
Sign up to save your podcasts
Or


[13]Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. [14]Gesù però disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli». [15]E dopo avere imposto loro le mani, se ne partì.
E’ un’immagine bella e tenera quella di Gesù attorniato dai bambini. I discepoli – ancora una volta – non comprendono lo spirito di Gesù e cercano di allontanare i bambini che accorrono verso di lui. Evidentemente lo considerano un disturbo. Gesù, invece, rimprovera i discepoli che sgridano i bambini. Egli non solo li accoglie ma “impone loro le mani”, ossia li protegge, come protegge e aiuta tutti i deboli e gli indifesi. Vengono in mente i milioni di bambini abbandonati, che muoiono per la fame, o quelli che muoiono per la guerra, o coloro che sono sfruttati e violentati anche nelle società del mondo ricco. Questi bambini spesso sono soli e abbandonati senza che alcuno imponga sulla loro testa le mani in segno di protezione. Tutti questi piccoli non sono solamente piccoli amici da difendere e da amare, sono anche l’esempio di come essere per entrare nel regno dei cieli. Gesù afferma che non si entra nel regno dei cieli da adulti, ossia con il proprio orgoglio e la propria autosufficienza. E’ necessario essere come i piccoli che si affidano in tutto al Signore per essere accolti nel regno.
[3]Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «E’ lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». [4]Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: [5]Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? [6]Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi». [7]Gli obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?». [8]Rispose loro Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. [9]Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio». [10]Gli dissero i discepoli: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». [11]Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. [12]Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».
Inizia la missione di Gesù in Giudea. Qui resterà sino al termine dei suoi giorni. Una gran folla lo segue e lui, come sempre, continua ad insegnare e a guarire i malati che gli vengono portati. Ovviamente la sua opera, che già incontrava ostacoli in Galilea, trova ora una maggiore opposizione. Lo spirito del male non cessa la sua sorda contrapposizione al Vangelo. I farisei gli pongono una domanda circa il “ripudio” della moglie: se sia lecito ripudiarla per qualsiasi motivo, come qualcuno ritiene. Gesù non entra direttamente nella questione, e preferisce richiamare l’originaria volontà di Dio riguardo all’unione tra l’uomo e la donna. E’ cioè nel piano di Dio che si formi la famiglia basata sull’amore indissolubile tra l’uomo e la donna. E se Mosè permise il divorzio fu a motivo della rozzezza umana e spirituale degli ebrei di quel tempo. Di fronte ai tentennamenti dei discepoli, Gesù ribadisce il primato assoluto dell’amore nelle relazioni tra i discepoli. Tale primato deve presiedere anche la vita matrimoniale. E deve applicarsi anche a colui – come dice Gesù – che “si fa eunuco per il regno dei cieli”. Costui non deve semplicemente rinunciare, ma vivere senza limiti l’amore del Signore.
[21]Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». [22]E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. [23]A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. [24]Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. [25]Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. [26]Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. [27]Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. [28]Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! [29]Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. [30]Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. [31]Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. [32]Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. [33]Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? [34]E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. [35]Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello». [1]Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano.
Pietro è pronto a sopportare il torto subito più di quanto richiesto. Ma Gesù risponde abolendo ogni misura. Il perdono è come l’amore, senza limiti. E impone a Pietro di perdonare settanta volte sette, ossia sempre. La parabola narrata da Gesù contrappone alla logica del calcolo e della vendetta, quella dell’amore e del perdono senza limiti. Nel Vangelo è chiara la convinzione che solo in tal modo si disinnesca il meccanismo che rigenera continuamente il peccato, la divisione e la vendetta tra gli uomini. La forza perversa del male, dell’odio, della guerra, non irretisce solo i violenti, essa rende tali tutti coloro che ne sono raggiunti. E li imprigiona in una logica dalla quale non si esce neanche con una misura pure abbondante di perdono quale sono le sette volte di Pietro. Gesù, vedendo la perplessità di Pietro, parla di un re che fa i conti con i servi. Uno ha un debito enorme: diecimila talenti. Il servo abbozza una promessa che non potrà mai mantenere. Tutti siamo dissipatori di beni non nostri. Siamo perciò debitori, come quel servo, ed abbiamo accumulato verso il padrone un debito enorme. Come? Anzitutto credendoci padroni di quello che ci è stato solo affidato. E poi con l’attrazione adolescenziale e sconsiderata per il rischio, che finisce per non dare valore a niente. Oppure con l’ubriacatura dell’abbondanza, che porta solo a consumare le cose come una droga, divenendo succubi della logica della soddisfazione. Gesù ci ricorda che siamo tutti debitori e che solo la compassione del padrone può sanare il debito. Se questa coscienza diventa personale si può trasmettere ad altri la misericordia. Ma se si ritorna prigionieri della stessa mentalità che permette di accumulare un debito enorme, ecco che si guarda con durezza gli altri che domandano qualcosa. Noi che siamo rapidi a difendere noi stessi, sappiamo essere esigenti e inflessibili davanti alle richieste degli altri. La condanna di quel servo è durissima. In verità egli stesso si autoescluse dalla misericordia.
