Cronache Stories

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By Cronache di spogliatoioSportsSoccer
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Cronache Stories episodes

  • IL FALLO KILLER su MARADONA ||| La storia del MACELLAIO di BILBAO
    Se provate ad entrare in casa di un qualsiasi giocatore in pensione, è praticamente certo che troverete una stanza le cui pareti sono decorate di medaglie e riconoscimenti. Ricordi dei loro giorni passati sul rettangolo verde mostrati con grande orgoglio. Sono il lascito delle loro carriere che vengono inevitabilmente erose dal tempo. Tutti hanno un oggetto che amano più rispetto ad altri. Esiste però un calciatore il cui cimelio più prezioso non è un trofeo ma un paio di scarpini. Li conserva all’interno di una teca di vetro e li espone con grandissima fierezza. Li ha indossati sabato 24 settembre 1983 a Barcellona, stadio Camp Nou. Il Barca sfida l’Athletic Bilbao campione in carica nella Liga. Tra i padroni di casa, brilla la stella di Diego Armando Maradona.
    La gara è già sul 2 a 0, quando il Diez tocca la palla con il suo magico sinistro. Alle sue spalle, però, si getta in spaccata il suo marcatore. É una colonna del Bilbao, gioca in difesa, e quella sera ha l’ingrato compito di marcare a uomo il Pibe de Oro. Si chiama Andoni Goikoetxea. È proprio lui il giocatore che tiene le scarpe indossate quella sera come reliquia. In Catalunya è tutto tranne che amato, visto che, anni prima, in uno scontro di gioco, aveva rotto il ginocchio a Bernd Schuster. Ma è quella sera che avviene l’episodio che cambierà per sempre la sua vita. Perchè dal settembre 1983, il difensore basco non sarà più conosciuto come “Il Gigante di Alonsotegi”, ma come “Il macellaio di Bilbao”. Quando “El Gigante” si infila nel tunnel per entrare in campo, sa già che non sarà una gara qualsiasi. Certo, i suoi sono campioni di Spagna e sono favoriti per il bis, ma c’è dell’altro. Andoni, un volto duro come le montagne dei Paesi Baschi, è per tutti i tifosi “culè”, l’uomo che ha rotto Schuster, il talentuoso fantasista tedesco. Si aspetta solo una cosa: i fischi che i 90mila del Camp Nou gli rifileranno ogni volta che toccherà palla. Javier Clemente, il suo allenatore, forse per evitare guai peggiori, lo mette in marcatura non su Schuster, ma su Maradona. Diego è la nuova stella dei blaugrana. Goikoetxea conosce il suo compito. Difendere e picchiare, non importa chi hai davanti. Anche in quel modo i biancorossi bilbaini hanno trionfato in Liga l’anno prima. La partita, però, è un’agonia per i suoi e il pubblico di casa si diverte a provocare l’odiato rivale. Schuster entra duro su di lui, l’arbitro fa correre a quel punto, in Andoni, qualcosa cambia. Perde la testa e desidera solo vendetta. Non ha un obiettivo preciso, basta che indossi la casacca rossoblu catalana. Minuto ’58. Maradona corre incontro alla palla per anticipare un suo compagno. Un tocco solo per allungarla. Poi, il buio. Goikoetxea entra in scivolata, con una forza e violenza esagerata, sulla caviglia sinistra dell’argentino. Diego cade in maniera innaturale, quasi lasciandosi la gamba dietro al corpo. Fa in tempo a toccarsi la gamba, poi si accascia. “Mi sono rotto tutto” grida, mentre qualche rivale gli intima di rialzarsi e “El Gigante” si becca il cartellino giallo. Anni dopo, affermerà: “Avevo sentito un rumore forte, come di un legno che si spezzava”. La caviglia del Diez si sbriciola in tre punti diversi. Lo stadio intero è incredulo. Il ventiduenne di Lanus esce in lacrime, mentre il Gigante di Alonsotegi smette di esistere. D’ora in poi, per la Spagna e il mondo del calcio intero, sarà per sempre “El carnicero de Bilbao”.
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  • ITALIA - COREA e la beffa MORENO ||| Il DISASTROSO MONDIALE 2002
