(Testo di riferimento: Matteo 12,38-50 - La Bibbia)
Gesù aveva fatto grandi miracoli in mezzo al popolo ma i capi religiosi lo guardavano con sospetto, anzi lo disprezzavano.
Gesù aveva risposto duramente invitandoli a considerare molto bene il loro atteggiamento perché essi stavano disprezzando l'opera dello Spirito di Dio in mezzo a loro e questo avrebbe attirato il giudizio di Dio su di loro. Se rifiutavano Gesù, rifiutavano di fatto il piano di Dio per la loro salvezza...
E quale fu la loro risposta? Volevano che Gesù facesse un segno che dimostrasse la sua messianicità. Come se non ne avesse già fatti abbastanza...
Ne parliamo in questo ventinovesimo episodio della serie sul vangelo di Matteo.
Allora alcuni scribi e farisei presero a dirgli: «Maestro, noi vorremmo vederti fare un segno». Ma egli rispose loro: «Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona. Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell'uomo starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti. (Matteo 12,38-40)
Quante volte abbiamo sentito qualcuno dire: “Se Dio facesse un segno io crederei”. Purtroppo non è vero.
Gesù aveva fatto tanti segni di fronte alla sua generazione, eppure continuavano a chiederne. I segni non bastano mai per chi non vuole credere.
Ecco perché Gesù fu così duro con gli scribi e con i farisei che gli stavano chiedendo l'ennesimo segno, ignorando tutti i precedenti.
I segni che Gesù faceva avevano lo scopo di indicare alla gente il fatto che lui era il Messia (ovvero il Cristo) promesso ad Israele, ma fino a quel momento la maggioranza non lo aveva riconosciuto, e in particolare proprio i capi religiosi rappresentati da scribi e farisei. Nonostante tutti i segni che Gesù aveva già fatto, quella generazione lo stava di fatto rifiutando.
Ecco perché, a quel punto, Gesù indicò loro che rimaneva un solo segno che avrebbe dovuto convincerli, il segno definitivo, la sua risurrezione.
Gesù lo chiama “il segno di Giona”. Il profeta Giona era stato gettato nel mare agitato durante una tempesta fortissima. Dopo un tempo imprecisato in cui ha sperimentato la sensazione terribile dell’annegamento, come si legge in Giona 2:4-7, Dio lo fece inghiottire da un grosso pesce. Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti prima di risvegliarsi e di essere vomitato dal pesce sulla terraferma.
Gesù voleva far capire, alle persone che lo circondavano, che lui sarebbe passato attraverso un’esperienza paragonabile a quella di Giona. Sarebbe morto, sarebbe stato sepolto per tre giorni e tre notti e sarebbe poi risorto. Quello sarebbe stato il segno definitivo.
Come Giona fu un segno per gli abitanti di Ninive (capitale assira), i quali poi si convertirono alla sua predicazione, Gesù sarebbe stato un segno per la sua generazione.
Quando Giona andò a Ninive a predicare, tutti dal più grande al più piccolo, a partire dal re, si pentirono della loro malvagità. Essi presero Giona davvero come un inviato di Dio. In questo senso, Giona fu un segno per loro perché essi riconobbero che Giona parlava da parte di Dio. Non sappiamo se a Ninive era anche arrivata notizia dell’esperienza in mare di Giona, ma certamente questo potrebbe aver contribuito a convincerli a prendere Giona sul serio.
Gesù proseguì:
I Niniviti compariranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno,