FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

By BastaBugieTV & FilmFilm Reviews
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FILM GARANTITI - Il meglio del cinema episodes

  • La Passione di Cristo***** (2004) - Una storia di violenza e di amore
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=23

    UNA STORIA DI VIOLENZA E DI AMORE di Vittorio Messori
    Nella saletta insonorizzata la luce si riaccende dopo due ore e sei minuti. Quando finiscono di scorrere i titoli di coda, dove i nomi americani si alternano a quelli italiani, dove i ringraziamenti al Comune di Matera si affiancano a quelli per teologi e specialisti di lingue antiche, dove Rosalinda, la figlia di Celentano (il diavolo) sta accanto a un'ebrea romena (la Madonna), quando il tecnico abbassa la leva che ridà la luce, nella saletta continua il silenzio. Due donne piangono, quietamente, senza singhiozzi; il signore che ho accanto è pallidissimo, gli occhi chiusi; un timido, solitario inizio di applauso si spegne subito, nell'imbarazzo. Per molti, lunghissimi minuti nessuno si alza, nessuno si muove, nessuno parla. Dunque, quanto ci annunciavano era vero: "The Passion of the Christ" ha colpito, l'effetto che Gibson voleva si è realizzato. Per quanto vale, io stesso sono sconcertato e muto: per anni ho passato al vaglio, una per una, le parole del greco con cui gli evangelisti narrano quegli eventi, nessuna minuzia storica di quelle 12 ore a Gerusalemme mi è sconosciuta, ne ho tratto un libro di quattrocento pagine. So tutto. O, meglio, scopro adesso che credevo di sapere: tutto cambia se quelle parole si traducono in immagini di una tale potenza da trasformarle in carne e in sangue, in segni graffianti di amore e di odio.

    LA SCOMMESSA
    Mel lo ha detto con l'orgoglio unito all'umiltà, con il realismo mescolato alla devozione che forma in lui un miscuglio singolare: "Se quest'opera dovesse fallire, per cinquant'anni non ci sarà futuro per il film religioso. Qui dentro abbiamo buttato il meglio: soldi quanti ne occorrevano, prestigio, tempo, rigore, carisma di grandi attori, scienza degli eruditi, ispirazioni dei mistici, esperienza, tecnica d'avanguardia. Ci abbiamo buttato, soprattutto, la nostra certezza che valeva la pena, che ciò che successe in quelle ore riguarda ogni uomo. Con questo Ebreo avremo a che fare per sempre, tutti, dopo la morte. Se non la spuntiamo noi, chi potrà farcela? Ma la spunteremo, ne sono certo: il nostro lavoro è stato accompagnato da troppi segni che me lo confermano". E, poi, coincidenze lette come segni: la Madonna con il volto dell'attrice ebrea a nome Morgenstern che, lo si è notato solo dopo, è, in tedesco, la Stella Mattutina delle litanie del rosario. Jim Caviezel, l'attore che interpreta Gesù, ha le stesse iniziali di Jesus Christ ed ha 33 anni!
    Gibson si è ricordato del monito del beato Angelico: "Per dipingere il Cristo, bisogna vivere con il Cristo". Il clima, tra i Sassi di Matera e gli studi di Cinecittà, sembra essere stato quello delle sacre rappresentazioni medioevali, dei cortei dei flagellanti davanti alle reliquie dei martiri. Dopo le riprese, ogni sera, un prete in talare nera, quella con la lunga fila di bottoni, celebrava una messa al campo, in latino. Proprio qui, in effetti, è la ragione vera della decisione di far parlare gli ebrei nella loro lingua popolare, l'aramaico, e i romani in un latino basso, da militari, che ferisce le orecchie di noi, vecchi liceali, abituati alle raffinatezze ciceroniane. Gibson, cattolico amante della Tradizione, è coriaceo assertore della dottrina ribadita al Concilio di Trento: la Messa è anche pasto fraterno ma è innanzitutto sacrificio di Gesù, rinnovazione incruenta della Passione. Questo è ciò che importa, non è il "capire le parole". Il valore salvifico degli atti e dei gesti che hanno il vertice sul Calvario non ha bisogno di espressioni che chiunque possa capire. Questo film, per il suo autore, è una Messa: che, dunque, sia in una lingua oscura, com'è stata per tanti secoli. Se la mente non comprenderà, tanto meglio, ciò che conta è che il cuore capisca che tutto quel che è avvenuto ci redime dal peccato e ci apre le porte della salvezza. Proprio come ricorda la profezia di Isaia sul "Servo di Jahvé" che, a tutto schermo, è messa come prologo all'intera pellicola. Il prodigio, comunque, mi è sembrato verificarsi: dopo un po', si abbandona la lettura dei sottotitoli per entrare, senza distrazioni, nelle scene - terribili e meravigliose - che bastano a se stesse.

