“Sunny Afternoon – Live Rehearsal Room (17 feb 2026)” nella versione Factory Mark IV è una piccola lezione di stile: prendi un classico dal DNA mod, lo fai sedere nel tuo salotto blues-psichedelico e gli cambi l’espressione senza mai tradirne il sorriso sornione.
L’attacco è subito “inglese” nell’attitudine—quella nonchalance un po’ arrogante e un po’ ironica—ma la band lo spinge con un groove più denso e caldo, da sala prove vera, dove ogni strumento ha spazio e aria. Antonio Miscali tiene la linea vocale con un taglio narrativo: non la canta “carina”, la racconta. La chitarra acustica è la cornice: strumming asciutto, preciso, che dà al brano quel passo da marciapiede londinese anche quando la dinamica si fa più muscolare. Poi l'effetto Phone da alla voce il sapore retrò, vintage, che richiama le brume dei Kinks.
Davide Spanu si muove da elegante sabotatore: entra con stacchi e ricami che sembrano piccoli lampi di colore su un completo impeccabile. Il suo lavoro è tutto di timing—mai invadente, sempre decisivo—e quando è il momento di aprire il brano, lo fa con frasi che scivolano, allungano, chiamano la band “più in là”, verso la zona psichedelica senza cambiare faccia al pezzo.
La sezione ritmica è il vero motore della versione Mark IV. Chris Pain al basso non si limita a sostenere: costruisce una seconda melodia sotto la canzone, elastica e rotonda, che rende “Sunny Afternoon” più southern nel corpo pur restando mod nella postura. Claudio Sanna alla batteria gioca di finezza: rullate leggere, piatti controllati, accenti che sembrano ammicchi tra compagni di band. Il risultato è un andamento rilassato ma pieno di tensione interna—quel tipo di tensione che ti fa muovere la testa anche quando tutto sembra “easy”.
E poi c’è la firma sonora: Silvio Vinci tra piano e Hammond. Qui l’organo non è decorazione: è una seconda luce, una colonna di calore che avvolge la stanza. Il piano dà il carattere “da sala prove” (vicino, vero, immediato), mentre l’Hammond aggiunge quella patina psichedelica che, a poco a poco, dilata i contorni del brano e lo porta fuori dalla forma-canzone, senza spezzarla.
La cosa più bella è proprio questa: i Factory Mark IV non trasformano “Sunny Afternoon” in una cover “diversa a tutti i costi”. La fanno diventare loro con dettagli di chimica: sguardi musicali, micro-dinamiche, un crescendo controllato e un finale che lascia intravedere la vostra inclinazione a stirare il tempo—quel modo tipico di far vibrare gli ultimi minuti come se la sala prove fosse un club del ’67, con la band che sorride e spinge un filo più in là, finché il pezzo non si spegne… si dissolve.
Una registrazione che suona viva: imperfetta quanto basta per essere credibile, elegante quanto serve per essere memorabile.