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Nel corso degli anni Trenta, nell’America segnata dal crollo di Wall Street nel 1929 e dalla successiva Grande Depressione, l’arte ripiegò su temi e stili regionali, ritornando alle radici più intimiste della propria tradizione. I maestri delle Avanguardie, in fuga dal nazismo, avevano già iniziato la loro diaspora oltreoceano. La loro presenza negli Stati Uniti pose le basi per la nascita dei nuovi movimenti artistici del secondo dopoguerra, ispirati alle sperimentazioni del primo Novecento. Non impedì, tuttavia, l’affermazione di una corrente artistica figurativa che oggi la critica identifica come Realismo americano, nell’ambito della quale gli artisti amarono raccontare di sé e della loro gente. Edward Hopper.
In verità, il termine “Realismo” non è poi così appropriato, in questo caso, giacché le opere americane degli anni Trenta descrivono, sì, la povertà, la crisi economica, le difficoltà degli americani, la tristezza della loro vita di città, ma lo fanno in modo molto evocativo, con immagini spesso permeate di suggestivi simbolismi e certamente non con il linguaggio crudo e schietto della contemporanea fotografia giornalistica. Il tono pessimistico delle loro opere, animate da personaggi silenziosi e soli, spesso bloccati in spazi claustrofobici, ha qualcosa di “poetico” e “letterario” che lo distingue dal semplice racconto, della semplice rappresentazione dei fatti. La pittura di questi artisti è, insomma, una dolente riflessione sugli esiti fallimentari della modernità.
La guerra, con i suoi orrori così esplicitamente svelati da reportages e documentari, non migliorò gli umori e non alimentò facili speranze. Fu così che il cosiddetto Realismo americano, negli anni Quaranta e Cinquanta, continuò a mostrarci quanto l’uomo contemporaneo fosse ancora smarrito, costretto ad abitare in un mondo a lui familiare eppure estraneo, consapevole di essere solo, anche se circondato dai suoi simili, soli come lui.
Hopper
Il pittore figurativo più importante, e certamente il più conosciuto, dell’America degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta fu Edward Hopper (1882-1967). Formatosi nelle scuole d’arte locali, nello Stato di New York, Hopper si recò in Europa, dove venne in contatto prima con i pittori impressionisti e simbolisti (Degas fu sempre un suo modello di riferimento) e successivamente con gli artisti delle Avanguardie, dei quali, tuttavia, non condivise né le teorie né le ricerche. Egli riteneva che l’arte dovesse essere figurativa, che dovesse in qualche modo rappresentare la vita, la realtà quotidiana, sia pure con le sue miserie, sia pure nella sua pochezza.
Tornato stabilmente negli Stati Uniti (che non avrebbe più abbandonato), Hopper iniziò una carriera fortunata, che lo avrebbe posto a capo della cosiddetta scuola realista americana: ruolo che egli, tuttavia, non riconobbe mai, non trovando nulla di veramente realistico nei suoi dipinti, così assemblati di ricordi e di illusioni.
«Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo», usava dire. Risalgono agli anni Trenta-Quaranta i suoi primi celebrati capolavori, già saturi di suggestioni. L’artista dipingeva solitarie vedute urbane, case isolate, strade deserte, negozi vuoti, cinema e teatri privi di pubblico. O, ancora, locali notturni, come nel caso di Nottambuli, forse una delle sue opere più note, a proposito della quale Hopper scrisse: «Nottambuli rispecchia la mia immagine di una strada nella notte […]. Ho semplificato molto la scena e ho ingrandito il ristorante. Probabilmente ho inconsciamente dipinto la solitudine di una grande città».
Talvolta, singole figure, in genere femminili, si muovono in questi spazi quasi metafisici. Quando i personaggi sono più di uno, difficilmente comunicano fra di loro. Abulici o malinconici, altre volte inquieti, talvolta rasserenati, sempre e comunque immersi nel silenzio,