    LA QUALITÀ
    Sul piano tecnico, l'opera appare di una qualità altissima, tanto che i precedenti film su Gesù potranno sembrare ridotti a parenti poveri e arcaici: in Gibson, luci sapienti, fotografia magistrale, costumi straordinari, scenografie scabre e, quando necessarie, sontuose, trucco di incredibile efficacia, recitazione di grandi professionisti, sorvegliati da un regista che è anche un loro illustre collega. Soprattutto, effetti speciali talmente mirabolanti che, come ci diceva Enzo Sisti, il produttore esecutivo, resteranno segreti, a conferma dell'enigma dell'opera, dove la tecnica vuole essere a servizio della fede. Una fede nella versione più cattolica (non a caso il Papa ha visto il film e di tanti cardinali hanno valutato positivamente il film) di cui "The Passion" è un manifesto che gronda simboli che solo un occhio esercitato riconosce in pieno. Occorrerebbe un libro (due, in effetti, sono in preparazione) per aiutare lo spettatore a capire.
    In sintesi estrema, la "cattolicità" radicale del film sta innanzitutto nel rifiuto di ogni demitizzazione, nel prendere i vangeli come cronache precise: le cose, ci viene detto, sono andate così, proprio come la Scrittura le descrive. Il cattolicesimo sta, poi, nel riconoscimento della divinità di Gesù che convive con la sua piena umanità. Una divinità che erompe, drammaticamente, nella sovrumana capacità di quel corpo di subire una quantità di dolore come mai alcuno né prima né dopo, in espiazione di tutto il peccato del mondo. Ma la "cattolicità" radicale sta anche nell'aspetto "eucaristico", riaffermato nella sua materialità: il sangue della Passione è intrecciato di continuo al vino della Messa, il corpo martoriato di Cristo al pane consacrato. E sta, pure, nel tono fortemente mariano: la Madre e il Diavolo (che è femmina o, forse, androgino) sono onnipresenti, l'una con il suo dolore silenzioso, l'altro (o l'altra) con il suo compiacimento maligno. Da Anna Caterina Emmerich, la veggente stigmatizzata, Gibson ha preso intuizioni straordinarie: Claudia Procula, la moglie di Pilato, che offre, piangendo, a Maria i panni per raccogliere il sangue del Figlio è tra le scene di maggior delicatezza in un film che, più che violento, è brutale. Come brutale fu, appunto, la Passione. Il Pietro disperato dopo il rinnegamento, si getta ai piedi della Vergine per ottenere perdono. Credo, comunque, che l'importanza, anche teologica, attribuita alla Madonna nonché l'eucaristia, non spiritualizzata, non ridotta a semplice ricordo, ma vista nel modo più materiale, dunque cattolico (la transustanziazione), creeranno qualche disagio nelle chiese protestanti americane che, senza avere visto il film, già si sono organizzate per favorirne la diffusione.
    Se al martirio sono dedicate due ore, mezzo minuto è sufficiente per ricordare che non fu quella l'ultima parola. Dal Venerdì Santo alla Domenica di Pasqua, alla Risurrezione, che Gibson ha risolto accogliendo una particolare lettura delle parole di Giovanni: uno "svuotamento" del lenzuolo funerario, lasciando un segno sufficiente per "vedere e credere" che il suppliziato ha trionfato sulla morte.
    Antisemitismo o, almeno, antigiudaismo? Non scherziamo con parole troppo serie. A visione effettuata, penso che nessuno potrà più accusare Gibson di avercela con gli ebrei. Chiarissimo è, nel film, che ciò che grava sul Cristo e lo riduce in quello stato non è la colpa di questo o di quello, bensì tutto il peccato di tutti gli uomini, nessuno escluso. All'ostinazione nel chiedere la crocifissione da parte di Caifa (quel sadduceo collaborazionista che non rappresentava affatto il popolo ebreo, da cui era anzi detestato, il Talmud su di lui e sul suocero Anna ha parole terribili), fa più che abbondante contrappeso il sadismo inaudito dei carnefici romani; alle viltà politiche di Pilato che lo portano a violentare la sua coscienza, si oppone il coraggio del sinedrita - episodio aggiunto dal regista - che affronta il Sommo Sacerdote gridandogli che quel processo è illegale. E non è forse ebreo il Giovanni che sorregge la Madre? Non è ebrea la pietosa Veronica? Non è ebreo l'impetuoso Simone di Cirene? Non sono ebree le donne di Gerusalemme che gridano la loro disperazione? Non è ebreo Pietro che, perdonato, morirà per il Maestro?
    All'inizio del film, prima che il dramma si scateni, la Maddalena chiede, angosciata, alla Vergine: "Perché questa notte è così diversa da ogni altra?". "Perché - risponde Maria - tutti gli uomini erano schiavi e ora non lo saranno più". Tutti, ma proprio tutti: giudei o non giudei che siano. "Quest'opera - dice Mel Gibson amareggiato da aggressioni preventive - vuol riproporre il messaggio di un Dio che è Amore".
    E che Amore sarebbe se escludesse qualcuno?
    13 min
  • AAA Un film sulle ferite della guerra vera
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6528

    UN FILM SULLE FERITE DELLA GUERRA VERA di Francesca Romana Poleggi
    "Era mio figlio" (The Last Full Measure) narra una storia vera: l'inchiesta dell'avvocato del Pentagono Scott Huffman svolta per assegnare la prestigiosissima Medal of Honor postuma a un semplice aviere, paracadutista-soccorritore dell'Air Force, William Hart Pitsenbarger, a seguito del suo eroico sacrificio durante la guerra del Vietnam.
    Il giovane, prima di essere ucciso in una delle battaglie più tragiche del conflitto, salvò la vita a una sessantina di soldati. A distanza di 30 anni, i reduci e i genitori di "Pits" chiedono giustizia e non sanno spiegarsi per quale motivo la medaglia gli fosse stata negata a suo tempo.
    Non è il solito, retorico, film di guerra. Dietro la vicenda bellica e la questione burocratica, si stagliano netti valori oggi troppo dimenticati, come la famiglia e la paternità (bellissimo il confronto tra il padre di Pits e Huffman, che ha due figli piccoli, il quale a sua volta ha fatto l'esperienza di figlio abbandonato in tenera età dal padre); notevole il conflitto tra il senso del dovere, il senso dell'onore, e l'ambizione per il successo, la carriera e l'interesse personale: un senso del dovere pieno, autentico reale e appassionato che si confronta con l'esecuzione del proprio lavoro unicamente per se stessi e per soddisfare i superiori.
    Tocca il cuore dello spettatore la ferita profonda e dolorosa che incide l'animo di chi sperimenta la guerra vera. Ma soprattutto - ripetiamo - senza retorica scontata, c'è l'esaltazione dell'umanità, l'umanità di chi comprende, sa perdonare, riconosce negli altri dei fratelli, dei figli, dei genitori anche se estranei al nostro nucleo familiare; l'umanità di chi sbaglia, di chi lotta, di chi soffre e di chi semplicemente, con il cuore aperto, dà la vita per i suoi amici.
    Un film da vedere e da far vedere anche a ragazzi molto giovani.