    Il 19 luglio del 1966, l’Italia esce dal Mondiale inglese dopo una clamorosa sconfitta contro la Corea del Nord. Un risultato talmente inaspettato che, per anni, il termine “Corea” nel calcio tricolore sarà sempre associato a questa disfatta. Il 18 giugno 2002, la nazionale azzurra, guidata da Giovanni Trapattoni, scende in campo a Daejon per gli ottavi di finale di un altro Mondiale. E, ironia della sorte, i nostri affrontano proprio una delle nazioni ospitanti. La Corea del Sud. L’Italia è partita per l’Estremo Oriente come una delle favorite. La sua rosa è fatta in gran parte di campioni all’apice della loro carriera. L’entusiasmo per i ragazzi del Trap si è gonfiato a dismisura con il passare del tempo. Forse troppo. Infatti, quando i nostri escono dal tunnel del nuovissimo impianto coreano, nel dentro o fuori con i ragazzi di Hiddink, l’atmosfera non è più la stessa di un qualche mese prima. E il rischio di rivivere, 36 anni dopo, un’altra “Corea” è concreto. Anche perchè, gli azzurri dovranno vedersela anche con un altro, inaspettato, avversario. Ma per capire come siamo arrivati a questa drammatica situazione, dobbiamo fare un piccolo salto indietro nel tempo. (ALTRA POSSIBILE INTRO)
    La nazionale italiana che deve ripartire dopo la beffa di Euro 2000, viene affidata a Giovanni Trapattoni. Uno degli allenatori più vittoriosi della storia del nostro calcio. La rosa a sua disposizione è, senza dubbio, una delle migliori degli ultimi anni. Il girone di qualificazione è tutto tranne che proibitivo. Un gruppo modesto, dove i nostri non brillano per gioco espresso, ma riescono comunque a qualificarsi come primi. Si va in Estremo Oriente, nonostante un fischiatissimo 1-0 agli ungheresi a Parma. Un campanello d’allarme, che forse il clan Italia non ascolta come dovrebbe. Come può una squadra che presenterà, tra i 23 convocati, nome del calibro di Totti, Del Piero, Vieri, Inzaghi, Maldini, Buffon, Nesta e Cannavaro, preoccuparsi di qualche scialbo risultato? L’opinione pubblica mette gli azzurri sul podio dei favoriti assieme ai campioni di tutto della Francia e all’Argentina di Crespo e Batistuta. Storicamente, non un buon auspicio. I problemi, però, non tardano ad arrivare. Per esempio, ad aprile, in un inutile test match contro l’Uruguay, si infortuna il terzino titolare, Gianluca Pessotto. Un mese dopo, al momento di diramare le convocazioni finali, ecco la sorpresa. Roberto Baggio, che aveva cercato in tutti i modi di recuperare dall’infortunio per vestire un’ultima volta la maglia azzurra, viene escluso dai 23. I tifosi la prendono malissimo e a nulla valgono le giustificazioni del Trap, che vuole giocarsela con “i suoi”, con quelli che da due anni lo hanno accompagnato nel cammino verso l’Oriente.
    Il gruppo della fase a gironi è francamente alla nostra portata. Ci sono la debuttante Ecuador e le mine vaganti Croazia e Messico. Qualche sofferenza si può mettere in conto, ma l’Italia ha, senza dubbio, il miglior reparto offensivo del torneo. Migliore anche, sommando le riserve, di quello del Brasile. I nostri, nonostante una formazione tutt'altro che votata all’attacco, come da tradizione trapattoniana, vincono 2-0 contro l’Ecuador senza strafare, anzi sbagliando più volte il terzo gol.
    Tutto cambia all’inizio della seconda partita. Con la Croazia giochiamo una pessima gara. Già, perchè la nazionale, nonostante i top player in squadra, non è irresistibile come tutti pensavamo. Inoltre di mezzo ci si mette un altro avversario: una classe arbitrale che lascia qualche perplessità. Ci sono due episodi che non tornano. Sul risultato ancora fermo sul pari, Vieri mette in porta per l’1-0. Il gol è chiaramente valido, ma il guardalinee alza la bandierina. Fuorigioco. Passano cinque minuti e stavolta la rete di Bobo è regolare. Vantaggio azzurro. Eppure, quello che potrebbe essere, di fatto, la rete della qualificazione, diventa lo spartiacque del nostro mondiale.
    15 min
  • L'incredibile ACQUISTO di RONALDO il FENOMENO


