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Tatuaggio, una moda che può diventare filosofia


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Forse poche mode hanno dilagato tanto quanto sta facendo da qualche anno a questa parte il tatuaggio, diventato ormai tendenza in una parte sempre più significativa della popolazione, in particolare di quella giovanile. In verità, il tatuaggio esiste da sempre, e anche i divieti che lo riguardano sono antichissimi. I disegni sulla pelle sono documentati nella preistoria, come testimonia la celebre mummia del Similaun risalente al III millennio avanti Cristo, Ötzi, che reca numerosi tatuaggi sulla schiena e sui talloni. Nelle piramidi e nelle tombe egizie sono state ritrovate statuette di concubine tatuate databili attorno al II millennio a.C., in Asia centrale, il tatuaggio era simbolo e contrassegno dell'apparetenenza a un'élite.
Cesare Lambroso, il padre della moderna criminologia, considerava il tattoo alla stregua di un sintomo psichiatrico, «patrimonio di soggetti anomali, tendenzialmente devianti o criminali». Una lettura oggi del tutto improponibile, semplicemente fuori da una realtà in cui il tatuaggio è uno degli elementi figurativi più importanti della dimensione spettacolare ed esibizionistica della società dell'immagine. Le cose sono a tal punto cambiate che sembra ormai possibile affermare l'esistenza di «un'età del tatuaggio», un tempo in cui il disegno sulla pelle diventa «il testimone sensibile di una trasformazione più generale», e non soltanto all'interno del nostro universo simbolico. È questa una delle tesi contenute nell'ultimo libro del filosofo torinese Federico Vercellone, ordinario di Estetica e tra i più noti studiosi dell'ermeneutica contemporanea applicata alla teoria delle immagini, Filosofia del tatuaggio, che ci presenta oggi Dario Campione. Buon ascolto!
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CentoParoleBy Gruppo Corriere del Ticino