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Giovani neet senza titoli di studio né lavoro, e aziende che invece cercano disperatamente e non trovano le professionalità per poter competere sul mercato. Tra le discrasie principali del mondo del lavoro di oggi c’è una divaricazione sempre più evidente tra la formazione degli studenti e ciò che effettivamente poi le aziende cercano sul mercato del lavoro. Eppure la scuola italiana avrebbe carte e numeri per competere con i principali sistemi di istruzione europee. Il punto allora, forse, è trovare una coesione finora difficile da ottenere tra lo studio e il lavoro. Un obiettivo che, direbbero gli americani, porta a un sistema win to win: maggiore soddisfazione professionale e maggiori risultati industriali.
Intelligenza artificiale, industria 4.0 e automatizzazione delle produzioni ruberanno il lavoro agli umani? La paura che accompagna ogni rivoluzione industriale, dalla scoperta del motore a carbone in poi, è che a maggiore presenza di macchine coincida un minore bisogno di braccia e di gambe. L’arrivo della tecnologia e dell’informatica alle porte di un’azienda, ha sempre costituito un bivio: se la lascio entrare può distruggermi, se la tengo fuori non sarò più competitivo. Ma il concetto è davvero così dicotomico?
C’è chi cerca lavoro e non ne trova, e finisce per rimanere disoccupato o per accontentarsi di mansioni precarie e occasionali. E poi ci sono aziende che per mesi, disperatamente, cercano candidati a cui offrire un contratto a tempo indeterminato per una posizione rimasta vacante. Sembra un paradosso, eppure il mondo del lavoro è tra quelli un cui, più di tutti, la dinamica tra domanda e l’offerta rischia di trovarsi totalmente capovolta
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