quando ho cominciato a prendere servizio in geriatria, sei mesi fa, non avevo ancora visto allucinazioni in modalità visiva e uditiva di quel rilievo se non una volta, quando il mio primario Thomas F. — medico di grandissima esperienza e umanità — mi ha coinvolto in una consulenza in pronto soccorso. Paziente ricoverato con Lewy Body Dementia, una sindrome dementigena che produce allucinazioni ricche e terrificanti: il paziente sosteneva avessimo il pronto invaso dalle formiche. Nonostante le condizioni in cui versano gli ospedali italiani oggi, posso dire con certezza che non abbiamo mai avuto un problema di artropodi. Non quel giorno, almeno. Di LBD, invece, purtroppo sì. Per questa ragione la mia preoccupazione era che mia nonna stesse entrando in uno dei quadri sintomatologici dementigeni con allucinazioni. Quando l’abbiamo portata da Thomas, il quadro però si è chiarito: non era una psicosi da demenza nel senso comune del termine, ma una sindrome allucinativa associata all’ipoacusia, una condizione in cui il cervello, impoverito di stimoli sonori reali, prova a riempire il vuoto ricostruendo percezioni che non esistono fuori dalla mente. Il confronto però mi è servito: la Lewy Body genera allucinazioni complesse, sceniche, paurose; l’ipoacusia genera allucinazioni musicali stereotipate, meno drammatiche ma altrettanto rivelatrici. Due strade diverse verso un vuoto percettivo che il cervello cerca di riempire.È da storie come questa che bisognerebbe ripartire per capire una cosa che la clinica spesso intuisce prima della divulgazione: l’udito non è solo una porta sensoriale, è un pezzo della nostra architettura mentale. Non serve aspettare la demenza per vedere che il modo in cui il cervello riceve, filtra e organizza i suoni ha a che fare con l’attenzione, con la regolazione dell’arousal, con il senso di sicurezza e perfino con la continuità dell’esperienza di sé. In altre parole, la salute mentale passa anche da ciò che ascoltiamo e da come lo ascoltiamo.La musica non è solo intrattenimento: è una tecnologia emotiva, una forma di modulazione del tempo interno, del tono affettivo, della memoria e della vigilanza. Un ambiente sonoro caotico, aggressivo o costantemente saturo può amplificare irritabilità, affaticamento cognitivo e disorganizzazione interna; al contrario, un ascolto scelto, tollerabile e integrato nella vita quotidiana può funzionare come fattore di contenimento, regolazione e orientamento. Il fatto molto concreto è che il cervello usa il suono per prevedere, sincronizzare e stabilizzare.Negli ultimi anni si è consolidata una linea di ricerca che mostra come la perdita uditiva non riguardi soltanto il “sentire meno”, ma implichi più sforzo percettivo, maggiore carico cognitivo e una riorganizzazione progressiva delle risorse attentive. Quando ascoltare diventa faticoso, il cervello spende energia per decifrare il segnale e ne lascia meno alla memoria di lavoro, alla comprensione, alla flessibilità mentale. È un logoramento lento, spesso invisibile, che può durare anni prima di essere nominato.Le grandi revisioni degli ultimi anni e il trial ACHIEVE hanno spostato il discorso fuori dall’angolo tecnico dell’audiologia: l’intervento sull’udito non coincide solo con il recupero comunicativo, ma entra nel terreno della protezione cognitiva e del rischio di declino. Anche il dato sulle protesi acustiche e sugli impianti cocleari va letto in questa direzione: non semplici strumenti per sentire meglio, ma possibili dispositivi che riducono isolamento, sforzo di ascolto e impoverimento dell’ambiente mentale.Dentro questo scenario, la musica torna a essere importante, ma in un senso meno spettacolare e molto più serio. Una grande review del 2024, che oggi è probabilmente il testo più rigoroso sul tema, ridimensiona l’idea di un trasferimento cognitivo generale del training musicale: gli effetti robusti ci sono, ma tendono a essere selettivi, circoscritti, legati soprattutto alle competenze allenate. Questo è un ridimensionamento utile, non una delusione. Vuol dire che la musica non va venduta come scorciatoia per diventare più intelligenti, ma riconosciuta per ciò che realmente può offrire: una pratica capace di incidere su ascolto, regolazione, attenzione e qualità dell’esperienza mentale.La ricerca più recente si sta spingendo addirittura oltre, fino a chiedersi se il sistema uditivo possa diventare una finestra precoce sul rischio neurodegenerativo. Studi preclinici recenti hanno mostrato che segnali neurofisiologici uditivi evocati, in particolare la risposta uditiva del tronco encefalico, distinguono in modelli animali i soggetti a rischio Alzheimer dai controlli sani e vengono studiati come potenziali biomarcatori precoci. Non siamo ancora al punto di usarla come strumento predittivo routinario per l’Alzheimer nell’uomo, ma il messaggio culturale è già forte: l’orecchio, qualche volta, parla del cervello prima che il cervello impari a raccontarsi con i sintomi.Se allora qualcuno ci chiede ‘la musica ci rende migliori’ — più intelligenti, più profondi, più interessanti a cena — la risposta è si. Ma non più di quanto leggere Proust ci renda necessariamente più brillanti: dipende da come lo leggi, e soprattutto da quanto ne parli dopo senza annoiare il vicino di casa in ascensore. La linea più onesta è un’altra. La qualità della nostra vita sonora, dall’infanzia alla vecchiaia, partecipa alla qualità della nostra vita mentale. Proteggere l’udito, curare l’ascolto, riconoscere lo sforzo percettivo e usare la musica con intelligenza clinica e culturale non promette miracoli, ma costruisce qualcosa di più solido: un ambiente cerebrale meno affaticato, più regolato e più abitabile.
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