    Titolo originale: Era mio figlio: l'inchiesta dell'avvocato del Pentagono Scott Huffman
    Fonte: Notizie ProVita & Famiglia, n.97 - 2021
    Pubblicato su BastaBugie n. 710
    3 min
  • AAA La Disney condanna Dumbo e Peter Pan perchè politicamente scorretti
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6505

    LA DISNEY CONDANNA DUMBO E PETER PAN PERCHE' POLITICAMENTE SCORRETTI
    Anche a Lilli e il vagabondo, Il libro della Giungla e Gli Aristogatti prima della visione comparirà la ridicola scritta: ''Questo programma include rappresentazioni negative di persone e culture. Questi stereotipi erano errati allora e lo sono oggi''
    di Roberto Vivaldelli
    Da tempo il politicamente corretto si è abbattuto sul mondo dell'intrattenimento, Disney compresa. Già lo scorso anno, la multinazionale aveva messo in guardia gli spettatori da alcuni suoi film d'animazione, contenenti, a suo dire, "rappresentazioni culturali obsolete".
    Parliamo di classici immortali come Dumbo, Peter Pan, Lilli e il vagabondo, Il libro della Giungla, Gli Aristogatti. Il colosso americano si è piegato al politically correct per andare incontro al pubblico liberal e alle rivendicazioni delle minoranze e ora, come riporta l'agenzia Adnkronos, in tempi di Black Lives Matter e scontri razziali negli Stati Uniti, Disney+ ha inserito un nuovo avvertimento all'inizio dei suoi classici dell'animazione sui contenuti stereotipati e razzisti, in riferimento alle pellicole citate poc'anzi.
    "Questo programma include rappresentazioni negative e/o trattamenti sbagliati nei confronti di persone e culture. Questi stereotipi erano errati allora e lo sono oggi", si legge nella frase che appare per dieci secondi prima dell'inizio dei film sulla piattaforma in streaming Disney+. "Piuttosto che rimuovere questo contenuto - recita ancora l'avvertimento - vogliamo riconoscere il suo impatto dannoso, imparare da esso e stimolare un dialogo per creare un futuro più inclusivo. La Disney si impegna a creare storie con temi stimolanti che riflettano la ricca diversità dell'esperienza umana in tutto il mondo".

    DI COSA SONO ACCUSATI I CLASSICI DISNEY?
    La formula scelta da Disney nella sua nuova piattaforma di streaming è stata imitata da altre piattaforme come Hbo Max, che ha aggiunto una spiegazione del "contesto storico" a "Via col vento" dopo avere rimosso temporaneamente il film dallo streaming. Come se quei classici immortali non avessero altro da dire, se non veicolare quei "pericolosi" messaggi razzisti. E il bello è che i più piccoli ora sì che ci faranno caso a quelle scene che ora offendono i politicamente corretti.
    Di cosa sono accusati i film Disney? Come ricorda Adnkronos, in Lilli e il Vagabondo (1955), per esempio, due gatti siamesi, Si e Am, sono raffigurati con stereotipi anti-latinos o asiatici. C'è anche una scena in un canile in cui i cani con un forte accento ritraggono tutti gli stereotipi dei paesi da cui provengono le loro razze, come Pedro il Chihuahua messicano e Boris il Borzoi russo. Negli Aristogatti (1970), un gatto siamese chiamato Shun Gon, doppiato da un attore bianco, è disegnato come una caricatura razzista di una persona asiatica mentre in Dumbo (1941), un gruppo di corvi che aiutano Dumbo ad imparare a volare hanno voci nere stereotipate ed esagerate. Il corvo principale si chiama Jim Crow - un riferimento a una serie di leggi segregazioniste dell'epoca nel sud degli Stati Uniti - ed è doppiato da un attore bianco, Cliff Edwards.

    LA FOLLIA DEL POLITICAMENTE CORRETTO
    Il politicamente corretto, infatti, funziona anche in maniera retroattiva: non tenendo conto minimamente del contesto storico nel quale sono uscite queste opere, pretende che essi si "adattino" alla nuova neolingua. Per ora, una scritta ci avverte che il film potrebbe contenere stereotipi e contenuti razzisti: chissà che in un futuro, non troppo prossimo, il politicamente corretto non imponga che questi film vengano cancellati e tolti dalla circolazione perché ritenuti troppo offensivi. Esattamente ciò che è accaduto nelle scorse settimane negli Stati Uniti con le statue dei...
    6 min
  • Gosnell*** (2018) - La lucida follia del dottor aborto
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=269

