Ogni tanto la scienza produce una storia troppo bella per resistere alla tentazione di raccontarla male. Questa è una di quelle volte: Freud, che oltre un secolo fa immaginava una mente capace di anticipare, distorcere e correggere la realtà in base ai propri desideri inconsci, sembra oggi confermato dalle neuroscienze computazionali più avanzate. Sperticati titoli che si scrivono quasi da soli: la scienza riscopre Freud! Applausi.Freud neuroscienziato?È la cornice proposta da un recente articolo di Erik Stänicke, Bendik Sparre Hovet e Line Indrevoll Stänicke, dell’Università di Oslo, pubblicato su Entropy: Freud’s Model of the Mind Within a Predictive Processing Neuroscientific Paradigm. Il lavoro ha ricevuto una copertura divulgativa particolarmente enfatica da ScienceDaily, con un titolo che promette una riscoperta: la neuroscienza moderna tornerebbe a un’idea che Freud aveva formulato circa 130 anni fa.Ma la storia reale, dietro alle strombazzate, è più tiepida di quella raccontata dalla testata.Il paper non presenta nuovi esperimenti, non raccoglie dati clinici e non verifica una specifica ipotesi neurobiologica. È un lavoro teorico: mette in dialogo alcuni concetti psicoanalitici — proiezione, introiezione, transfert, appagamento di desiderio e identità percettiva — con il predictive processing, la famiglia di modelli secondo cui il cervello costruisce costantemente ipotesi sul mondo e riduce gli scarti tra ciò che si aspetta e ciò che riceve dai sensi. È un contributo interessante. Non è, però, una dimostrazione che Freud “avesse ragione”, tra l’altro la tradizione costruttivista (con i suoi modelli operativi interni) l’aveva già colta abbondantemente. Quindi, Freud ha ragione anche per le neuroscienze? Andiamo con ordine.La mente non registra: anticipaNel predictive processing, la percezione non è la semplice registrazione passiva di ciò che arriva dall’esterno. È il risultato di un confronto continuo tra segnali sensoriali e previsioni generate dal sistema nervoso. Vediamo, ascoltiamo e interpretiamo il mondo attraverso modelli interni che vengono aggiornati soltanto quando l’esperienza produce un errore di predizione sufficientemente rilevante da non poter essere ignorato.Questa impostazione viene spesso collegata al Free Energy Principle di Karl Friston, secondo cui gli organismi viventi si mantengono in equilibrio riducendo l’incertezza sulle condizioni necessarie alla propria sopravvivenza. Non significa che il cervello desideri “avere sempre ragione”, né che eviti sistematicamente ogni novità. Significa, piuttosto, che un organismo deve rendere il proprio ambiente sufficientemente prevedibile da preservare la propria integrità nel tempo.Iscriviti alla newsletter Grazie per star leggendo ‘Taccuini’ puoi iscriverti gratuitamente per aiutarmi a diffondere notizie di psicologia con consapevolezzaDa questa logica derivano due strategie complementari. La prima consiste nell’aggiornare il proprio modello interno: se l’esperienza contraddice le aspettative, il sistema corregge la stima e modifica il modo di interpretare ciò che accade. La seconda consiste nell’agire sull’ambiente affinché l’esperienza si avvicini alle aspettative pregresse: cercare conferme, evitare situazioni dissonanti, selezionare relazioni e contesti che rendano meno costoso mantenere il proprio modello interno intatto.È su questa seconda strada che Stänicke e colleghi costruiscono il loro ponte con la psicoanalisi.Proiezione o predizione?La tesi più suggestiva dell’articolo è che la proiezione psicoanalitica possa essere letta in chiave neuroscientifica. Ma una corrispondenza concettuale non riabilita totalmente la psicoanalisi come cornice. Perchè in termini freudiani, il soggetto attribuisce all’esterno contenuti, affetti o intenzioni che non riesce a riconoscere come propri. Nel lessico del predictive processing, il soggetto applicherebbe al mondo un modello interno particolarmente rigido, assegnando un peso eccessivo alle proprie aspettative rispetto ai segnali effettivamente disponibili nell’ambiente.L’esempio clinico è intuitivo, quasi immediato. Una persona che ha interiorizzato un’immagine di sé inaccettabile, aggressiva o indegna può leggere ostilità, disprezzo o minaccia nelle intenzioni degli altri — non perché stia deliberatamente “inventando” il mondo, ma perché un insieme di aspettative profonde organizza la percezione sociale prima ancora che i dati vengano pienamente valutati.Gli autori propongono allora una corrispondenza precisa: l’adattamento autoplastico — modificare la propria esperienza e i propri modelli interni per renderli simili all’esperienza in atto. L’adattamento alloplastico, invece - cioè modificare il mondo o agire su di esso per renderlo coerente con esperienza interna - richiamerebbe l’inferenza attiva. Introiezione e proiezione diventerebbero, in questa cornice, due modi diversi di ridurre la discrepanza tra ciò che il soggetto si aspetta e ciò che effettivamente incontra.