[15]Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; [16]se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. [17]Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. [18]In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. [19]In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. [20]Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».
Il Vangelo ci ricorda che la correzione e il perdono fraterno richiedono grande attenzione e sensibilità. C’è, infatti, un modo di non dire le cose che non è rispetto, è anzi indifferenza. Ogni credente ha il dovere di correggere il proprio fratello quando sbaglia, come anche ognuno ha il diritto ad essere perdonato. Purtroppo viviamo in una società che sempre più non conosce il perdono, appunto perché non conosce il debito dell’amore. La parola di Dio ci interroga profondamente. In un mondo sempre più interdipendente ma insieme concorrenziale occorre imparare che per essere veramente liberi e per costruire una società degna, dobbiamo farci schiavi dell’amore l’uno per l’altro. L’utopia del rispetto integrale dei diritti di ciascun uomo e di ciascuna donna passa per l’assunzione da parte di tutti di un unico imprescindibile dovere: rispettare il diritto dell’altro ad essere amato. Questo diritto si intreccia con la fondazione di una convivenza umana pienamente liberata da tante minacce esterne e interne. L’immagine perfetta di questa convivenza è data dall’unità dei discepoli che pregano insieme. “In verità vi dico: se due di voi si accorderanno per domandare qualcosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà”. Anche queste sono parole molto impegnative. L’accordo dei discepoli nel chiedere la stessa cosa, qualunque essa sia, vincola Dio stesso nel concederla. Dio dà agli uomini uniti in un’unica volontà un potere immenso. E se questo non accade dobbiamo interrogare il nostro modo di pregare, forse viziato in radice da individualismi e indifferenze. Se la nostra preghiera non sembra ottenere risposta è anche perché non ci siamo interrogati abbastanza sul nostro prossimo, su chi ha bisogno, su chi aspetta che qualcuno si ricordi di lui.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
Gesù, terminato il ministero in Galilea, si appresta a salire verso Gerusalemme dove lo aspetta la morte. L’evangelista nota che “in quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù”. Ma la domanda che gli rivolgono manifesta la loro lontananza dal maestro. Nel brano parallelo di Marco (9, 33 ss.) si riporta la stessa scena: Gesù ha appena dato l’annuncio della passione e i discepoli, invece di pensare a quanto hanno ascoltato, si mettono a discutere su chi di loro fosse il più grande. Quale distanza tra le preoccupazioni del Maestro e quelle dei discepoli! In verità, è una situazione che continua a ripetersi anche oggi tra i discepoli: quante volte dimentichiamo il Vangelo perché preoccupati solo per noi stessi o per i nostri primati! Gesù non rispose subito con le parole; prese un bambino e lo mise “in mezzo”, al centro della scena, e rivolto ai discepoli disse: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. Con queste parole inizia il quarto lungo discorso di Gesù, ed è sulla vita della fraternità cristiana. L’inizio è sorprendente: il discepolo è come un bambino, ossia come un figlio; e figlio bisogna sempre restare. Gesù non dice che il bambino deve crescere e diventare adulto. Nel regno di Dio si è sempre bambini, sempre figli. E aggiunge che il bambino è il più grande. Così inizia il nuovo mondo che Dio è venuto ad instaurare.
Gesù, con tono pieno di tenerezza, afferma che chi accoglie uno dei suoi discepoli accoglie lui stesso. E’ un’affermazione che invita ad avere un cuore disponibile e generoso: accogliendo un discepolo si accoglie lo stesso maestro. Queste parole però richiamano anche la dignità alla quale i discepoli sono stati chiamati. Ne nasce una circolarità di attenzione e di amore che lega i discepoli a Gesù e tra di loro. La vita della comunità sta talmente a cuore a Gesù da renderlo durissimo contro coloro che la feriscono scandalizzando i discepoli. E’ l’amore geloso del Signore per la sua comunità, per quel gruppo di discepoli che egli stessi cura con tenerezza e passione grande. Egli vuole trasfondere in ciascuno dei suoi questo amore, perché tutti si sentano responsabili della vita dell’intera comunità cristiana. Chiede ai discepoli di essere durissimi con se stessi per evitare lo scandalo. Invita a tagliarsi la mano o il piede e a cavarsi l’occhio per evitare di dividere e distruggere. La vita della comunità cristiana, vale più di qualunque altra cosa. Per Gesù, la vita della comunità, anzi di tutti gli uomini, valeva più della sua stessa vita. E’ questa la via che il Maestro continua ad indicare ai discepoli.
