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Intanto il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risuscitato dai morti», altri: «E’ apparso Elia», e altri ancora: «E’ risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire tali cose?». E cercava di vederlo.
Gesù ha appena guarito una donna adulta ed ha ridato la vita a una ragazza. E’ lo scontro tra il male che vuole dominare il mondo e Gesù che è venuto a liberare e a guarire. Ebbene, anche i discepoli sono mandati a combattere questa lotta, avendo la stessa autorità e lo stesso potere di Gesù. Scrive Luca che Gesù ne scelse Dodici e diede loro il potere di cacciare i demoni e di curare le malattie. È Gesù che li manda. E’ la seconda volta che viene narrata dall’evangelista. L’annuncio del Vangelo non è fatto una volta per tutte, e neppure è una iniziativa autonoma e privata. Ogni discepolo è chiamato a inserirsi nella lunga scia dei seguaci di Gesù per combattere la stessa battaglia, per annunziare lo stesso Vangelo. Per questo bisogna spogliarsi di se stessi e del proprio protagonismo per annunciare ovunque il Vangelo. Vi è in questa pagina un’ansia che porta i discepoli a recarsi di casa in casa, di villaggio in villaggio, di città in città, perché nessuno resti privo dell’annuncio evangelico. Persino Erode ne è incuriosito. Verrà anche per lui il momento dell’incontro, ma chiuderà il suo cuore. Aspettava prodigi e non la salvezza come i poveri e i deboli.
Egli allora chiamò a sé i Dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di curare le malattie. E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno. In qualunque casa entriate, là rimanete e di là poi riprendete il cammino. Quanto a coloro che non vi accolgono, nell’uscire dalla loro città, scuotete la polvere dai vostri piedi, a testimonianza contro di essi». Allora essi partirono e giravano di villaggio in villaggio, annunziando dovunque la buona novella e operando guarigioni.
Gesù ha appena guarito una donna adulta ed ha ridato la vita a una ragazza. Gesù è venuto a liberare e a guarire dal male che vuole dominare sul mondo. Anche i discepoli sono chiamati a questa lotta. E Gesù dona loro la sua stessa autorità e il suo stesso potere. Scrive l’evangelista che Gesù, tra coloro che lo seguivano, ne scelse Dodici, diede loro il potere di cacciare i demoni e di curare le malattie e li inviò in sua vece. È la seconda volta che l’evangelista narra la missione dei discepoli, quasi a voler dire che l’annuncio del Vangelo non avviene una volta per tutte, e neppure è una iniziativa autonoma e privata. Ogni discepolo è chiamato a inserirsi nella lunga scia dei seguaci di Gesù per combattere la stessa battaglia e per comunicare lo stesso Vangelo. Tale missione richiede di spogliarsi di se stessi e del proprio protagonismo per essere servi del Vangelo. In questa pagina si respira un’ansia che porta i discepoli a recarsi di casa in casa, di villaggio in villaggio, di città in città: nessuno deve restare privo dell’annuncio evangelico. Persino Erode ne è incuriosito. Verrà anche per lui il momento dell’incontro; purtroppo chiuderà il suo cuore a Gesù. Era sazio di sé e aspettava solo prodigi, non la salvezza, come invece attendevano i poveri e i deboli
[20]Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: [21]«Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, gia da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. [22]Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. [23]E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se in Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! [24]Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!».
Di nessuno Gesù ha parlato così a lungo come del Battista. Con una serie incalzante di domande lo presenta come il profeta che sa attendere il Signore, e ne fa l’esempio per i credenti di ogni tempo. Il Battista, con una vita austera, ha preparato anzitutto se stesso all’incontro con Dio, non si è trincerato dietro il facile orgoglio e tanto meno dietro un’autosufficienza che avrebbe anche potuto giustificare. Egli ha fatto violenza a se stesso per far crescere nel suo cuore l’uomo religioso che sa attendere Colui che il Signore invia come Salvatore. E poi con la predicazione ha cercato di aprire una via nel cuore degli uomini della sua generazione perché riconoscessero e accogliessero il Messia che Dio inviava tra gli uomini. In questo è davvero “il più grande tra i nati di donna”; un fratello unico che il Signore continua ad inviarci. Ogni generazione, anche la nostra, deve accogliere la sua testimonianza, lasciarsi cioè toccare nel profondo del proprio cuore dalla predicazione del Vangelo. La tentazione è quella di mettere continuamente le scuse più diverse (“giocare o piangere”) per non lasciarsi coinvolgere dalla Parola del Signore. Come per Giovanni e per la gente del suo tempo, anche per noi, si pone il momento della scelta per Gesù. Una scelta non rinviabile per nessuno. A noi, che abbiamo ricevuto molti più doni e molte più parole e segni di quanti ne ebbero Tiro e Sidone, verrà chiesto conto di quel che ne abbiamo fatto del Vangelo.