    25 luglio 1997. Una tranquilla mattina d’estate milanese. Tra i marciapiedi della centralissima via Durini passeggiano due uomini di mezza età. Sono insieme ad un ragazzo. Giovane, cappello in testa e un sorriso contagioso stampato sul volto. Si stanno dirigendo verso gli uffici della Saras, dove li aspetta il presidente dell’Inter, Massimo Moratti. Quegli uomini sono Luis Suarez e Sandro Mazzola, due leggende della Grande Inter anni ’60, ora dirigenti della società nerazzurra. E il ragazzo che cammina con loro altri non è che Luis Nazario Da Lima, per tutti Ronaldo. Mancano pochi minuti, infatti, alla ufficializzazione del colpo del secolo per il calcio mercato italiano. Il più grande giocatore del momento sta per firmare con la Beneamata. La stagione 1996/97, per i nerazzurri, è stata quella dei rimpianti. Partiti per contendere a Juve, Milan e Parma il campionato e puntare alle coppe, gli uomini di Hodgson si sono ritrovati con la bacheca dei titoli totalmente vuota. Terzi a debita distanza dai bianconeri di Lippi in Serie A, mentre nelle altre due competizioni la lotteria dei rigori ha sempre premiato gli avversari. Fuori dal Napoli in semifinale di Coppa Italia. Sconfitti in finale dagli outsider dello Schalke 04 in UEFA. Tutto questo con una rosa fatta di campioni quali Zamorano, Djorkaeff, Zanetti e Pagliuca. Qualcosa però, inutile nasconderlo, manca. Soprattutto davanti. Maurizio Ganz e Marco Branca sono buoni bomber, ma non di alto livello. Ci vorrebbe una punta veloce, capace di aprire le difese e creare i varchi per gli inserimenti dei centrocampisti. O, in alternativa, un vero e proprio Fenomeno. E, a quel punto, Massimo Moratti ha una idea. Folle, ma capace di cambiare le sorti della squadra, non solo per la prossima stagione, ma per il futuro a lungo termine del club. Il suo interesse si sposta in Spagna, per la precisione a Barcellona. Al Camp Nou, con la maglia numero 9 blaugrana, gioca un ventunenne brasiliano che ha letteralmente cambiato il calcio. É un mix spaventoso di classe, velocità, potenza e senso del gol. Un 9 e 10 combinati insieme. Si chiama Ronaldo e nel suo curriculum vanta già un campionato statale e una Coppa del Brasile con il Cruzeiro e una Coppa d'Olanda con il PSV. Ma, soprattutto, una media gol da far impallidire Sua Maestà Pelè. 44 gol in 47 gare con i blu di Belo Horizonte, 54 in 57 con i biancorossi olandesi. Inoltre, pur senza giocare, è Campione del Mondo con la sua nazionale, dove segna a ripetizione. La stagione che, però, lo consacra al calcio è proprio l’annata ’96-’97. Sotto la guida di Bobby Robson, il “Fenomeno”, come ormai tutti lo chiamano vince Copa del Rey e Coppa del Coppe (con rigore decisivo in finale), condendo la stagione con 47 reti in 49 match. Tra tutte, resta indimenticabile lo “slalom speciale” con cui manda al bar l’intera squadra del Compostela, per un gol che rimarrà storico. E, per non farsi mancare nulla, si presenta in formissima alla Copa America in Bolivia. Il Brasile di Zagallo è nella sua versione “joga bonito”. Molto più forte della squadra del 1994 e con l’unico obiettivo di schiacciare le rivali da qui fino al 12 luglio 1998, giorno della finale del mondiale francese, che sanno già di vincere. Ronaldo segna 5 reti in 6 partite, alza il trofeo e a quel punto è già da mesi l’uomo mercato per eccellenza. Lo vogliono tutti e Nunez, il presidente del Barcellona, si ritrova come nell’estate del 1984, quando cercò in tutti i modi di trattenere in Catalunya Diego Armando Maradona. A fine marzo, scoppia la bomba di mercato. “Repubblica” esce con il titolo “Ronaldo è già della Lazio”, raccontando di una indiscrezione di “Marca” che prevede un ingaggio doppio del team di Cragnotti rispetto all’attuale, oltre che a un aumento del budget pubblicitario della Cirio, sponsor dei biancocelesti. Cinque anni di contratto, il massimo possibile in Italia e una trattativa anche per cambiare sponsor tecnico. Da Umbro a Nike, che ha appena siglato con il Fenomeno un