    LA LUCIDA FOLLIA DEL DOTTOR ABORTO
    Svelata l'ipocrisia del business dell'aborto nella vicenda del dottor Kermit Gosnell (condannato per aver ucciso tre bambini dopo il fallito aborto)
    Il 12 ottobre, in 750 teatri statunitensi, è iniziata la proiezione del film Gosnell - Il processo del più grande serial killer d'America, basato sulla storia vera del medico abortista Kermit Gosnell, condannato all'ergastolo nel maggio 2013 per l'omicidio di tre bambini nati vivi dopo il fallito aborto e per l'omicidio colposo di Karnamaya Mongar, una quarantunenne morta nel 2009 in conseguenza di una procedura abortiva, nonché per una serie di altri crimini.
    Tra quelli inclusi nella sentenza di condanna, rientrano 21 aborti oltre il limite delle 24 settimane stabilito dalla legge della Pennsylvania e 211 violazioni della norma sul consenso informato che prevede almeno 24 ore prudenziali di attesa (già di per sé un termine minimo, visto che un eventuale e provvidenziale ripensamento porterebbe a salvare almeno la vita di un essere umano) tra la richiesta da parte della donna e l'effettivo svolgersi della procedura abortiva. E questi sono solo i delitti che si è riusciti a dimostrare con certezza, senza contare poi quelli commessi con il favore della legge, sopprimendo chissà quanti bambini nel grembo materno.

    ESPERTO DI ABORTI A NASCITA PARZIALE
    Gosnell era divenuto un esperto di aborti a nascita parziale, praticati estraendo tutto il corpo del nascituro ad eccezione della testa, e si serviva di una tecnica che chiamava snipping (dal verbo inglese to snip, «tagliare»): usava cioè delle forbici per recidere all'altezza del collo la colonna vertebrale del bambino ancora vivo, completando poi la procedura di espulsione della creaturina. Questa barbarie si sarebbe ripetuta, stando alle testimonianze dei suoi dipendenti, per «centinaia di volte»; ma solo in tre casi, come detto, si sono trovate le prove tangibili (cioè resti di bambini abortiti tra la ventottesima e la trentaduesima settimana di gravidanza) per incriminare il dottore. Nella sua clinica degli orrori al civico 3801 di Lancaster Avenue, a Philadelphia, Gosnell ha potuto operare per decenni, servendosi di collaboratori privi di esperienza e senza studi di medicina, nonostante nel corso della sua lunga carriera gli fossero state intentate decine di cause per i suoi modi di agire, senza che questo portasse i funzionari pubblici a ritirargli la licenza.
    La scoperta delle atrocità che era solito commettere arrivò nel febbraio 2010 quasi per caso, perché frutto di una perquisizione seguita a una lunga indagine che era nata per il sospetto di un uso massiccio e illegale di potenti farmaci. Eppure, malgrado questo diabolico quadro di violenza sui più piccoli, Gosnell non si riteneva colpevole degli atti da lui compiuti perché convinto di aver aiutato le donne. «Non mi pento di quello che ho fatto», raccontò a Steve Volke, autore del libro Gosnell's Babies. E poi l'efferatezza non gli impediva di fare un ragionamento lucido, per quanto malvagio, che si può sintetizzare così: perché uccidere un bambino entro la ventiquattresima settimana è perfettamente legale e «compassionevole», mentre ucciderlo subito dopo che è nato non lo sarebbe più? Una domanda che rivela tutta l'ipocrisia della cultura abortista dominante, la quale rifiuta di riconoscere che la vita è un continuum e che il nascituro è a tutti gli effetti un essere umano fin dall'istante del concepimento.

    LA REALTÀ DELL'ABORTO
    Proprio perché il caso Gosnell ha mostrato in tutti i suoi drammi la realtà dell'aborto, il sistema culturale che lo promuove come «libera scelta» ha garantito una a dir poco insufficiente copertura mediatica della vicenda, rendendosi complice dei colossi (come la Planned Parenthood) che speculano sulla soppressione dei bambini. Infatti, grazie all'attivismo dei pro life sui social media, è divenuta celebre una foto scattata nel 2013 al processo di Gosnell che mostrava i banchi quasi completamente vuoti, a dimostrazione della precisa volontà della grande stampa (solitamente rapidissima a lanciarsi su notizie di scandali) di non trattare un tema scomodo per l'ideologia di cui è portatrice.
    Non sorprende perciò che la stessa sorte sia toccata al film, prodotto dai coniugi irlandesi Phelim McAleer e Ann McElhinney dopo aver raccolto 2.3 milioni di dollari attraverso la piattaforma online Indiegogo, grazie alle offerte di circa 30.000 persone. Non è stato semplice trovare gli attori disponibili a far parte del cast, visto il timore di venire ostracizzati dall'industria di Hollywood, ma alla fine il film è stato girato e le riprese sono state concluse nell'ottobre 2015. Tre anni fa. Solo nel giugno di quest'anno, una volta superate le difficoltà nel trovare un distributore cinematografico e risolta la causa intentata dal giudice Jeffrey Minehart (che contestava la sua rappresentazione nel film), i produttori sono riusciti a firmare un accordo di distribuzione.
    A proposito dei tre anni trascorsi prima di poter diffondere il film, il produttore esecutivo John Sullivan ha commentato: «Ero già stato coinvolto in film scomodi, ma questo è stato particolarmente difficile. Hollywood ha paura di questo contenuto. È una storia vera che i media hanno cercato di ignorare fin dall'inizio, quindi non mi ha sorpreso vedere Hollywood ignorarci». È arrivato il tempo di vederlo e, soprattutto, di combattere con decisione la cultura che disprezza la sacralità della vita.
    Ermes Dovico
    Fonte: La nuova Bussola Quotidiana, 19-10-2018
    9 min
  • Gosnell*** (2018) - Il film che converte gli abortisti
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=270