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce.Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere”.
La fede non è mai un affare privato o, comunque, riservato ad un piccolo gruppo. Come la luce non è per se stessa, bensì per illuminare ciò che sta attorno, così il credente e ogni comunità cristiana non vivono per se stessi ma per manifestare a tutti il Vangelo. Dice Gesù: “Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario”. Il Vangelo ci è stato dato perché a nostra volta lo doniamo agli uomini e alle donne delle nostre città. Ogni comunità, e ogni credente, possono essere perciò paragonati a quel lampadario di cui parla Gesù, da porre in alto perché faccia risplendere la luce del Vangelo. Non si tratta, ovviamente, di mostrare se stessi o la propria saggezza, bensì di manifestare la Parola del Signore. Per questo il discepolo è chiamato anzitutto ad ascoltare la Parola di Dio; solo dopo averla accolta con il cuore può donarla agli altri. È tutta qui la vita e la missione di ogni discepolo, di ogni comunità cristiana.
In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Si direbbe che questa è tra le parabole più importanti, visto che è Gesù stesso a darne la spiegazione. Sembra che voglia dire: se non si comprende questa non si capiscono neppure le altre parabole. Ed in effetti essa mostra come ascoltare il Vangelo. Il primo elemento che risalta nella parabola, però, non riguarda l’ascoltatore bensì il seminatore, molto generoso nello spargere il seme (la Parola). Egli lo getta ovunque, anche sulla strada, anche tra le pietre, sperando che possa trovare qualche lembo di terra ove attecchire e crescere. Per Gesù, primo seminatore, non c’è nessun terreno che non sia idoneo a ricevere il Vangelo. E il terreno è la vita di ogni uomo e di ogni donna, a qualunque cultura ed etnia si appartenga. La parabola, tuttavia, non intende classificare gli uomini, per cui gli uni sarebbero terreno cattivo e gli altri terreno buono. In verità, ciascuno di noi rassomiglia a tutti i tipi di terreno, a volte è sassoso, altre volte pieno di spine, altre ancora si lascia sopraffare dagli affanni e altre volte è terreno buono. La parabola è un invito pressante ad aprire il proprio cuore per accogliere la Parola di Dio ed averne una perseverante cura. Il Signore, infatti, continuerà ad uscire di buon mattino per seminare il Vangelo nei nostri cuori. E ci chiederà di accompagnarlo per seminarlo anche altrove finché il seme della sua Parola sia largamente accolto e porti frutto.
In quel tempo, Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio.
L’evangelista racconta come Gesù continui a percorrere le strade della Galilea in compagnia dei “Dodici” e di alcune donne, insegnando e compiendo guarigioni. Ovunque Gesù passa si crea tra la gente una sensazione di nuova speranza, di festa, di attesa di vita. Esemplare del nuovo stile che Gesù porta è quel gruppo delle donne che lo seguono e che stanno con lui. Esse, scrive Luca, “erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità”, e avevano scelto di seguire Gesù mettendo tutti i loro beni al servizio suo e dei discepoli. Erano, insomma, parte a pieno titolo di quel nuovo gruppo che Gesù aveva creato facendone una vera e propria comunità. Questa indicazione dell’evangelista è importante perché mostra quanto Gesù andasse oltre le consuetudini del suo tempo. Era infatti impensabile per il costume rabbinico dell’epoca far entrare in un circolo di discepoli anche delle donne. Gesù, invece, le associa alla sua stessa missione, come vedremo in altre pagine evangeliche. La discepolanza supera tutte le barriere, anche quelle che appaiono più difficili da sradicare.