    8 min
  • Il giorno in cui ROY KEANE spezzò la CARRIERA di HAALAND

    Il giorno in cui ROY KEANE spezzò la CARRIERA di HAALAND  “Avevo aspettato abbastanza. L'ho colpito dannatamente forte. Beccati questo stronzo. E non provare mai più a ghigniarmi in faccia che sto simulando un infortunio!”  La vendetta è un piatto che va servito freddo. Una delle massime più usate nella storia della letteratura e del cinema. Da Stephen King a Quentin Tarantino. Una frase dall’origine sconosciuta, che però calza alla perfezione con il racconto di ciò che avvenne il 21 aprile del 2001. Il luogo di quella che, più che una battaglia, possiamo definire come una faida è l’Old Trafford. Il “teatro dei sogni” ospita il big match di giornata: il derby di Manchester. Da una parte, gli imbattibili Red Devils, riconfermatisi campioni d’Inghilterra ancora una volta. Dall’altra, i rivali del City, quasi certi di una retrocessione umiliante, al termine di una stagione da dimenticare. Un testacoda che, più che per la classifica, elettrizza i tifosi sugli spalti. La gara ricalca le attese. Lo United è più forte, ma gli Sky Blues non ci stanno. Non vogliono collezionare l’ennesima figuraccia.  Howey porta i vantaggio gli ospiti, Sheringham pareggia su rigore, ma a pochi minuti dalla fine del match, succede un qualcosa di imprevisto e cruento. Imprevisto per tutti, tranne che per il protagonista del gesto. C’è una palla contesa nella metacampo City. Sulla sfera si lanciano in due. Hanno lottato uno contro l’altro per novanta minuti, ma non solo. Si conoscono e si odiano da almeno quattro anni. Sono Alf Inge Haaland, difensore norvegese del City e Roy Keane, icona dello United. Ed è proprio l’irlandese il protagonista di questa violenta storia. Ma, prima di capire come finirà, dobbiamo tornare indietro al 27 settembre 1997. Leeds, stadio Elland Road. Per la nona giornata della Premier League ‘97/’98 si affrontano i padroni di casa e lo United di Alex Ferguson. I bianchi di Graham, nonostante la disparità di rosa, sono una buona squadra. Per esempio, davanti giocano l’olandese Hasselbaink, futuro giocatore del Chelsea e il giovane australiano Kewell. In difesa, invece, appena arrivato dal Nottingham Forest, c’è Alf Inge Haaland. Giocatore duttile, di gran temperamento e dai piedi non proprio educati, è l’uomo giusto per queste partite. Lotta e non si tira mai indietro. Proprio come nei minuti finali della partita. Con il Leeds in vantaggio 1-0, grazie a una incornata di Wetherall, i Red Devils si buttano in avanti. Johnsen prova un filtrante per l’imbucata di Roy Keane. Il numero 16 affianca la sua corsa proprio a quella di Haaland. Dalle immagini non si capisce se i due si tocchino o si sfiorino appena. Sta di fatto che la palla esce sul fondo e l’irlandese cade in maniera innaturale. Il centrocampista resta a terra e in molti realizzano che l’infortunio è più serio del previsto. Roy è un lottatore nato, uno di quelli che non tira mai indietro la gamba , né con il club né con la Nazionale. Nella sua carriera, ha avuto scontri verbali e soprattutto fisici con mezza Premier. Insomma, quella botta non è certo un colpo da poco. Ma, mentre il giocatore dello United si sta disperando, il suo avversario si avvicina furente verso di lui e gli urla qualcosa. Come se lo volesse accusare di simulazione per guadagnarsi un penalty. Nigel Martyn, portiere del Leeds, intuendo la gravità dell’accaduto, allontana subito il suo compagno di squadra. Ma forse, in cuor suo, il numero uno inglese sta solo cercando di salvare il norvegese da una possibile vendetta. Già perché Keane non è tipo da dimenticare il passato. Fedele al suo credo di prenderle e darle senza risparmiarsi, in quei tremendi momenti e durante le visite mediche che gli confermano la rottura del legamento crociato anteriore, medita solo una cosa. Vendicarsi del suo rivale.

