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Viviamo in un mondo in cui tutti sentono il bisogno di esprimere un'opinione su tutto. Sui social, nelle conversazioni, davanti alle grandi questioni della società. E spesso sembra che ci siano soltanto due possibilità: approvare tutto per non sembrare intolleranti oppure giudicare e condannare chi la pensa o vive diversamente da noi.
Ma chi segue Gesù deve davvero scegliere tra queste due strade?
In questo episodio di Dal pulpito alla box riflettiamo su come vivere la nostra fede nella società di oggi, tra cambiamenti culturali, opinioni contrastanti e relazioni con persone che non condividono i nostri valori.
Perché possiamo amare le persone senza dover approvare ogni loro scelta. E possiamo difendere ciò in cui crediamo senza smettere di amare chi la pensa diversamente.
Perdonare costa, soprattutto quando il male subito è reale e avresti tutte le ragioni per presentare il conto.
La predicazione del 18 ottobre 2026 alla Chiesa Oasi. Dalla differenza tra perdono, fiducia e riconciliazione alla scomoda parabola di Gesù su un uomo che riceve un perdono enorme e ne trattiene uno molto più piccolo.
Che cosa ce ne facciamo del perdono di Dio, quando tocca a noi perdonare?
Non tutto ciò che è buono merita spazio nella tua vita. Perché a volte il problema non è scegliere tra bene e male, ma tra il bene e il meglio.
In questa puntata parliamo di stagioni, priorità, limiti, produttività e di quel sì che, ogni volta, contiene anche un no silenzioso a qualcos’altro. Anche Gesù ha saputo aspettare, fermarsi, sottrarsi e riconoscere il tempo giusto.
E se per custodire ciò che conta davvero fosse necessario lasciare andare qualcosa di buono?
Il mondo chiama successo quello che si misura.
Followers, fatturati, poltrone, numeri. Più grande è, più vale. Più visibile è, più conta. È la metrica con cui si pesano le aziende, le carriere, le vite — e, più spesso di quanto vogliamo ammettere, anche le chiese e i pastori.
Ma c'è una domanda che il Vangelo fa prima di tutte le altre, e non riguarda quanto hai ottenuto. Riguarda a chi appartieni.
E quella risposta cambia tutto: cambia cosa fai, come lo fai, perché lo fai. E soprattutto come valuti quello che hai fatto.
Forse il successo che stiamo inseguendo non esiste. O almeno, non nel posto in cui lo stiamo cercando.
Viviamo in un mondo che ci insegna a correre sempre, anche quando siamo stanchi. Ma nella Bibbia esiste una parola che va nella direzione opposta: Selah.
Una pausa. Un invito a fermarsi, a lasciare che la presenza di Dio risuoni prima di ripartire.
In questo episodio parliamo di Elia, del silenzio in cui Dio si fa trovare e del coraggio di interrompere il rumore per ascoltare quel bisbiglio che spesso ci sfugge.
Perché forse fermarsi non è perdere tempo.
Forse è proprio lì che Dio ci aspetta.
Selah.
«Dio, patria, famiglia» era il motto di Mussolini.
Oggi è tornato — con facce diverse, bandiere diverse, e lo stesso meccanismo di fondo. Si chiama idolatria identitaria: non quella delle statue, quella rispettabile. Il Dio fabbricato con il nome giusto per benedire le scelte già fatte.
Da Vannacci a Weidel, lo schema è sempre lo stesso. E ha una radice biblica che lo ricorda bene: il vitello d'oro.
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La palestra è solo metà del lavoro. L'altra metà è il frigorifero. Lo sai già — ma forse non hai ancora applicato lo stesso principio alla tua vita spirituale.
Perché puoi allenarti, servire, impegnarti — e svuotarti lo stesso, se stai mangiando la cosa sbagliata. Siamo sazi. Ma nutriti?
Il primo giugno 2008 io e Miriam firmavamo la nostra promessa di matrimonio. Diciotto anni dopo, il nostro matrimonio è diventato maggiorenne — e io ho fatto quello che si fa con tutti i diciottesimi: ho tirato le somme.
Non una lista motivazionale da fuffaguru.
Diciotto cose vere, alcune ovvie, alcune quasi imbarazzanti, alcune che sto ancora imparando.
Cosa fa funzionare un matrimonio dopo diciotto anni?
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La chiesa può produrre persone che si comportano benissimo e non hanno mai incontrato la grazia. È questo il cuore della religiosità tossica: non i mostri, non le sette, non i casi estremi — ma il meccanismo ordinario per cui il fare sostituisce l'essere, e la vergogna prende il posto della cura. In questa puntata partiamo dal libro di Gianfranco Giuni Religiosità Tossica per guardare in faccia qualcosa che abita tutti noi.
📖 Religiosità Tossica di Gianfranco Giuni — puoi trovarlo qui: https://clcitaly.com/product/religiosita-tossica-comprendere-abuso-spirituale-essere-guariti-gianfranco-giuni-casa-bibbia-9788884690906
Hai un orto. Ce l'abbiamo tutti. Il problema non è l'orto — è quando smetti di chiederti a quale terra appartiene.
Sono tornato dal Convegno di Porte Aperte, e mi sono portato a casa una domanda scomoda: il Dio che sto seguendo è grande quanto il mio contesto, o è grande quanto il suo progetto? Tra Giona seduto di schiena fuori da Ninive, l'invidia spirituale che nessuno ammette e la chiesa perseguitata che non ci dà specchi ma finestre, questa puntata è una diagnosi — e una spinta concreta a uscire dal recinto.
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