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Mentre Gesù sta a tavola, invitato da un fariseo, una prostituta si avvicina, gli si sdraia accanto e piangendo gli unge i piedi. La scena è indubbiamente singolare, in tutti i sensi. E si comprende bene la reazione dei presenti, viste le consuetudini del tempo. È una reazione di fastidio per questa donna introdottasi in casa disturbando il pranzo, ma è anche un severo giudizio verso Gesù che non si accorge chi sia quella donna e comunque lascia che continui la sua azione. Insomma, Gesù quantomeno non capisce: sta fuori del mondo e delle consuetudini ordinarie che lo regolano. In verità, erano loro, i presenti, a non comprendere né l’amore di quella donna e il suo desiderio di essere perdonata né l’amore di Gesù. Al contrario dei farisei, Gesù, che legge nel segreto dei cuori, ha compreso l’amore di quella donna, l’ha accolta e l’ha perdonata. E per far comprendere i suoi sentimenti, racconta la breve parabola dei due creditori. Fa quindi notare al fariseo che l’ospitava la sua grettezza rispetto alla tenerezza di quella donna che “non ha smesso di baciarmi i piedi”. E aggiunge: “i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato”. L’amore, infatti, cancella i peccati e cambia la vita.
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
Le parole evangeliche esprimono un giudizio duro sulla generazione che non comprendeva né il Battista né il Figlio dell’uomo. E più avanti ancora Gesù accuserà: “O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò?” (Lc 9, 41). Anche Pietro, uscendo dal Cenacolo nel giorno di Pentecoste, disse a coloro che lo ascoltavano: “Salvatevi da questa generazione perversa” (At 2,40). Non si tratta di una presa di posizione pessimistica da parte di Gesù e di Pietro, quanto del riconoscere la cecità che ogni generazione ha nel cogliere i “segni dei tempi”, ossia i segni di Dio e della salvezza che sono scritti nella storia umana. In genere siamo tutti talmente presi da noi stessi e dal nostro egocentrismo che non riusciamo a vedere null’altro oltre quel che ci riguarda. È emblematico quanto dice Gesù: Giovanni, che fa penitenza, è accusato di avere un demonio, e lui che mangia e beve di essere un mangione. Spesso si cade in atteggiamenti irritati o piagnoni perché si vuole difendere ad ogni costo se stessi.
[11]In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. [12]Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. [13]Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». [14]E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». [15]Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. [16]Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo». [17]La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione.
Un giovane è morto. E’ figlio unico di madre vedova. Ogni filo di speranza appare definitivamente spezzato. Nulla è più possibile né per quel figlio nè per la madre, se non seppellire l’uno e accompagnare l’altra consolandola per il dolore. Tuttavia, quel che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Gesù, vedendo quel corteo funebre, si commuove per quella vedova che accompagnava al cimitero il suo unico figlio. Le si avvicina e le dice di non piangere, poi prende per mano il giovane e gli dice: “Giovinetto, dico a te, alzati!” E quel giovane si alza e si mette a parlare. Non aveva detto il centurione: “Di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito”? La parola evangelica è sempre efficace se accolta con il cuore. Essa fa risuscitare la vita, ridona energia a chi l’ha persa, dona un cuore nuovo a chi l’ha di pietra, dona fratelli e sorelle a chi è solo. Sono tanti i giovani che, oggi, vivono senza speranza per il loro futuro, i quali tuttavia attendono qualcuno che dica loro: “Giovane, dico a te, alzati!” Il Vangelo ci aiuta a sperare e ad operare per loro.
[1]Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao. [2]Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. [3]Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. [4]Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, [5]perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga». [6]Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; [7]per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. [8]Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa». [9]All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». [10]E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
Terminato il discorso delle beatitudini, Gesù entra a Cafarnao, come per far entrare la parola evangelica nella città degli uomini. A Cafarnao c’è un centurione romano. È un pagano che, pur essendo il rappresentante dell’oppressore, ha però un’attenzione particolare verso gli ebrei. Ha aiutato, ad esempio, a costruire la sinagoga. La preoccupazione per un suo servo, caduto in una grave malattia, lo spinge a rivolgersi a Gesù; prima manda dei notabili, poi si muove lui stesso. Due sentimenti emergono in questo centurione romano: l’amore che nutre per il suo servo (lo tratta come un figlio) e la fiducia che pone nel giovane profeta di Nazareth. Si tratta di una fiducia così forte da fargli pronunciare quelle parole che tutti i cristiani ancora oggi pronunciano durante la liturgia eucaristica: “O Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito”. Questo centurione, pagano, diviene immagine del vero credente, di colui cioè che crede sia sufficiente anche solo una parola evangelica per salvare