    IL FILM CHE CONVERTE GLI ABORTISTI (CHE NON VEDREMO IN ITALIA)
    Confessa una studentessa: ''Ero pro choice, credevo che le donne dovessero avere diritto di parola e che il governo non dovesse interferire con le nostre vite... Oggi sono pro life dopo aver visto Gosnell''
    Quando nel 2011 il "caso Gosnell" rivelò la conseguenza ultima della cultura dell'aborto attraverso i crimini commessi dal medico americano che aveva praticato nella sua clinica di Philadelphia migliaia di aborti, fra cui 21 oltre il limite consentito (24 settimane in Pennsylvania) e che uccise tre bambini nati in seguito ad aborti falliti (per cui sta scontando l'ergastolo), la stampa liberal decise di tacere sul caso. Poi, quando fu impossibile evitare la notizia che stava scuotendo il mondo abortista, i media la liquidarono parlando di Kermit Gosnell come di una scheggia impazzita di un sistema ben funzionante.
    Così, oggi che il film sull'operato del medico ("Gosnell: The Trial of America's Biggest Serial Killer") è riuscito a vedere la luce, dopo un lungo lavoro dei produttori e coniugi irlandesi Phelim McAleer e Ann McElhinney che hanno lottato ben tre anni prima per girarlo e tre anni poi per trovare un distributore, la stampa si sta comportando esattamente allo stesso modo. Anche perché la pellicola non nasconde affatto l'assenza in tribunale dei media che lasciarono le prime file riservate alla stampa completamente vuote.

    UN FILM DAVVERO POTENTE
    Basti pensare che il New York Times si è rifiutato di recensire il film persino chiedendo al produttore di mentire sul perché di questa scelta. McAleer ha confermato di essere «scioccato» dalla richiesta del Nyt che ha dichiarato contro l'evidenza che la pellicola «non ci è mai stata presentata» per una recensione. Ma se il fatto è sconvolgente, c'era da aspettarsi che il grande quotidiano progressista non avendo praticamente coperto la notizia del processo al medico ora non voglia nemmeno parlare del film.
    La pellicola infatti è davvero potente e riesce persino a sconfessare la tesi per cui la prassi del medico è stata una semplice falla del processo. C'è infatti un passaggio che spiega con eloquenza il contrario, ossia che Gosnell rappresenta l'immagine dell'uomo che più perfettamente ha incarnato la ratio abortista: «Non mi pento di quello che ho fatto», aveva dichiarato il dottore convinto di aver servito e aiutato le donne (sebbene non rispettasse nemmeno le 24 ore richieste dalla legge fra la decisione di abortire e l'aborto). Insomma, Gosnell aveva solo ripetuto quello che affermano tutti i medici che praticano omicidi in grembo. Ma c'è di più, perché l'uomo aveva anche domandato quale fosse la differenza fra l'omicidio di un bambino in grembo prima della 24esima settimana e quello di uno nato vivo alla stessa epoca gestazionale. Come a dire: che cosa cambia fra l'assassinio di un figlio in pancia e dello stesso appena nato?

    PER FAVORE ANDATE A VEDERE GOSNELL
    In poche parole, il film è in grado non solo di svelare l'abominio delle legislazioni americane che permettono l'aborto tardivo, ma di far ripensare totalmente alla liceità dell'aborto a qualunque epoca gestazionale. A rivelarlo è il pubblico stesso. McElhinney ha raccontato al Family Research Council che passerebbe «tutto il giorno a leggere le lettere più belle delle persone che hanno cambiato idea rispetto all'aborto guardando il film». Sulla pagina Facebook dedicata alla pellicola ci sono diverse testimonianze a riguardo, come quella di Kathy Zhu, studentessa della University of Central Florida che ha rivelato ai suoi 50.000 follower di twitter che «ieri ero pro Choice. Credevo che le donne dovessero avere diritto di parola e che il governo non dovesse interferire con le nostre vite. Oggi sono pro life. Dopo aver visto Gosnell e aver fatto ricerche accurate, ho finalmente capito... per favore andate a vedere Gosnell». Lo stesso è accaduto allo scrittore e imprenditore Patrick Courriel, che ha confessato di aver abbandonato la sua tesi abortista dopo essere stato al cinema.
    Forse per questo, nonostante nel fine settimana del suo debutto il film abbia incassato ben 1.235.800 dollari, arrivando (con produzione e distribuzione indipendenti) dodicesimo al botteghino, il boicottaggio è cresciuto. Se prima il giudice del processo al medico, Jeffrey Minehart, aveva cercato di impedire l'uscita della pellicola con una causa di diffamazione, mentre il colosso delle cliniche abortive, Planned Parenthood, è riuscita ad annullare alcune proiezioni, McAleer ha dichiarato che ora oltre 200 teatri hanno deciso di non proiettare più il film senza nessuna ragione. Sempre sulla pagina Facebook del film il pubblico ha aggiunto che diversi dipendenti delle sale cinematografiche hanno scoraggiato i clienti che volevano acquistare i biglietti, consigliando loro la visione di un altro film. Tutto a dire che dopo il processo e lo scandalo degli organi venduti da Planned Parenthhod anche "Gosnell: The Trial of America's Biggest Serial Killer" sta facendo la sua grande parte.
    Benedetta Frigerio
    Fonte: La nuova Bussola Quotidiana, 29-10-2018
    8 min
  • First Man* (2018) - L'importanza militare dello sbarco sulla luna
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=301

    L'IMPORTANZA MILITARE E SIMBOLICA DELLO SBARCO SULLA LUNA
    Non è possibile capire l'urgenza del programma spaziale senza tener conto della guerra fredda tra USA e Unione Sovietica, tra mondo libero e mondo comunista
    Nel 50° anniversario dello sbarco sulla Luna [...] sono comparse le solite teorie cospirative, scritte da chi è convinto che l'uomo non sia mai arrivato sul satellite lunare e che sia stata tutta una messa in scena, diretta da Stanley Kubrick. Il complottismo è comunque marginale nell'opinione pubblica. [...]
    Se i complottisti sono una voce "di troppo" in questo cinquantesimo, molti altri aspetti sono stati quasi completamente taciuti o cancellati dalla memoria collettiva.

