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🔘 Le PEGGIORI SCONFITTE a TAVOLINO della storia del calcio 🔘 Il campionato 2020/2021 in poco più di due mesi ha già visto succedere di tutto o quasi. Tra giocatori positivi al Covid, esami di italiano “semplificati” per top player e partite decise a tavolino, il calcio è stato protagonista più fuori che dentro il rettangolo verde. Per esempio il caso del romanista Diawara. Lo scorso 19 settembre, per l’anticipo della prima giornata, i capitolini sono di scena al “Bentegodi”. L’avversario è l’Hellas di Juric e il match finisce 0-0. Un buon punto in una trasferta insidiosa, che però, nel giro di un giorno, viene trasformato in sconfitta. Il ragazzo con la maglia 42, infatti, era stato schierato per quasi 90 minuti, nonostante fosse fuori dalla lista consegnata dai giallorossi. Il Giudice Sportivo assegna il 3-0 a tavolino ai veneti che così si guadagnano i primi tre punti in classifica. Passano due settimane ed e’ in programma Juventus – Napoli. La storia è nota: l’ASL campana blocca la squadra di Gattuso che a Torino non si presenta. Dopo dieci giorni di attesa, ecco arrivare la sentenza: 3-0 per i bianconeri piu’ un punto di penalizzazione per gli azzurri. Le polemiche impazzano, ma il pallone, nel corso della sua ultracentenaria storia, ha vissuto match con situazioni molto più particolari. Talmente particolari da richiedere l’intervento della Giustizia Sportiva.
🔵 ALESSANDRO NESTA 13 ||| Il DIFENSORE che ha cambiato il RUOLO 🔵 Quando da piccoli abbiamo calpestato per la prima volta l’erba di un campo di calcio, ognuno di noi si è fatto guidare dall’istinto. C’è chi si è diretto a difendere i pali della porta, chi ha portato palla e senza pensarci l’ha scagliata dentro la rete avversaria e chi si è fermato a pochi metri di distanza dal limite dell’area, con le spalle rivolte alla propria porta per attendere l’attaccante da affrontare. Ognuno di noi in quel preciso istante ha fatto una scelta. Ora sono pronto a scommettere con voi. Sono sicuro che se vi dovessi chiedere: «Secondo voi Alessandro Nesta, il primo in giorno in cui è sceso in campo, dove decise di schierarsi?» rispondereste quasi tutti nella maniera sbagliata. Il piccolo Sandro, infatti, da bambino fino alla Primavera della Lazio sceglie di ricoprire il ruolo di centrocampista. In qualche occasione, data la sua tecnica sopraffina, viene anche schierato come ala destra. Solo dal 1993, dopo essere stato aggregato alla prima squadra a diciassette anni, comincia a lavorare per apprendere conoscenze specifiche in altri ruoli. Il colpo di scena, il primo di questa incredibile storia, accade il 13 marzo 1994. Dino Zoff, mister della Lazio, lo fa esordire come terzino destro al minuto settantotto di contro l’Udinese. È l’inizio della leggendaria carriera del calciatore che riscriverà le regole del gioco.
📀 FRANCESCO TOTTI ||| L' esordio del PRESCELTO 📀 È il 28 marzo 1993. La Roma sta per scendere in campo a Brescia. È la 25 esima giornata di campionato e la stagione dei giallorossi è praticamente segnata. Sono noni a 26 punti. Il Milan è ormai imprendibile e nella capitale i tifosi sono scontenti. Tutti si aspettavano una grande annata dopo che in panchina si è seduto il mitico Boskov, colui che era riuscito nell’impresa di conquistare uno scudetto, una coppa delle coppe e due coppe Italia con la Sampdoria. Il secondo tempo di quella gara non regala grandi emozioni, il risultato è già scritto e tutti attendono solo il triplice fischio. I tifosi probabilmente stanno guardando la partita con poco interesse. La realtà è che sta per accadere qualcosa. Qualcosa che gli addetti ai lavori stavano aspettando. Nell’ambiente tutti sanno che c’è un giovane che sta dando spettacolo con la primavera e sono curiosi di vedere se è pronto per il grande salto. All'88 esimo minuto sta per entrare, quel ragazzino ha solo 16 anni. Poco tempo prima era semplicemente un bambino timido, quasi spaventato dal confronto con gli adulti ed ora sta per debuttare tra i professionisti. Qualcuno lo guarda incuriosito, ma nessuno sa che quel biondino diventerà la più grande bandiera della storia della lupa.
