Una delle mie storie preferite a sfondo terapeutico e relazionale, contenuta ne “Il giuoco delle perle di vetro” (1943) di Hermann Hesse, narra di Joseph e Dion, due noti guaritori vissuti ai tempi della Bibbia. Sebbene fossero entrambi molto efficaci, operavano in modo diverso. Il guaritore più giovane, Joseph, curava attraverso un ascolto silenzioso e ispirato. I pellegrini avevano fiducia in lui. La sofferenza e l’ansia riversate nei suoi occhi svanivano come acqua sulla sabbia del deserto e i penitenti si allontanavano dalla sua presenza svuotati e rasserenati. D’altro canto Dion, il guaritore più anziano, affrontava in maniera attiva quelli che cercavano il suo aiuto. Indovinava i peccati inconfessati ed era un grande giudice che puniva, rimproverava e correggeva, guarendo appunto attraverso un intervento attivo. Trattando i penitenti come bambini, dava consigli, puniva infliggendo penitenze, ordinava pellegrinaggi e matrimoni e obbligava i nemici a fare la pace.
I due guaritori non si incontrarono mai e operarono per molti anni come rivali finché lo spirito di Joseph si ammalò, facendolo cadere nella disperazione più nera, e fu assalito da impulsi autodistruttivi. Incapace di curarsi con i propri metodi terapeutici, si mise in viaggio verso sud per cercare l’aiuto di Dion. Durante il suo pellegrinaggio, una sera si fermò a riposare in un’oasi, dove attaccò discorso con un viaggiatore più anziano. Quando Joseph descrisse la destinazione e lo scopo del suo pellegrinaggio, il viaggiatore si offrì come guida per aiutarlo nella ricerca di Dion. Più tardi, durante il loro lungo viaggio insieme, il vecchio viaggiatore rivelò la sua identità a Joseph: era Dion, l’uomo che Joseph stava cercando. Senza esitare, Dion invitò il giovane disperato nella sua casa, dove vissero e lavorarono insieme per molti anni.
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