    9 min
  • Il MALEDETTO EUROPEO 2000 ||| La beffa FINALE

    ❌ Il MALEDETTO EUROPEO 2000 ||| La beffa FINALE ❌ 

    Rotterdam, stadio De Kuip. Domenica 2 luglio 2000. Siamo al 93esimo minuto della finale dell’undicesima edizione dei Campionati Europei. La Nazionale Italiana contro ogni pronostico sta vincendo 1 a 0 contro la Francia, contro i rivali di sempre. Mancano poche manciate di secondi al fischio finale. Fabien Barthez sta per provare l’ultimo disperato rinvio. L’arbitro, lo svedese Frisk, ha assegnato quattro minuti di recupero. In panchina, tutti i giocatori si stringono in un abbraccio, mentre il ct cammina nervoso davanti a loro. Hanno resistito, difeso e fallito due clamorose occasioni in contropiede. Ma adesso sono lí, a un niente dall’alzare in faccia ai francesi la seconda Coppa Henri Delanuay della loro storia. Tutti pensano che sia fatta, ma si sbagliano. Prima di raccontarvi quello che sta per accadere però bisogna fare un passo indietro. L’Italia che riparte dopo Francia ’98 è un’incognita. La maledizione dei rigori sembra non avere mai fine. Le polemiche sulla staffetta Baggio – Del Piero hanno logorato Cesare Maldini. Sulla traversa di Di Biagio è calata l’era dell’ex capitano del Milan sulla panchina della Nazionale. La Federcalcio decide, quindi, di chiamare come ct non un mito, ma Il Mito. Dino Zoff. Un fenomeno come calciatore. Una buona esperienza come allenatore. Il mister friulano lascia la Lazio, di cui era presidente, e torna a Coverciano. Obiettivo: qualificazione a Euro 2000. La prima edizione “condivisa” di una manifestazione calcistica, che si svolgerà tra il Belgio e l’Olanda. Gli azzurri sono inseriti in un girone di qualificazione abbordabile. Unica avversaria: la Danimarca. Per il resto, ci sono Svizzera, Galles e Bielorussia. I nostri iniziano bene, con due vittorie tra settembre e ottobre, ma presto vengono a galla tutti i loro problemi. Con il Divin Codino e Pinturicchio infortunati, la qualità e il gioco latitano. Davanti ad un’ottima difesa, con i giovani “senatori” Nesta e Cannavaro già titolari, un centrocampo tutto muscolare e un attacco leggero sembrano non bastare. Di fatto, segna il solo Inzaghi, visto che anche Bobo Vieri attraversa più tempo in infermeria che in campo. Le cose iniziano a precipitare esattamente a dodici mesi dall’inizio degli Europei. Dopo un comodo 4-0 al Galles, i nostri vanno a Losanna contro i rossocrociati. Con i tre punti mancherebbe veramente poco al pass per Euro 2000. La partita, invece, è un’agonia. I padroni di casa surclassano gli ospiti per tutti i 90 minuti. Di fatto, è un assedio alla porta di Buffon che, un po’ per bravura, un po’ per fortuna, mantiene la porta inviolata. Uno 0-0 che suona come un campanello d’allarme. Zoff non si scompone, ma quando i suoi, a settembre, perdono 3-2 a Napoli dai danesi, dopo essere stati avanti 2-0, allora stampa e opinione pubblica voltano le spalle al ct. Colpevole di non aver dato un gioco alla Nazionale, di aver smarrito quell’entusiasmo che ci aveva accompagnati al mondiale francese, il mister friulano si sente ormai un uomo all’angolo. La conferma arriva un mese dopo, quando l’Italia strappa un modesto pareggio in Bielorussia che significa qualificazione diretta all’Europeo. Novanta minuti scialbi e opachi, proprio come la squadra in campo. E la polemica tra il commissario tecnico e i telecronisti Rai a fine partita, non fa che confermare una cosa: nel giro di pochi mesi, il feeling tra l’ex Juve e il clan Italia è ormai finito.

    19 min
  • La PEGGIORE MALEDIZIONE nella storia del CALCIO ||| L'ANATEMA di BÉLA GUTTMANN

    🔴 La PEGGIORE MALEDIZIONE nella storia del CALCIO ||| L' ANATEMA di BELA GUTTMAN 🔴  Vienna, 22 maggio 1990. Un signore sulla cinquantina cammina da solo tra i viali e le tombe monumentali del cimitero centrale. Dentro di sè ha un misto di paura e speranza. Cerca una lapide in particolare. Non quella di un parente, ma quella di un suo ex allenatore. Un uomo dalla vita romanzesca, che ha dedicato la sua esistenza al calcio, prima in campo e poi in panchina. Il signore in questione altri non è che Eusebio da Silva Ferreira, uno dei migliori calciatori di sempre ed ora presidente onorario del Benfica. Il mister sepolto nella capitale austriaca è, invece, Bela Guttmann. Mancano poco meno di 24 ore alla finale di Coppa dei Campioni. Le Aquile di Lisbona devono incontrare l’avversario peggiore che potesse loro capitare: il Milan campione in carica, in quella che sarà la riedizione della storica finale del 1963. Precedenti a parte, la domanda che in molti si fanno è: perchè la Pantera Nera, anima carismatica dei lusitani in campo e fuori, sente il bisogno di recarsi in preghiera sulla tomba di uno dei suoi allenatori? Quello che all’apparenza sembra un momento di raccoglimento, nasconde una motivazione molto più profonda ed inquietante. Già, perché Eusebio, in quegli attimi, sta cercando in tutti modi di cancellare una vera e propria maledizione che aleggia sulla sua squadra da ormai 28 anni (FINE INTRO). Per capire i motivi di questa storia, tanto unica quanto originale nell’universo del pallone, dobbiamo tornare alle sue radici. Inizio anni ’60. L’Europa del calcio ha da poco scoperto la Coppa dei Campioni. Creata e organizzata dall’UEFA al tramonto del decennio precedente, mette di fronte i campioni nazionali di tutte le federazioni affiliate. E all’epoca, c’è una squadra che domina incontrastata ogni edizione: il Grande Real. Vince le prime cinque, stabilendo un record di trionfi consecutivi tutt’ora imbattuto, ma nella primavera del 1961 le Merengues vengono eliminate dagli odiati rivali del Barcelona. I blaugrana arrivano alla finalissima di Berna, dove perdono per 3-2 contro i campioni del Portogallo: il Benfica. I rossi di Lisbona sono allenati da un sessantaduenne ungherese, figlio di due ballerini di origine ebraica, che è stato uno dei primi mister giramondo ed ha avuto una vita che meriterebbe un racconto a parte. Si chiama Bela Guttmann. Inizia seguendo le orme dei genitori, diviene istruttore di danza, ma una volta giunto a Vienna si accorge che il calcio è molto meglio. Diventa addirittura uno dei primi europei a giocare negli USA, dove, al di fuori del pallone, alterna fortune e miserie nell’era del Proibizionismo. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale si trasforma a tutti gli effetti in un fantasma. Nessuno sa niente di lui e quando il conflitto finisce, Guttmann ricompare come se nulla fosse. E a chiunque gli chieda dove fosse stato, la sua risposta è sempre la stessa: “Dio mi ha salvato”.  Insomma, un personaggio atipico nel mondo del calcio, capace di un’impresa unica. Il 2 maggio 1962, allo stadio Olimpico di Amsterdam, rimonta due volte e poi annienta il mitico Real Madrid di Miguel Munoz per 5-3. Non basta un Puskas in stato di grazia. Non bastano la classe Di Stefano e i dribbling di Gento. L’innovativo 4-2-4 del mister magiaro stupisce tutti. E poi davanti gioca una forza della natura che ha poco più di vent’anni, è nato nell’allora colonia portoghese del Mozambico e ha distrutto da solo la difesa blanca: Eusebio. Quando il capitano delle Aquile, Jose Aguas, solleva la seconda coppa consecutiva, non può sapere che la storia della sua squadra ha appena raggiunto il picco più alto. E che, nella memoria collettiva di tutti i tifosi del Benfica, esisterà sempre un prima e dopo 2 maggio 1962.

