Sgualdrine, donne di malaffare, "buone donne", pu**ane, migno**e (...) !
Per omaggiare la giornata contro la violenza sulle donne, ho registrato un episodio apposito, dedicato non in particolare alla violenza, ma ad un topic ultimamente molto discusso, ovvero, il linguaggio, cosa sia giusto o meno mutare al femminile. Durante questa puntata, in cui analizzo le varie infamie riservate a noi donne, e solo a noi, e la immane difficoltà di trasformare al femminile professioni o incarichi (ma non altrettanto difficile risulta la tendenza a calunniarci con 645 lessemi puramente femminili), si arriverà ad una amara conclusione, e anche ad un domanda fondamentale: dato che l'italiano ha onorato noi donne di una gamma così vasta di infamie, e di accezioni, perché privarci del lusso di chiamarci con la denominazione della nostra professione al femminile?
Fonti: DELI (Manlio Cortelazzo, Paolo Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, n. ed., a cura di Manlio Cortelazzo e Michele A. Cortelazzo, Bologna, Zanichelli, 1999). Vocabolario degli Accademici della Crusca: «Nome generico della femmina della spezie umana» (dalla 1. ed., del 1612, alla 4. ed., 1728-1739; fino alla 3. ed., 1691, si aggiunge però la specificazione: «ma si dice più propriamente di quella, che abbia, o abbia avuto marito») e, nella 5. ed. (1863-1923), «Nome della femmina della specie umana». Da rilevare che la voce femmina è via via definita come: «Quell’animale così ragionevole, come bruto, che concorre col maschio, come recipiente, sesso» (...); (dalla 2. ed., 1623, alla 4. ed., che aggiunge «e più spezialmente si usa per donna»); «L’animale di sesso opposto a quello del maschio, destinato a concepire e partorire il feto, o a mandar fuori le uova».
Intro-Outro musicale: Sweeter Vermouth Kevin MacLeod Licensed under Creative Commons: By Attribution 3.0 License