    IL PRESIDENTE NIXON
    Il primo e più notevole di questi silenzi riguarda il vero vincitore della corsa alla Luna: il presidente Richard Nixon. In carica da sette mesi nel luglio del 1969, fu sotto la sua amministrazione che la Nasa portò a termine con successo la missione Apollo 11. Eppure… i servizi commemorativi hanno giustamente ricordato il discorso con cui John F. Kennedy diede inizio al programma spaziale per portare l'uomo sulla Luna "entro la fine del decennio", ma nessun servizio ha mai nominato Nixon, il presidente in carica al momento dell'allunaggio, se non di striscio e per episodi curiosi, come il mancato incontro con gli astronauti prima della partenza (perché si temeva un potenziale contagio) e il discorso mai pronunciato per l'eventuale morte dei membri della missione. In ogni caso, la distorsione politica della memoria è evidente: l'uomo sulla Luna è un successo attribuito a Kennedy, morto assassinato 6 anni prima, ma non a Nixon che era in carica e che avrebbe avuto tutto il diritto di prendersi il merito dell'impresa.

    SCIENZIATI EX NAZISTI
    Nominato, ma solo di striscio, è anche l'ingegnere che progettò il Saturno V, il missile che portò i primi tre uomini sulla Luna. Era Wehrner von Braun. Fu lo stesso ingegnere che, nella Seconda Guerra Mondiale, con il grado di maggiore nelle SS, era alla testa del programma per le armi segrete di Hitler. La V-2, da lui costruita, venne impiegata per i bombardamenti indiscriminati di Londra e Anversa negli ultimi due anni di guerra. Fu il primo missile balistico della storia e venne usato contro gli Alleati. Quando von Braun venne fatto prigioniero, non finì sotto processo per crimini di guerra, anche se le accuse erano molto pesanti: 10mila prigionieri perirono nella costruzione delle V-1 e delle V-2 nelle infernali fabbriche sotterranee usate per l'assemblaggio dei missili. Von Braun venne piuttosto sottoposto a un lungo periodo di quarantena, durato dieci anni, durante i quali non poté comunicare col mondo esterno. Quando gli Usa iniziarono a impiegarlo di nuovo per la costruzione di missili balistici nucleari, la sua immagine di nazista era stata "ripulita". Prima della missione lunare, fece anche da consulente a Walt Disney per un simpatico quanto raro cartone animato sugli effetti dell'assenza di gravità in un volo spaziale. Un altro membro tedesco del team di scienziati del programma Apollo 11, Arthur Rudolph, dovette lasciare gli Stati Uniti nel 1984 assieme alla famiglia: erano state raccolte prove a sufficienza per condannarlo per crimini di guerra, sempre per lo sfruttamento letale dei prigionieri per la costruzione delle V-2.

    LA GUERRA FREDDA E IL PERICOLO COMUNISTA
    La presenza di scienziati ex nazisti nel programma spaziale americano si spiega solo con l'urgenza del programma stesso, che induceva i governi americani di allora a farsi meno scrupoli del solito. E qui c'è il terzo grande assente nella storia che ieri e l'altro ieri ci è stata presentata: la Guerra Fredda. Non è possibile comprendere la missione lunare, senza ricordare il terrore che provocò il lancio del primo satellite sovietico nel 1957, lo Sputnik. Non è possibile capire l'urgenza del programma spaziale senza tener conto di quella che, oggi, registi e giornalisti vedono come "paranoia anticomunista", ma che allora, in realtà, era una paura ben fondata: la possibilità dei sovietici di colpire il territorio statunitense da casa loro, con missili balistici intercontinentali, senza possibilità di subire una rappresaglia. Ancora nel 1960, Kennedy vinse le elezioni anche grazie alla sua promessa di colmare il "missile gap", il vantaggio sovietico in campo missilistico (gap che era stato già stato colmato nel 1960, per altro, ma il pubblico e gli elettori ancora non lo sapevano). Gli Usa avevano fretta di sviluppare missili altrettanto potenti. E poi avevano bisogno di dare una forte dimostrazione di superiorità tecnologica. Il primo progetto in tal senso consisteva nel lanciare una potente testata nucleare sulla Luna, la cui esplosione si sarebbe vista fin sulla Terra. Era il progetto A119, iniziato nel 1958, ma mai portato a termine, perché anche l'opinione pubblica americana, oltre ai vertici sovietici, ne sarebbe rimasta terrorizzata. Fu solo dopo che i sovietici mandarono il primo uomo nello spazio, Jurij Gagarin, nell'aprile del 1961, che Kennedy lanciò il programma per far arrivare sulla Luna degli astronauti, non più una testata atomica. L'intento era sempre quello di arrivare primi in una corsa agli armamenti nello spazio.