    15 min
  • GORAN PANDEV racconta la sua CARRIERA ||| 20 anni da LEGGENDA

    ⭕ Goran Pandev: l'intervista ⭕ Come sei arrivato a quasi 38 anni così? «Forse sono così carico perché sono alla fine. Sicuramente è il lavoro quotidiano, tutti i giorno. Alla mia età per star bene devi lavorare, devi allenarti, più di prima, di quando eri più giovane. Pensi a quello a cui stai mangiando, ad andare a letto prima, devi fare tanti sacrifici, li facevo anche prima ma ultimamente li fai di più perché a questa età i sacrifici ci vogliono per giocare a questi livelli, non è facile. Poi in Nazionale abbiamo fatto un’impresa bellissima». Il gol decisivo contro la Georgia e contro la Germania. Che emozioni sono? «Tanta gente da noi ancora non ci crede, ma nemmeno io, ad essere sincero. La Germania è una squadra che negli ultimi 20 anni ha perso 2/3 volte, poi qualificazioni pre mondiali abbiamo fatto una grande partita, non pensavo che la potevamo vincere. Abbiamo fatto veramente benissimo e abbiamo vinto con una squadra che adesso può vincere anche l’Europeo perché è una delle favorite». Sei arrivato in Italia giovanissimo, all’Anconitana, com’è stato arrivare lì? «Mi hanno mandato in prestito, ero all’Inter Primavera poi ho fatto Spezia in Serie C poi Ancona è venuta in Serie A e mi hanno mandato in prestito là. Giocare in Serie A per me era un sogno, ho visto che giocatori aveva preso l’Ancona, fino all’altro ieri li stavo guardando in TV poi ho cominciato ad allenarmi con loro, una bella soddisfazione, anche se quell’anno siamo retrocessi per me è stata una bella esperienza per iniziare in un campionato molto importante perché la Serie A in quegli anni era il miglior campionato d’Europa». Ma è vero che Dario Hubner fumava all’intervallo? «Lui fumava sì, ma all’intervallo non l’ho mai visto. Forse in bagno. Fumava ma era un grande giocatore. Era anche a fine carriera, per lui parlavano i gol, ne ha fatti tanti in Serie A». Cos’è cambiato da quel calcio a quello di oggi? «Sono cambiate tante cose, adesso pensi a cosa devi mangiare. C’è il nutrizionista, devi fare in un certo modo. Prima non era così, era più libero, ti divertivi molto di più, era più combattuta anche la Serie A. Secondo me era molto più forte. Adesso ci son tanti ragazzi giovani che già pensano di aver fatto grandi cose, entrano dentro e non gli si può dire neanche niente. Qua a Genova ci sono ragazzi bravissimi che possono ancora crescere tanto». Il primo regalo che hai fatto con il primo stipendio da professionista? «Al primo stipendio qua in Italia ho regalato la macchina a mio padre. Aveva una macchina che per arrivare ad allenamento prendeva fuoco. Mi ricordo che era una BMW 320 a Diesel. Non era nuova, l’abbiamo trovata qua usata. Io non mi sono regalato niente. Penso sempre prima alla mia famiglia». Dopo l’Ancona la Lazio. La doppietta col Real Madrid, contro una super difesa: Ramos, Cannavaro, Heinze, Marcelo e Casillas in porta. «Grande difesa. A pensarci oggi mi sa che non tocco palla, ero più giovane. Sì mi ricordo quella partita, ho fatto 5 anni e mezzo alla Lazio, secondo me i migliori della mia carriera. Le partite più belle le ho fatte nella Lazio, poi ero più giovane, con Delio Rossi che m’ha dato tanto, mi ha dato anche fiducia per giocare. Ho fatto tante belle partite alla Lazio e tanti gol, ho fatto tanti ruoli, non solo attaccante, anche da esterno, quando è arrivato Di Canio, c’era Rocchi, c’era Muzi, Peruzzi, Oddo, Inzaghi, giocatori importanti. Una bella esperienza.».

