America Week

America Week

By Agenzia di Stampa ITALPRESSNewsNews Commentary
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America Week episodes

  • America Week - Episodio 76
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Per mesi Donald Trump ha ripetuto agli americani che la guerra contro l’Iran era praticamente vinta. L’Iran era stato “annientato”. Il suo esercito “distrutto”. Il programma nucleare “obliterato”. Teheran, secondo Trump, implorava un accordo. Eppure, dopo quasi cinque mesi di guerra, l’Iran continua a combattere. Lo Stretto di Hormuz resta paralizzato, gli Houthi in Yemen hanno riaperto il fronte del Mar Rosso, il petrolio ha superato nuovamente i cento dollari al barile e altri soldati americani sono tornati a casa nelle bare. Se l’Iran è stato davvero annientato, come può ancora colpire basi, navi e alleati degli Stati Uniti? La risposta è semplice: Trump continua a mentire agli americani perché non vuole ammettere di avere iniziato una guerra senza un vero piano per terminarla.

    xo9/sat/gsl
    6 min
  • America Week - Episodio 75
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Donald Trump non ha parlato del passato. Ha parlato del futuro.
    Formalmente il Presidente degli Stati Uniti ha dedicato il suo raro discorso televisivo alle elezioni del 2020, tornando ancora una volta a sostenere, senza prove riconosciute dalle autorità e dai tribunali, che gli siano state rubate. Ma in realtà il vero messaggio era rivolto alle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Trump ha definito il sistema elettorale americano "così rotto e così vulnerabile che nessuno può difenderlo". Ha accusato membri del cosiddetto deep state di aver "nascosto e minimizzato l'entità delle interferenze della Cina", presentando nuovi documenti dell'intelligence appena desecretati che dovranno ora essere analizzati e verificati.
    xo9/fsc/gtr
    7 min
  • America Week - Episodio 74
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Ci sono settimane in cui Donald Trump non riesce a ottenere nulla di ciò che vuole. E poi ci sono settimane come questa, in cui ottiene quasi tutto. Eppure il mondo appare più instabile di prima. È il paradosso degli Stati Uniti che hanno appena compiuto 250 anni. Al vertice della NATO di Ankara Trump ha fatto ciò che sa fare meglio: provocare, umiliare gli alleati e monopolizzare la scena. Ma, al di là dello stile, ha raggiunto un risultato concreto: gli europei hanno accettato di aumentare drasticamente la spesa per la difesa, proprio come Washington chiedeva da anni.
    col3/gsl (Video di Stefano Vaccara)
    6 min
  • America Week - Episodio 73
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Il 4 luglio gli Stati Uniti celebreranno il 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza. Un traguardo che avrebbe dovuto rappresentare un momento di unità nazionale. E invece arriva nel momento in cui l'America appare più divisa non soltanto sul proprio futuro, ma perfino sul proprio passato.
    Perché gli Stati Uniti sono un Paese diverso da quasi tutti gli altri. Non nascono da un'etnia, una lingua o una religione comune. Nascono da un'idea: che il potere non appartenga a un re, ma ai cittadini; che tutti gli uomini siano creati uguali e che i diritti dell'individuo precedano quelli dello Stato. È questa l'idea rivoluzionaria contenuta nella Dichiarazione d'Indipendenza del 1776. Ed è proprio per questo che la domanda più importante, oggi, è forse la più semplice: può sopravvivere un Paese nato da un'idea quando quell'idea non è più raccontata nello stesso modo? A porsi questa domanda è un importante saggio pubblicato da The Atlantic e firmato da Yoni Appelbaum. L'autore osserva come gli Stati Uniti siano arrivati al loro 250° compleanno senza riuscire più a condividere una narrazione comune della propria storia.
    mgg/gtr
    (Video di Stefano Vaccara)
    7 min
  • America Week - Episodio 72
    NEW YORK (ITALPRESS) - La politica americana questa settimana è stata scossa da due terremoti. Da una parte Donald Trump, sempre più nervoso, sempre più isolato dentro il suo stesso partito, anche se ancora protetto da una Corte Suprema che continua a concedergli vittorie decisive sull'immigrazione. Dall'altra il Partito Democratico, che mentre vede Trump traballare non riesce però a presentarsi come un'alternativa compatta. Anzi: da New York arriva una scossa politica che fa tremare l'establishment democratico quasi quanto Trump fa tremare quello repubblicano.
    xo9/fsc/gtr
    7 min
  • America Week - Episodio 71
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – C’è una parola che questa settimana è risuonata più di ogni altra attorno all’accordo tra Stati Uniti e Iran: humiliation. Umiliazione. Donald Trump era arrivato al G7 in Francia convinto di poter finalmente cambiare la narrazione della sua presidenza. Dopo mesi dominati dalla guerra con l’Iran, dallo scandalo Epstein e da sondaggi in calo, il memorandum firmato con Teheran doveva essere il suo grande ritorno: il presidente che aveva promesso di chiudere la guerra e riportare stabilità in Medio Oriente. Invece si è trovato al centro di una nuova tempesta.
    Le critiche non arrivano soltanto dai democratici. Arrivano da falchi repubblicani, commentatori conservatori e perfino da tradizionali sostenitori di Israele. L’accusa è semplice: dopo tre mesi di guerra, migliaia di morti e miliardi di dollari spesi, gli Stati Uniti ottengono più o meno ciò che avevano prima del conflitto, mentre l’Iran riceve nuove aperture economiche, investimenti internazionali e un graduale alleggerimento delle sanzioni.