🔵 Millwall ||| La tifoseria più temuta d'Europa 🔵 “No one likes us, we don’t care”, “Non piacciamo a nessuno, ma non ci interessa”. Dobbiamo partire da qui, da quel motto cantato a squarciagola sulle note di Sailing di Rod Stewart che molti tifosi hanno tatuato sulla loro pelle, per capire davvero cosa significhi essere del Millwall. Una squadra che non ha mai vinto un trofeo, che ha disputato solo 2 stagioni nella prima divisione inglese, tra il 1988 e il 1990, e che ha passato la maggior parte della sua storia fra la seconda e la terza serie del campionato britannico. Ma che nonostante tutto ciò, è conosciuta in ogni angolo del pianeta. Perché se sei un Millwall sai di non piacere a nessuno, sai che sarai destinato ad essere diverso, emarginato, unico. Facciamo qualche passo indietro, siamo nella Londra vittoriana di fine ‘800, dove in mezzo al boom economico e artistico della Belle Époque caratterizzato da stabilità, floridezza economica ed espansione commerciale e coloniale, c’è spazio anche per un maniaco assassino con una fissa per le prostitute: è chiamato Jack lo squartatore e agisce a pochi km di distanza dalla Isle of dogs, l’Isola dei cani, dove nel 1885 nasce il Millwall Rovers.
❌MINO RAIOLA ||| Da CAMERIERE a RE DEL MERCATO❌ Siamo in Inghilterra, nel bel mezzo di una conferenza stampa organizzata da un ex giocatore di rugby. Ospite d’onore Alex Ferguson che sta rispondendo alle domande dei ragazzi. Ad un certo punto l’ex allenatore dello United esclama “È un sacco di merda”. Tutti i presenti in sala scoppiano ridere, ma non il manager scozzese che rimane impassibile. Anzi sembra quasi essere irritato. Non per la domanda del ragazzo, ma al solo pensiero dell’uomo di cui sta parlando. Non è da lui. Chiunque ascolti per la prima volta queste parole si domanderà sicuramente di chi si tratta. Chi è quella persona che gli ha fatto pronunciare quella frase? Perché Sir Alex, uno dei più grandi allenatori della storia del calcio, è sempre stato un signore dentro e fuori dal campo. Quasi mai una parola fuori posto, sobrio ed elegante.E allora chi è quest’uomo che lo fa adirare a tal punto da perdere il suo aplomb? É un italo-olandese che nel 1985, mentre Ferguson si apprestava a vincere il suo terzo campionato scozzese con l’Aberdeen, che lo avrebbe poi proiettato sulla panchina dei Red Devils, serviva ai tavoli di un ristorante italiano in Olanda. Si, avete capito bene, un semplice cameriere. Un cameriere che con il passare degli anni, grazie alle sue incredibili capacità diventerà una delle persone più potenti del mondo del calcio. Simon Kuper, giornalista del Financial Times lo descrive così “Un grasso e occhialuto italo-olandese è forse il più influente tra gli agenti del calcio mondiale”. Stiamo parlando ovviamente di Mino Raiola.
Il 24 novembre 2019 il direttore sportivo della Juventus Fabio Paratici è in tribuna al Dall’Ara per assistere a Bologna-Parma. Gli bastano appena 17 minuti perché la sua attenzione venga catturata: Dejan Kulusevski con un sinistro a giro piazza di prima intenzione la palla in un angolo impossibile per Skorupski. Chiuderà la partita con 7 conclusioni tentate, 5 dribbling, 2 passaggi chiave e 1 palo colpito da posizione simile. Man of the match a mani basse e biglietto da visita lasciato nel taschino di Paratici. In realtà le prime settimane dello svedese in Serie A erano state letteralmente impressionanti. A fine settembre a 19 anni e 5 mesi, Kulusevski risultava il più giovane giocatore dei top 5 campionati europei ad aver partecipato attivamente ad almeno 4 gol, con 1 rete e 3 assist. A metà ottobre aveva fornito 5 assist in appena 8 partite, la metà di quanti ne aveva regalati nell’intera stagione precedente nella quale aveva vinto il campionato Primavera con l’Atalanta. Tuttavia il suo impatto destabilizzante con il calcio italiano e con quello professionistico in generale, non va ricercato nei numeri in campo, nei numerosi record di precocità già battuti e nemmeno nei 35 milioni di euro più 9 di eventuali bonus che la Juventus ha deciso di spendere quando ancora sembrava un investimento a scatola chiusa, ma piuttosto nella sensazione che sia un giocatore già fatto e finito.