    22 min
  • Il PAZZESCO MIRACOLO della GRECIA ||| EURO 2004

    🧿 Il PAZZESCO MIRACOLO della GRECIA ||| EURO 2004 🧿  11 ottobre 2003. Atene. Un caldo sabato sera di inizio autunno. Dentro il vecchio stadio Nikolaidis, storico catino del Panathinaikos, sta per andare in scena una partita storica. La Grecia si gioca, per la prima volta dopo ventitré anni, l’accesso alla fase finale del Campionato d’Europa. Avversario: l’Irlanda del Nord.  É l’ultimo match del girone. Un solo punto divide i biancoblu di Atene dalla strafavorita Spagna. Le Furie Rosse giocano in Armenia, ma oltre alla vittoria, scontata, devono sperare che la Grecia perda o almeno pareggi. Nessuno, il 7 settembre dell’anno prima, si sarebbe aspettato un testa a testa del genere.  L’atmosfera è bollente, come da classica tradizione ellenica, e la partita ricalca il copione che ci si aspettava. Padroni di casa “tirati” e nervosi, biancoverdi di Belfast senza più nulla da chiedere, che se la giocano alla loro maniera. Fisico e ripartenze. A onor del vero, di azioni nordirlandesi ce ne saranno poche durante il match. Perché i greci, nonostante la tensione, giocano meglio. Soprattutto nel secondo tempo, quando l’orologio della storia del calcio biancoblu segna il minuto 69. Zisis Vryzas. La punta del Perugia, a tu per tu con il portiere avversario, viene steso da McCarthy. Rigore e cartellino rosso. Il numero 10 della Grecia, l’ex Siviglia Vasilios Tsiartas, la mette precisa precisa nell’angolino destro. 1 a 0. La partita, di fatto, finisce lì. La festa della Grecia comincia. Sono a Euro 2004. Andranno in Portogallo. Già, ma la domanda è come ha fatto una squadra tutto sommato mediocre ad arrivare prima nel girone di qualificazione, davanti alla Spagna dei vari Raul, Morientes, Casillas, Xavi. L’uomo del destino è un tedesco di 65 anni, alla prima esperienza estera e specialista nei “miracoli calcistici”. Si chiama Otto Rehhagel. Allena la nazionale da due anni. Si siede sulla panchina dei biancoblu per la prima volta nell’Ottobre del 2001. La squadra è in crisi. Non giocano un torneo dal ’94, quando uscirono dal Mondiale americano dopo tre partite, zero gol e, soprattutto, zero punti. Per il resto, pochi sorrisi e tante delusioni. Proprio come la prima partita di Rehhagel. Un 5 a 1 in Finlandia, con 4 gol  presi in mezz’ora. Ma Otto non è tipo da demoralizzarsi facilmente. Ha guidato per quasi quindici anni il Werder Brema, portandolo a vincere campionato, coppa nazionale e Coppa delle Coppe.