    LA SPETTACOLARE VITTORIA DEGLI STATI UNITI CONTRO L'UNIONE SOVIETICA
    La Guerra Fredda, contesto della missione lunare, tende ad essere dimenticata o quantomeno ridimensionata. La si nomina, ma non si sottolinea mai abbastanza la sua importanza fondamentale per capire il progresso del programma spaziale. E' vero che il risultato raggiunto, il primo viaggio extraterrestre e il primo sbarco in un corpo celeste, trascende la Guerra Fredda. Ma ci sono anche precise ragioni culturali di questa omissione. La prima è che, paradossalmente, gli americani di oggi, per lo meno nel mondo della cultura, tendono a non esaltare troppo le vittorie di ieri. Nel film "Il primo uomo" sulla missione Apollo 11, la scena in cui gli astronauti piantano la bandiera a stelle e strisce sulla Luna è assente. La bandiera si vede, ma solo per pochi fotogrammi. Per giustificarsi, il regista Damien Chazelle, prima ha affermato che il suo intento era quello di soffermarsi maggiormente sulla storia personale di Neil Armstrong, poi ha ammesso che voleva far vedere l'allunaggio come una vittoria dell'umanità più che degli Stati Uniti. In realtà, allora, l'elemento nazionale, patriottico e bellico (con la guerra del Vietnam ancora in corso e la Guerra Fredda a un punto critico) era dominante. Ometterlo è un grave peccato per uno storico. Ammetterlo, però, vorrebbe dire ammettere una cosa molto politicamente scorretta: una spettacolare vittoria degli Stati Uniti contro l'Unione Sovietica. E più in senso lato: del mondo libero contro il comunismo.
    Stefano Magni
    Fonte: La nuova Bussola Quotidiana, 22/07/2019
    10 min
  • La battaglia di Varsavia** (2011) - Un fatto decisivo per l'Europa
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=393