Matteo (17,22-27)
Rientrando a Cafarnao, alcuni esattori si avvicinano a Pietro per capire se Gesù intende pagare la tassa prescritta per il tempio. Non si tratta del tributo a Cesare, ma di quel contributo che ogni israelita doveva dare al tempio per il suo funzionamento. Gesù, sebbene “è più grande del tempio”, non si sottrae e ordina a Pietro di andare a pescare e di prendere dalla bocca del pesce preso con l’amo la moneta d’argento da dare al tempio.
Non voleva dare scandalo. E come altre volte, Gesù non accampa diritti e privilegio che pure gli sarebbero dovuti. Vuole edificare, non scandalizzare la gente. Per questo agisce anche diversamente da quello che sarebbe logico per lui. La sua prima preoccupazione resta raccogliere e custodire la gente che il Padre gli ha affidato. L’attenzione scrupolosa che Gesù ha nell’evitare lo scandalo soprattutto dei più piccoli deve informare sempre più il parlare e l’operare dei discepoli. E’ una sapienza che richiede una grande disciplina interiore soprattutto da parte di chi ha responsabilità pastorali, ciascuno infatti è spinto ad agire ipulsivamente e senza riflettere. Il Signore continua a ostrarci che al vera sapienza è costruire quel tempio spirituale che è la comunità cristiana.
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo:
La parabola della zizzania è stata forse tra le parole evangeliche decisive in alcuni momenti storici quando maggiormente gli uomini religiosi videro minacciati i diritti della verità e sentirono l’esigenza di difenderli. Si può dire che una lunga vicenda di guerre di religione, condotte da cristiani, abbiano trovato principalmente in questo testo scritturistico un ostacolo capace di indurre riflessioni, ripensamenti e dubbi. Il padrone del campo, infatti, ha un comportamento assolutamente singolare. Egli si rende conto che un nemico ha seminato la zizzania là dov’egli aveva seminato il seme buono. Eppure, ai servi che gli fanno notare l’accaduto, impedisce di tagliare l’erba cattiva fin dall’inizio. Perché questo padrone ferma lo zelo di quanti in definitiva vogliono solo difendere l’opera sua? La domanda ci introduce nel mistero dell’amore di Dio che è più grande delle nostre logiche. Potremmo dire che da questa parabola inizia la storia della tolleranza cristiana, perché secca in radice l’erba malvagia del manicheismo, della distinzione tra buoni e cattivi, tra giusti e ingiusti. In essa c’è non solo l’invito ad una illimitata tolleranza, ma persino al rispetto per il nemico, anche quando fosse nemico non solo personale ma della causa più giusta e più santa, di Dio, della giustizia, della nazione, della libertà. Questa parabola, così lontana dalla nostra logica e dai nostri comportamenti, fonda una cultura di pace. Oggi, mentre proliferano tragici conflitti, questa parola evangelica è un invito all’incontro e al dialogo. Tale atteggiamento non è segno di debolezza e di cedimento. E’ concedere ad ogni uomo la possibilità di scendere nel profondo del proprio cuore per ritrovare l’impronta di Dio e della sua giustizia.
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Gesù raduna i discepoli in un luogo appartato e si mette a parlare con loro. Ogni comunità ha bisogno di momenti come questi, non per una vuota e falsa intimità, ma per crescere nella conoscenza e nell’amore del Signore. Gesù chiede cosa dice la gente di lui; ma soprattutto vuol sapere cosa pensano i discepoli. Sapeva bene che era molto viva l’attesa del Messia, sebbene inteso come un uomo forte sia politicamente che militarmente. Avrebbe dovuto liberare il popolo d’Israele dalla schiavitù dei romani. Era un’attesa estranea alla sua missione tesa, invece, alla liberazione radicale dalla schiavitù del peccato e del male. Dopo le prime risposte Gesù va diritto al cuore dei discepoli: “Voi chi dite che io sia?” Ha bisogno che i discepoli siano in sintonia con lui, che abbiano con lui un “comune sentire”. Pietro prende la parola e, rispondendo per tutti, confessa la sua fede. E riceve subito la beatitudine. Pietro, e con lui quel modesto gruppo di discepoli, fa parte di quei “piccoli” ai quali il Padre rivela le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. E Simone, uomo come tutti, fatto di “carne e sangue”, nell’incontro con Gesù riceve una nuova vocazione, un nuovo compito, un nuovo impegno: essere pietra, ossia sostegno per tanti altri, con il potere di legare nuove amicizie e di sciogliere i tanti legami di schiavitù.