    14 min
  • A CASA di DAVIDE CALABRIA

    ⭕ A CASA di DAVIDE CALABRIA ⭕  «Colazione e pranzi obbligatori a Milanello. Sempre stato così. Almeno da quando c’è Pioli quindi più o meno dall’inizio del Covid». Hai sempre sognato Milanello?  «Assolutamente sì, son cresciuto lì. Facendo tutta la trafila il mio sogno era arrivare lì, poi magari non pensavo di restarci così a lungo, anche se era un obiettivo. Poi è venuto tutto da sé. È stato una cosa bellissima, in famiglia a parte papà tutti milanisti, anche i miei amici. Era destino. Tante foto con la maglia del Milan anche prima che ci giocassi quindi era un obiettivo». C’erano altre squadre su di te oltre al Milan? «Sì c’era il Brescia ma ero troppo piccolo, mia mamma mi disse che era presto per andare lì, ma sono arrivati solo per primi. Anche l’Atalanta un anno prima del Milan, ma io ho scelto subito il Milan. A ripensarci per i miei era il doppio della distanza. La difficoltà era più alta. Io vivo tra Brescia e Bergamo quindi era più comodo, arrivare a Milano era più complicato, ma la fede milanista in famiglia ci ha portato a questo».  Com’era andare a scuola con la tuta del Milan già da piccolo? Che tipo eri a scuola? «Mi piaceva divertirmi, ero un ragazzo molto attivo sempre. Non mi è mai piaciuto andare a scuola vestito da Milan, a meno che non fossi obbligato. Non volevo, già da piccolo, far vedere questa cosa perché non fa parte del mio carattere, cercavo di rimanere nelle mie. Tanti miei amici lo facevano, a me non interessava più di tanto, ma era una cosa da vantarsi, una cosa bellissima. Anche con i miei amici già a 11 anni era difficile. Fare avanti e indietro non è stato semplicissimo perché comunque tante ore lontano da casa era tosta. I primi due anni volevo andare via già io perché era difficile per un bambino. Facevo il tragitto casa-Milano con i ragazzi più grandi della Primavera e facevo fatica sinceramente. Poi i miei mi hanno detto di provare, continuare ed è andato tutto bene fortunatamente». Com’era il viaggio, come arrivavi a Milano?  «Ho cambiato due scuole all’inizio per essere ancora più comodo. Andavo verso Brescia, per poi tornare a Milano. Veniva mia mamma dopo lavoro, lei usciva prima da lavoro, veniva a prendermi, mangiavo in macchina un piatto freddo: pasta, panino o quello che era e mi portava a Bergamo, a Dalmine per poi andare a Vismara. La rottura era più per mamma che per me, è ovvio che mangiare in macchina non era bellissimo, però per qualche anno era così. I pranzi erano spuntini in macchina ed arrivare a casa alle 20. Era più un sacrificio per mia mamma che per me perché non navigavamo nell’oro e il tempo e il denaro investito era tanto».

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  • Il rigore MALEDETTO di ROBERTO BAGGIO ||| Usa '94

    🧿 Il rigore di Roberto Baggio 🧿  Probabilmente sapete tutti cosa sta per accadere. Pasadena 7 luglio 1994, Finale dei Mondiali di calcio. Italia-Brasile si decide alla lotteria dei calci di rigore. Roberto Baggio sta posizionando il pallone più importante della sua vita sul dischetto. Si è diretto verso gli undici metri partendo dal centrocampo con uno sguardo intenso, uno sguardo che dice tutto. Scruta il portiere avversario, pensando a come batterlo. Ai piedi indossa le Diadora “Match Winner” create appositamente per lui. Il nome di quelle scarpe non poteva essere più corretto per descrivere il suo percorso in quella competizione. Quel marchio, sponsor della Nazionale dal 1986 e al quale il divin codino si è legato indelebilmente, ha un significato ben preciso: “condividere gioie ed onori”. È ciò che ha fatto con i suoi compagni, con lo staff, anzi con una nazione intera durante tutto il Mondiale. In quel preciso istante però si sta caricando sulle spalle anche gli oneri di essere il giocatore decisivo, l’uomo sul quale tutti ripongono le speranze. L’unico modo per continuare a sognare è realizzare quel maledetto rigore. Tutto dipende da lui. Ma come si è arrivati a quel punto? Chi c’è in campo? Cosa stanno provando i protagonisti di quella sfida? Questo è un momento iconico e per capire cosa sta per accadere bisogna riavvolgere il nastro. Dopo la delusione in Italia ‘90, dovuta alla sconfitta, ai calci di rigore, in semifinale contro l’Argentina di Maradona, e la mancata qualificazione agli Europei del ‘92, la FIGC punta ad una vera e propria rivoluzione: alla guida della Nazionale arriva Arrigo Sacchi. Il profeta di Fusignano ha terminato da poco la sua avventura al Milan con risultati incredibili. In rossonero ha cambiato la storia del calcio portando i suoi concetti di pressing alto, fuorigioco e difesa a zona. Il nuovo tecnico azzurro cerca di riorganizzare la Nazionale come fosse un club. Prova tantissimi giocatori, cerca attentamente quelli più adatti al suo gioco, scartando a volte quelli più talentuosi ma meno funzionali ai suoi schemi. I suoi allenamenti sono severi, vuole che vengano affrontati con la stessa intensità di una partita. Il percorso della nuova Nazionale però è in salita. Nella prima partita per le qualificazioni al Mondiale americano del ‘94, gli azzurri pareggiano incredibilmente 2 a 2 contro la Svizzera. Dopo essere addirittura andati in svantaggio di due reti. 

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