La sera del 25 agosto 2010. Siamo al Camp Nou e si sta per disputare una partita importantissima. Non è quella che si svolge in campo per il trofeo Gamper tra il Barcellona e il Milan, la classica sfida estiva in onore dello storico fondatore del club catalano, ma quella che avviene tra gli spogliatoi e i corridoi dello stadio. I protagonisti di quella notte fondamentalmente sono 3 e sono giocatori che hanno scritto pagine importantissime di questo sport: Ronaldinho, Ibrahimovic e Andrea Pirlo. Tre fenomeni che stanno vivendo momenti completamente differenti della loro carriera e che durante quella sera hanno la possibilità di riscrivere la storia. Quella serata ha rappresentato uno snodo cruciale per gli assetti futuri del calcio europeo.
“Sono anni che al Barcellona non c’è un progetto e provano a tappare buchi per salvare la stagione in corso”.
Questa secondo noi è la frase chiave pronunciata da Leo Messi nell’intervista a Goal Espana dopo il burofax inviato al Barcellona. Uno dei tanti schiaffi che la Pulce ha dato al presidente Bartomeu e alla dirigenza attuale, ma sicuramente anche il più utile per capire davvero i motivi che si nascondono dietro la crisi del Barça e soprattutto la sua scelta di lasciare il club al quale aveva giurato amore eterno. Il 25 novembre 2012, durante Levante-Barcellona, al minuto 14 Dani Alves si fa male. Tito Vilanova manda in campo al suo posto Martin Montoya facendo entrare La Masia, lo storico settore giovanile del Barça, per sempre nella storia del calcio. Per la prima volta il Barcellona schiera 11 canterani su 11 e spazza via 4-0 il Levante in trasferta. Il punto più alto del vivaio blaugrana, la perla nata nel segno di Johan Crujff e resa leggendaria da Pep Guardiola, che nel 2010 aveva visto 3 suoi figli dominare il podio del Pallone d’oro. Xavi, Iniesta e Messi, prodotti de La Masia, così come 9 dei 23 Campioni del Mondo in Sud Africa lo stesso anno. Reina, Victor Valdes, Puyol, Piqué, Busquets, Xavi, Iniesta, Fabregas e Pedro. La filosofia della cantera del Barcellona ha costruito le fondamenta della generazione più dominante e longeva di sempre, sia a livello di club che di Nazionale. Una macchina perfetta, che ha però bisogno di grande coraggio e attenzione per funzionare. Due elementi che negli ultimi 10 anni sono mancati e i risultati disastrosi della prima squadra non sono altro che lo specchio fedele di ciò che è accaduto al settore giovanile del Barça. Come si è passati da schierare 11 canterani nel 2012 contro il Levante a 0 nel 2018 contro il Celta Vigo? Come è stato possibile non leggere neanche un nome di giocatori cresciuti nel vivaio blaugrana nella lista dei convocati per l’ultimo Europeo Under 21 vinto dalla Spagna? Prima di dare risposte a queste domande scomode, dobbiamo conoscere a fondo la storia e i segreti de La Masia del Barcellona.
Dietro ad una partita di calcio c’è un percorso di anni, di prove, di errori. Lo sport che amiamo si è evoluto sotto tanti aspetti ed uno dei più importanti è stata l’introduzione di nuove regole. Per esempio oggi per noi è normale assistere alla pressione di un attaccante che prova a rubare palla al portiere, dopo che quest’ultimo ha ricevuto il retropassaggio dal proprio difensore. La realtà è che fino al 1992 non era così. Infatti, fino a quel momento l’estremo difensore aveva la possibilità di raccogliere il passaggio del difensore e giocarla con le mani. Una situazione che permetteva alle squadre di fare melina negli ultimi minuti di gioco per portare a casa il risultato. Per evitare questo Fifa e Uefa si sono dovute adattare introducendo l’abolizione del retropassaggio al portiere. Quella regola cambiò la storia del calcio, trasformando di conseguenza anche il ruolo del numero uno. Luca Marchegiani in un’intervista ricorda quel momento “Ci trovammo spiazzati, capimmo subito la portata del cambiamento e abituarsi non fu semplice. Oggi i ragazzi imparano a usare bene i piedi fin da piccoli”. Quella direttiva ha permesso al calcio di entrare nel futuro. Un futuro al quale ora stiamo assistendo e che incorpora ancora una norma che, tra tutte quelle che sono state inserite e tentate, è sicuramente tra le più influenti di sempre. Stiamo parlando dell’introduzione dei cartellini.
Guardando il percorso professionale del tecnico tedesco la domanda sorge spontanea: come si può passare da essere considerati uno degli allenatori più perdenti della storia ad essere considerati uno dei migliori di sempre? La risposta si può individuare solamente analizzando l'incredibile carriera di Jurgen Klopp.
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