È una mappa concettuale elegante, insomma: permette di descrivere alcune forme di ripetizione relazionale senza ridurle a una generica “resistenza al cambiamento”. Una persona può riprodurre scenari dolorosi non perché li preferisca consapevolmente, ma perché quei copioni rappresentano modelli profondamente appresi, familiari e quindi, paradossalmente, più prevedibili di qualunque alternativa.Il gran finaleOgni volta che una teoria contemporanea incontra una tradizione clinica vasta e stratificata come la psicoanalisi, emerge una tentazione quasi irresistibile: rileggere il passato come se avesse già anticipato il presente. In questo caso, di più di un secolo. Freud diventa il precursore delle neuroscienze predittive; la psicoanalisi il linguaggio qualitativo di meccanismi che oggi potremmo finalmente descrivere in termini computazionali rigorosi.Molto di ciò che il paper presenta come una possibile convergenza tra Freud e il predictive processing era già stato formulato da Bowlby nella teoria dell’attaccamento: le esperienze relazionali costruiscono modelli interni di sé e degli altri, che guidano le aspettative future e possono essere modificati da nuove esperienze, l’autore della teoria dell’attaccamento, e dalla tradizione costruttivista dagli anni ‘60 e non da Freud. Il paper non dice nulla di nuovo a chi già lavora con i principi dell’attaccamento. Tanto più che l'’ “identità percettiva” di Freud era un abbozzo mai sviluppato, come gli stessi autori ammettono - peraltro. Una sorta di confirmation bias storico: se cerchi somiglianze tra una cornice abbastanza estesa e flessibile (quello che gli autori chiamano ‘predictive processing’) e una tradizione abbastanza ricca (come la psicoanalisi che ha 130 anni di storia), le trovi sempre. Ma la domanda rilevante non è “Freud è ancora attuale?”, bensì “chi ha intuito X per primo in modo testabile e sviluppabile?” E la risposta, per quanto riguarda i modelli operativi interni e la costruzione dell’aspettativa relazionale, è Bowlby circa quarant’anni dopo la morte del fondatore della psicoanalisi. Insomma Freud, è stato reinterpretato attraverso una teoria contemporanea che, in alcuni punti, ricorda le sue intuizioni e, in altri, se ne allontana radicalmente. La differenza non è un dettaglio: nella scienza, somigliare a una spiegazione non significa averla anticipata.La storia è certamente affascinante. Ma una storia affascinante non diventa più vera perché viene raccontata con titoli urlati. No, quindi, Freud e la psicoanalisi non sono ancora stati riabilitati scientificamente.FontiStänicke, E., Hovet, B. S. e Stänicke, L. I. (2026). “Freud’s Model of the Mind Within a Predictive Processing Neuroscientific Paradigm”. Entropy, 28(3), 318. DOI: 10.3390/e28030318.La copertura divulgativa che ha rilanciato l’articolo è stata pubblicata da ScienceDaily nel 2026, a partire dal comunicato dell’Università di Oslo relativo alla ricerca. Il suo framing, più assertivo di quello del paper originale, è il principale oggetto della discussione proposta in questo articolo.Bowlby, J. (1969/1982). Attachment and Loss, Vol. 1: Attachment. New York: Basic Books.È il riferimento principale per la teoria dell’attaccamento e per l’idea che il bambino costruisca rappresentazioni relativamente stabili di sé, degli altri e delle relazioni. Solms, M. (2019). “The Hard Problem of Consciousness and the Free Energy Principle”. Frontiers in Psychology, 9, 2714. DOI: 10.3389/fpsyg.2018.02714.Hopkins, J. (2018). “Psychoanalysis and Neuroscience”. In R. Gipps e M. Lacewing (a cura di), The Oxford Handbook of Philosophy and Psychoanalysis, pp. 376–406. Oxford University Press. DOI: 10.1093/oxfordhb/9780198789703.013.24.Holmes, J. (2021). “Friston’s Free Energy Principle: New Life for Psychoanalysis?”. BJPsych Bulletin, 46(3), pp. 164–168. DOI: 10.1192/bjb.2021.6.Carhart-Harris, R. L. e Friston, K. J. (2019). “REBUS and the Anarchic Brain: Toward a Unified Model of the Brain Action of Psychedelics”. Pharmacological Reviews, 71(3), pp. 316–344. DOI: 10.1124/pr.118.017160.Colombo, M. e Wright, C. (2018). “First Principles in the Life Sciences: The Free-Energy Principle, Organicism, and Mechanism”. Synthese, 198, pp. 3463–3488. DOI: 10.1007/s11229-018-01932-w.Cieri, F. e Esposito, R. (2019). “Psychoanalysis and Neuroscience: The Bridge Between Mind and Brain”. Frontiers in Psychology, 10, 1983. DOI: 10.3389/fpsyg.2019.01983.Villiger, D. (2024). “An Integrative