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Prima di essere uccisa ad Auschwitz, Friedl Dicker-Brandeis compì un gesto straordinario: nascose migliaia di disegni realizzati dai bambini del campo di Terezín, salvandone la memoria.
Artista, educatrice e maestra di Edith Kramer, Friedl credeva nel potere dell'arte anche nei luoghi più disumani.
In questa puntata ripercorriamo la sua storia, il suo coraggio e un'eredità che ancora oggi ci ricorda quanto l'arte possa diventare uno strumento di espressione, resistenza e dignità.
Da bambini disegnavamo senza pensarci troppo. Poi, crescendo, molti di noi hanno smesso. Perché?
In questa pillola esploriamo la psicologia dietro la paura di sbagliare, il giudizio degli altri e la convinzione di non essere abbastanza bravi.
E se non avessimo perso la creatività, ma soltanto la fiducia di poterla esprimere? 🎨
Cosa significa crescere con la sindrome di Tourette e sentirsi costantemente osservati dagli altri?
Alfredo Troise è un artista napoletano che ha trasformato la propria storia in arte. In questa puntata parliamo della sua infanzia, della diagnosi, degli sguardi e degli occhi che popolano le sue opere, fino a ciò che per lui l’arte è diventata: cura.
Una conversazione intima su cosa significa passare dall’essere osservati al sentirsi, finalmente, visti.
Quanto è rassicurante avere la sensazione che sia tutto sotto controllo?
Sapere cosa succederà, organizzare, prevedere, evitare gli imprevisti. Ma cosa accade quando qualcosa sfugge ai nostri piani?
In questa puntata di Arteterapia in pillole parliamo del bisogno di controllo e di alcuni concetti che possono aiutarci a comprenderlo meglio: intolleranza dell’incertezza, paura dell’errore e perfezionismo.
E poi entriamo nello spazio dell’arteterapia, dove anche un materiale che si comporta diversamente da come avevamo immaginato, una macchia imprevista o un risultato che non corrisponde alle nostre aspettative possono diventare occasioni per osservare come reagiamo quando non possiamo decidere tutto in anticipo.
Perché l’obiettivo non è imparare a “lasciare andare” a tutti i costi.
Forse la domanda più interessante è un’altra: cosa succede dentro di noi quando non possiamo controllare ciò che accadrà?
Prima di diventare una delle grandi pioniere dell’arteterapia, Edith Kramer era un’artista.
Dalla Vienna degli anni ’30 all’incontro con Friedl Dicker-Brandeis, dal lavoro con i bambini rifugiati alla fuga negli Stati Uniti, fino all’esperienza alla Wiltwyck School for Boys: in questa puntata ripercorriamo la storia della donna che ha contribuito a mettere il processo creativo al centro dell’arteterapia.
Parleremo di Arte come Terapia, sublimazione, materiali artistici, “terza mano” e di una domanda che attraversa tutto il pensiero di Kramer:
e se il valore terapeutico dell’arte non fosse soltanto in ciò che realizziamo, ma in quello che accade dentro di noi mentre lo stiamo creando?
Una puntata per conoscere la storia di Edith Kramer, ma anche per capire un po’ più a fondo che cosa succede davvero in arteterapia.
Il trauma dei rifugiati di guerra non è un singolo evento, ma una condizione continua fatta di paura, perdita e allerta costante.
In questa puntata esploriamo cosa accade nel corpo e nella mente quando il trauma diventa complesso e perché, in questi casi, la parola non basta.
Parliamo di memoria sensoriale, finestra di tolleranza e del ruolo dell’arteterapia come spazio di regolazione, espressione e ricostruzione del Sé dopo la guerra.
Il lutto nell’infanzia è un dolore che spesso non si vede, ma che lascia tracce profonde nel corpo e nelle routine. In questa puntata esploriamo come i bambini comprendono la morte nelle diverse fasi di sviluppo, come vivono le emozioni legate alla perdita e perché l’arteterapia diventa un linguaggio sicuro quando le parole non bastano. Parleremo di espressione, contenimento e ricostruzione emotiva attraverso il disegno, i simboli e piccoli rituali creativi capaci di accompagnare i più piccoli in un momento delicato della loro vita.
Mattia ha sessant’anni ed è detenuto in una casa circondariale.Quando entra per la prima volta in atelier non sa cosa aspettarsi, ma nel tempo l’arteterapia diventa per lui uno spazio di regolazione, rifugio e riconnessione con sé stesso.
In questa puntata racconto il percorso di Mattia, nato durante il mio tirocinio in carcere: i materiali che sceglie, le immagini che ritornano nei suoi disegni — montagne, mare, animali — e il modo in cui l’arte lo aiuta a contenere ansia, tensione e vissuti profondi. Una storia reale che mostra come l’arteterapia, anche in un contesto di forte privazione, possa sostenere l’identità e aprire spazi interiori di cura.
Il carcere non priva solo della libertà fisica, ma anche di identità, tempo e possibilità di scelta. Ansia, stress e isolamento diventano parte della quotidianità di molte persone detenute. In questa puntata parliamo di arteterapia in carcere: di cosa accade alla mente e al corpo in un ambiente di forte privazione e di come l’arte possa diventare uno spazio di contenimento, espressione e respiro.
Un’introduzione al lavoro arteterapeutico nel contesto detentivo, prima di entrare, nella prossima puntata, in una storia concreta.
Hai mai notato come le mani sappiano calmare la mente?
In questo episodio parliamo del potere delle mani: disegnare linee lente, modellare argilla, sfregare un tessuto - gesti semplici che ci riportano al corpo.
Il movimento ripetitivo e il tatto inviano al sistema nervoso segnali di sicurezza; si attiva il nervo vago, il respiro si distende e la tensione diminuisce. Non serve essere “bravi” a disegnare: è un atto di cura.
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