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Umanità predatrice | 05/07/2023 | Il Corsivo


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A cura di Ferruccio Bovio
Uno studio condotto da un team internazionale di ricercatori e pubblicato sulla rivista “Communications Biology”, ci induce a riflettere seriamente su quelli che storicamente sono sempre stati i nostri rapporti con gli altri esseri viventi. Dalla sua lettura apprendiamo, infatti, che oltre un terzo di tutte le specie di vertebrati presenti sulla Terra sono, in qualche modo, utilizzate dall’uomo e che questo fatto sta causando impatti sproporzionati sugli ecosistemi e sui servizi benefici che la natura fornisce indistintamente.
La ricerca ha analizzato i dati riguardanti i pesci, i mammiferi, gli uccelli, i rettili e gli anfibi più conosciuti ed ha scoperto che l’umanità ha oggi raggiunto un livello di influenza sugli altri animali mai precedentemente conosciuto nel suo passato. In particolare, l’attività predatoria degli esseri umani risulta 300 volte superiore rispetto a quella degli altri principali predatori come, ad esempio, gli squali o i leoni, i quali però si limitano a cacciare le loro vittime solo per cibarsi, mentre gli umani hanno, invece, anche tutta un’altra vasta gamma di utilizzi che vanno – oltre ovviamente dal cibo – pure al vestiario, all’accumulo di trofei, alla ricerca nei laboratori e, nei casi più fortunati, all’affettuosa accoglienza come animali domestici.
Lo studio ha analizzato i dati di 45.000 vertebrati e ha scoperto che “gli esseri umani utilizzano 15.000 di queste specie, di cui circa 6.000 sono a rischio di estinzione”. Impressionante è, ad esempio, la comparazione che è emersa tra le 9 specie di prede tipiche del giaguaro, rispetto alle 2.700 utilizzate, in una maniera o nell’altra, dagli esseri umani nella stessa area geografica.
Esseri umani che si qualificano, pertanto, come i predatori più terribili del pianeta, facendo cose che gli altri animali non fanno, uccidendo o catturando per ragioni diverse dal nutrirsi, “oltre a mettere in pericolo contemporaneamente migliaia di specie viventi”.
Ecco perché diventa, quindi, adesso, indispensabile ripensare a fondo quel fenomeno che, nel corso dei millenni, ha visto l’umanità occupare gradualmente uno spazio ecologico di dimensioni divenute ormai enormi e del quale la nostra scarsa capacità di gestire gli impatti non ha saputo, ragionevolmente, tenere conto. Ed a questo proposito, gli autori della ricerca lanciano un avvertimento, segnalando i rischi che nascono dallo sfruttamento di “un insieme di specie diversificato ed ecologicamente distinto”, la cui conseguenza è destinata a sfociare nella perdita di determinati animali e dei ruoli che essi svolgono in natura, provocando, inevitabilmente, “cambiamenti significativi agli ecosistemi”.
Forse, siamo ancora in tempo – o almeno lo speriamo – per intervenire positivamente su questo preoccupante scenario: non a caso, lo studio di Communications Biology si conclude esprimendo la propria fiducia nei nuovi impegni internazionali, fissati per proteggere il 30% del pianeta entro il 2030. Impegni che, se realmente applicati, potrebbero certamente “aiutare a fare più spazio alla natura”.
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