Silvio Vinci

Whipping Post - #2 13 gen 2026


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“Whipping Post” dei Factory (Mark IV) nasce così come dev’essere: in sala prove, in presa diretta, registrato al volo con uno Zoom portatile, senza rete e senza trucco. Non è un “take” da studio, è un documento di chimica in costruzione — e proprio per questo suona vero, urgente, quasi fisico.
L’attacco è subito dichiarazione d’intenti: Claudio Sanna pianta il tempo con un drumming nervoso ma controllato, più “spinta” che ornamento, e Chris Pain si incolla al kick con un basso rotondo, ipnotico, che tiene in piedi tutto il rito. È il classico binario che permette al brano di diventare trance blues: avanti, avanti, senza mai perdere la tensione.
Sopra, Davide Spanu lavora di cesello e di morsi: chitarra elettrica che alterna fendenti acidi e frasi più cantabili, come se stesse cercando il punto esatto dove la band “respira” insieme. E quando lo trova, lo sfrutta: i suoi interventi non stanno mai fuori dal quadro, sono sempre funzionali a far salire la pressione.
Il vero collante, però, è l’Hammond di Silvio Vinci: non fa solo tappeto, ma disegna correnti, risucchi e controcanti. È quell’organo che non si limita a colorare: spinge, risponde, provoca. Nei passaggi più densi sembra quasi aprire porte laterali al pezzo, tirandolo verso una psichedelia calda, da sala prove fumosa, dove il blues diventa visionario.
Antonio Miscali, voce e acustica, è l’elemento umano che rende tutto meno “cover” e più racconto: canta come se stesse guidando una manciata di musicisti in una stanza piccola, cercando l’incastro perfetto tra grinta e controllo. L’acustica dà il battito del cuore, una pulsazione continua che tiene la band ancorata mentre intorno si allarga la tempesta elettrica.
La cosa più bella è che si sentono i dettagli “non levigati”: piccole micro-variazioni di dinamica, sguardi musicali, mezze esitazioni che diventano immediatamente slancio. È lì che nasce il Mark IV: non nell’esecuzione perfetta, ma nell’istante in cui cinque personalità trovano lo stesso passo e decidono di crederci insieme.
Risultato: un “Whipping Post” vigoroso, sporco al punto giusto, più jam che replica, più laboratorio che vetrina. Un take che non chiede permesso: ti prende e ti trascina, come un fiume in piena — e ti lascia addosso la sensazione che questa nuova formazione stia già trovando la sua firma.
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