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Gesù, scrive Matteo, dalla regione della Galilea “si ritirò” verso le parti di Tiro e di Sidone (l’attuale Libano), antiche città fenicie, marinare e mercantili, ricche e floride, ma anche segnate da egoismi e ingiustizie soprattutto verso i poveri. Non a caso i profeti dell’Antico Testamento pronunciano diversi oracoli di sventura per tali città. Gesù si reca in questa regione e subito compare una donna “cananea”. E’ una pagana. Certamente ha sentito parlare bene di Gesù e non vuole perdere l’occasione per un intervento prodigioso sulla figlia. Giunta davanti a lui invoca l’aiuto per la figlia “indemoniata”. Nonostante l’atteggiamento indisponente di Gesù lei non desiste dal gridare aiuto. La sua insistenza provoca l’intervento dei discepoli. Analogamente all’episodio della moltiplicazione dei pani, essi vorrebbero che Gesù la congedasse: “Accontentala e mandala via”, gli suggeriscono. Ma Gesù risponde dicendo che la sua missione è limitata ad Israele. Quella donna per nulla rassegnata, prega una seconda volta e con parole essenziali ma pesanti come il dramma della figlia: “Signore, aiutami”. E Gesù risponde con una inaudita durezza: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cani!” Con l’appellativo di “cani”, nella tradizione biblica, ripresa dai testi giudaici, si allude agli avversari, ai peccatori e ai popoli pagani idolatri.
Ma la donna sfrutta alla lettera proprio questa espressione di Gesù e dice (così potremmo tradurre la frase): “Ma certo Signore! Infatti anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro signori!” Anche i cani, gli esclusi, si contentano delle briciole se gliele gettassero. Questa donna pagana osa resistere a Gesù; in un certo modo ingaggia una lotta con lui. Si potrebbe dire che la sua fiducia in quel profeta è più grande della resistenza del profeta stesso. E per questo Gesù risponde, infine, con una espressione inusitata nei Vangeli: questa è “grande fede”, non “poca fede”. Lo stesso elogio Gesù lo fece al centurione, ed erano ambedue pagani. Ancora una volta il Vangelo ci propone l’essenzialità della fiducia in Dio che libera dall’angoscia di confidare solo in se stessi e negli uomini. La fede di questa donna convinse Gesù ad operare la guarigione. Scrive l’evangelista: “Allora Gesù le replicò: ‘donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come tu desideri’. E da quell’istante sua figlia fu guarita”. Ad una fede come questa neppure Dio può resistere.
[22]Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. [23]Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. [24]La barca intanto distava gia qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. [25]Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. [26]I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «E’ un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. [27]Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». [28]Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». [29]Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. [30]Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». [31]E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». [32]Appena saliti sulla barca, il vento cessò. [33]Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!». [34]Compiuta la traversata, approdarono a Genèsaret. [35]E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati, [36]e lo pregavano di poter toccare almeno l’orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guarivano.
Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù invita i discepoli a salire sulla barca e a precederlo all’altra riva, mentre lui avrebbe congedato la folla. Alla fine, dopo che tutti (folla e discepoli) si sono allontanati, Gesù, da solo, sale sul monte a pregare. E una scena che si trova spesso nei Vangeli (evidentemente aveva impressionato non poco i discepoli e la prima comunità cristiana). Mentre la barca stava traversando il lago si scatena una tempesta. L’Evangelista sembra suggerire che senza Gesù è facile l’alzarsi dei venti e delle tempeste. In ogni caso, la notte, ogni notte, è sempre piena di paura. Ma viene l’alba. E mentre sorge il sole Gesù si avvicina ai discepoli, camminando sulle acque. La paura confonde le idee e lo sguardo dei discepoli; pensano sia un fantasma. Gesù si rivolge direttamente a loro: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” E subito esaudisce la preghiera di Pietro: “Vieni!” gli dice. Forse Pietro riconosce la voce del primo incontro sulla riva dello stesso lago e subito ancora una volta lascia la barca e le reti e va verso Gesù. E anche lui cammina sulle acque. La risposta fiduciosa e immediata alla chiamata del Signore fa compiere sempre miracoli. Arrivano però i dubbi e Pietro affonda. Sale di nuovo la preghiera e Gesù prende per mano il povero Pietro. Quel che conta è non staccarsi dal Signore e seguire sempre la sua voce.