Umberto Bossi è morto. Ed è bene ricordare che non è stato solo un leader politico, ma anche un fondamentale punto di rottura nel linguaggio del potere in Italia. Il parere di ALESSANDRO SORANI, Esperto di comunicazione e titolare del laboratorio di comunicazione pubblica a scienze politiche
Prima di Bossi la politica italiana parlava “verso l’alto”. Lessico istituzionale, costruzioni complesse, una distanza quasi rituale tra chi parlava e chi ascoltava.
Bossi fa saltare tutto questo, porta la politica “a terra”. Parla come si mangia, semplifica, taglia. Spesso sporca il linguaggio, lo rende ruvido, a tratti brutale.
Molti lo hanno considerato un abbassamento, mentre in realtà è stato uno spostamento.
Non cercava di elevare l’elettore al linguaggio della politica. Ha fatto l’opposto: ha portato la politica dentro il linguaggio dell’elettore.
È una rivoluzione comunicativa che oggi è diventata normalità.
Non è solo questione di parolacce. Quelle sono la superficie, il dettaglio che scandalizza e distrae (anche se oramai non più).
Il punto vero è un altro: Bossi rompe il filtro.
Introduce un’idea nuova, pericolosa e potentissima, che l’autenticità percepita conta più della forma.
E questo cambia tutto.
Cambia il modo di costruire consenso, cambia il rapporto tra leader e pubblico e cambia persino ciò che consideriamo “dicibile”.
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