    xo9/sat/gtr
    6 min
  • America Week - Episodio 70
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - C'è una parola che descrive meglio di ogni altra la settimana politica americana: accerchiamento. Donald Trump appare sempre più assediato da crisi che non riesce a scacciare, e la Casa Bianca ricorda sempre più Little Big Horn: il generale Custer circondato dai guerrieri Lakota, Cheyenne e Arapaho che stringono lentamente il cerchio. La differenza è che i nemici di Trump non arrivano tutti dalla parte avversa. Alcuni stanno emergendo dal suo stesso campo.

    xo9/sat/gtr
    5 min
  • America Week - Episodio 69
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Questa settimana a Washington Donald Trump è apparso sempre più debole. Ma attenzione: un Trump più debole non è necessariamente meno pericoloso. Anzi, può diventarlo di più. Il presidente sembra sempre più ossessionato dai suoi nemici, sempre più deciso a usare lo Stato come un'estensione del proprio potere personale. E il Partito Repubblicano, che per anni ha obbedito quasi senza fiatare, comincia finalmente a mostrare qualche crepa. Non una rivolta. Ma qualcosa che le assomiglia. Il caso più clamoroso riguarda il fondo da 1,8 miliardi di dollari che l'amministrazione voleva creare per compensare le presunte vittime della cosiddetta "weaponization" della giustizia. In pratica, un fondo che molti critici considerano destinato a premiare alleati politici e fedelissimi di Trump. I democratici hanno tentato di bloccarlo al Senato e tre repubblicani si sono uniti a loro. Non è bastato. La proposta è stata respinta. Ma il dato politico resta: perfino dentro il Gop c'è chi comincia a parlare apertamente di abuso di potere e di rischio costituzionale. La frattura più significativa riguarda però la guerra con l'Iran.

    xo9/fsc/gtr
    6 min
  • America Week - Episodio 68
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - A sei mesi dalle elezioni di midterm, bisogna chiedersi: Donald Trump sta scegliendo candidati per vincere il Paese o sta costruendo un partito sempre più fedele a lui, anche a costo di perdere il Congresso? Il caso Texas ci offre un indizio. Per mesi l'establishment repubblicano ha cercato di fermare Ken Paxton, il procuratore generale texano travolto negli anni da scandali e considerato da molti dirigenti del GOP un candidato disastroso per le elezioni generali. Poi è arrivato l'endorsement di Trump e la partita è finita. Paxton ha travolto il senatore John Cornyn con quasi trenta punti di vantaggio. Subito dopo la vittoria, gli stessi repubblicani che definivano Paxton inadatto e un rischio per il partito si sono precipitati a sostenerlo. Non perché abbiano cambiato idea. Perché non hanno scelta. Perdere il Texas contro il giovane democratico James Talarico significherebbe mettere a rischio il controllo del Senato. Sarebbe una catastrofe politica per il GOP. Eppure Trump ha preferito il candidato più fedele al candidato più eleggibile. Trump continua a controllare circa il 70 per cento dell'elettorato repubblicano. Nelle primarie basta e avanza. Nelle elezioni generali, però, serve anche il restante 30 per cento fatto di moderati, indipendenti e conservatori meno ideologici.
    xo9/fsc/azn
    6 min
  • America Week - Episodio 67
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - Nel bene o nel male, tutto deve ruotare attorno a Donald Trump. Anche questa settimana, il presidente è riuscito a imporre all'America i suoi temi. Ma qualcosa, forse, si sta incrinando. Il caso esploso a Washington è clamoroso. I senatori repubblicani hanno bloccato il voto sul piano immigrazione dopo la rivolta interna contro il nuovo fondo creato dal Dipartimento di Giustizia guidato da Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump. Un fondo da 1,8 miliardi di dollari destinato a risarcire chi sostiene di essere stato “perseguitato politicamente” dal governo federale. Tradotto: potenzialmente anche gli assalitori del Congresso del 6 gennaio. Persino senatori fedelissimi hanno parlato di “errore galattico”. John Thune, leader repubblicano del Senato dal South Dakota, ha dovuto rinviare tutto. Perché il problema ormai è politico: i repubblicani sanno che una cosa sono le primarie controllate da Trump, un’altra le elezioni di midterm del prossimo novembre.
    xo9/fsc/gtr
    6 min

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Rubrica di Stefano Vaccara da New York che analizza e commenta l’attualità americana.