    UN FATTO DECISIVO PER L'EUROPA
    In questo film, uno dei più costosi della storia del cinema in Polonia, si ricorda che se fosse caduta Varsavia la porta dell'Europa sarebbe stata aperta per essere invasa
    Come scrive Armando Torno "internet può essere la Biblioteca di Alessandria o la Cloaca Massima". Tralasciando il secondo caso che ritengo facilmente comprensibile a tutti, vediamo il primo caso in cui su You Tube si possono trovare video veramente interessanti che permettono di far memoria di episodi chiave della storia ormai dimenticati.
    Infatti ieri mi sono imbattuto, casualmente, in uno spezzone con sottotitoli in inglese (Catholic Poland repels the communist invasion of Europe) del misconosciuto film polacco "1920 Bitwa Warszawska" (1920, La battaglia di Varsavia) che ha riportato alla memoria un importante fatto storico ormai dimenticato ma che, all'epoca, suggestionò l'opinione pubblica.
    Il film polacco, realizzato nel 2011, racconta, con estrema fedeltà ai fatti, la difesa di Varsavia, capitale del rinato Stato polacco assediata dall'Armata Rossa sovietica.
    Prendendo spunto dal film vale la pena di ricordare questo episodio che cambiò la storia europea: nel 1919 il Trattato di Versailles ricostituiva la nazione polacca fino ad allora smembrata, a partire dalla metà del XVIII secolo, tra Impero russo, Impero germanico e Impero austro-ungarico. Se i confini occidentali erano ben definiti, quelli orientali erano "fluidi". In seguito alla Rivoluzione russa del 1917 era scoppiata una guerra civile tra i comunisti e le Armate bianche antibolsceviche. La guerra si era presto estesa in tutte le regioni un tempo appartenenti alla Russia zarista compresa l'Ucraina confinante con la neonata Repubblica di Polonia. Nelle vicende belliche di questa regione si inserisce l'esercito polacco che in appoggio all'esercito anticomunista di Simon Petljura, occupa nell'aprile 1920 il territorio ucraino fin quasi a Kiev. Agli occhi del mondo il Maresciallo Jozéf Piłsudski, capo della Nazione e dell'esercito, sembra essere l'invasore ma in realtà ha con preveggenza anticipato l'offensiva bolscevica verso ovest; nei disegni dei capi del Cremlino infatti la Polonia rientrava nelle terre occidentali in cui esportare sulle baionette la rivoluzione comunista. La riorganizzazione operata da Lev Davidovič Trotskij nell'Armata Rossa ha permesso però la sconfitta delle Armate Bianche e, ormai libero da ostacoli, l'esercito bolscevico in due mesi contrattacca e dilaga in Polonia puntando sulla capitale. Due eserciti si fronteggiano: il piccolo esercito polacco appena costituito e la grande Armata Rossa composta da truppe male armate, mal vestite ma animate fanatismo rivoluzionario e soprattutto guidate da eccellenti generali come Tuchačevskij e Budyonnyj. All'interno di Varsavia le organizzazioni di operai comunisti raccolgono gli appelli di Lenin e si dedicano al boicottaggio dell'esercito polacco.
    Il panico investe Varsavia ma non solo: in tutte le capitali europee corre un brivido. I racconti di orrore che descrivono l'avanzata dei bolscevichi fanno comprendere che se cade Varsavia la porta dell'Europa è aperta. E non è un timore infondato. Infatti In una conversazione con i delegati francesi al II Congresso del Komintern, l'organizzazione internazionale dei partiti comunisti, nell'agosto 1920, Vladimir Il'ič Ul'janov Lenin disse che "Sì, le truppe sovietiche sono a Varsavia. Fra poco avremo anche la Germania. Riconquisteremo l'Ungheria, e i Balcani si solleveranno contro il capitalismo. L'Italia tremerà. L'Europa borghese scricchiola da tutte le parti, in mezzo a questa tempesta".
    Le potenze occidentali antisovietiche si limitano a inviare un'inutile missione interalleata guidata dal generale Maxime Weygand di cui fa parte un giovane ufficiale di nome Charles de Gaulle, l'Ungheria invia solo rifornimenti di armi e munizioni poiché l'appena costituita Repubblica ceca impedisce il passaggio di truppe ungheresi, dagli Stati Uniti giungono alcuni piloti volontari ma nulla altro. Nella capitale regna ormai il terrore in quanto l'Armata Rossa è a poche decine di chilometri. Ma Tuchačevskij e Lenin ignoravano la forte coesione del popolo polacco. Il Governo guidato dal Maresciallo Piłsudski riorganizza l'esercito, i rifornimenti e le comunicazioni, arma le donne, gli studenti e le associazioni di scout, accorrono migliaia di volontari a rafforzare l'esercito. La Chiesa polacca dal canto suo organizza novene di preghiera e centinaia di processioni e dai pulpiti incita ad arruolarsi e a combattere. E' la vigilia della festa dell'Assunta e circola la voce che la Madonna sia apparsa a guidare alla vittoria le truppe polacche. Si vedranno in mezzo ai soldati molti sacerdoti guidare l'assalto tenendo alto il Crocifisso.
    Infatti in seguito questa vittoria verrà ricordata come il "miracolo della Vistola", dal nome del fiume che attraversa Varsavia, e la Beata Vergine Assunta diverrà protettrice dell'Esercito polacco.
    Grazie dunque alla protezione della Beata Vergine Assunta, alla mobilitazione popolare, all'abile capacità militare di Piłsudski, all'entusiasmo e alla coesione del popolo polacco e alla decriptazione di alcuni messaggi dell'esercito rosso, quella che Lenin considerava una vittoria della rivoluzione ormai acquisita si rovescerà in una rotta disordinata dell'Armata Rossa inseguita dalle cariche dei celeberrimi lancieri polacchi.
    Tuchačevskij deve ritirarsi con venticinquemila caduti e decine di migliaia tra prigionieri e internati in Prussia: non ha perso solo una battaglia, ha perso un esercito. La dirigenza comunista a Mosca affronta una grave crisi e deve accettare una tregua effettiva nell'ottobre del 1920, trasformata nel marzo 1921 nella pace definitiva di Riga. Sarà solo una parentesi di pace infatti nel 1939 Iosif Vissarionovič Džugašvili Stalin avrebbe colto al volo l'occasione offerta da Adolf Hitler e avrebbe rioccupato con spirito di vendetta la Polonia orientale, e nel 1945 avrebbe ottenuto gran parte di quello che lui e Lenin volevano conquistare già nel 1920.
    L'assedio e la battaglia di Varsavia, all'epoca, fece molta impressione sull'opinione pubblica occidentale che rimase preda della giustificata paura del "pericolo rosso" e dell'invasione dei "cosacchi bolscevichi", favorendo l'ascesa di governi autoritari e di democrazie "forti". La presenza a Varsavia nel 1920 del Nunzio apostolico Arcivescovo Achille Ratti (1857-1939), dal 1922 Papa Pio XI, lo convinse che il comunismo sarebbe stato il nemico della Chiesa e lo confermò nella sua lotta ai totalitarismi . I comunisti capirono la lezione polacca e, ormai isolati a livello internazionale, perseguirono la rivoluzione mondiale con diversa strategia. Un avvenimento poco noto la cui portata è pari alla vittoria di un altro polacco, il Re Giovanni III Sobieski (1624-1696), a Vienna l'11 settembre 1683, che allora fermò definitivamente l'armata turca, un altro nemico mortale della Cristianità.
    Questo episodio non marginale della storia europea è ormai ignorato nei libri di testo scolastici e di divulgazione, per compiacere la storiografia marxista che lo include nelle vicende della guerra civile russa ma, oltre al film di cui scrivevo in apertura, il lettore italiano può documentarsi ampiamente con la lettura del saggio di Adam Zamoyski, 16 agosto 1920 la battaglia di Varsavia, Corbaccio, 2009 in cui troverà completo resoconto.
    Franco Maestrelli
    Fonte: Destra, 29 Dicembre 2015
    11 min
  • Mother Cabrini*** (2021) - La vita di Santa Francesca Saverio Cabrini
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=394

    LA STRAORDINARIA VITA DI SANTA FRANCESCA SAVERIO CABRINI
    Ultima di 13 figli, fondò le Missionarie del Sacro Cuore e partì per gli Stati Uniti, dove lottò contro la massoneria, fece erigere scuole, orfanotrofi, collegi, case di riposo, asili, ospedali... la sua forza era la preghiera e Pio XII la proclamò patrona degli emigranti
    La visione di Mother Cabrini è valsa veramente la pena. Molto più, a mio modesto avviso, dello sceneggiato su Chiara Lubich, andato in onda la domenica precedente, senza programmi concorrenti e pure in prime time: un "santino" piuttosto piatto e zeppo di luoghi comuni politicamente corretti: cristianesimo come opzione esclusiva per i poveri, fascisti cattivi e comunisti buoni, la Chiesa come Inquisizione, la santità della protagonista indistinguibile da un volontariato alla Caritas. Invece Mother Cabrini di Daniela Gurrieri e interpretato da una convincente Cristina Odasso non ha peli ecclesialmente corretti sulla lingua: i nemici della Santa sono i massoni, concetto più volte ribadito nel corso della storia.
    Con attori fisicamente somiglianti scorrono sullo schermo san Giovanni B. Scalabrini, il papa Leone XIII e la protagonista, mostrata, sia pure di sfuggita dati i tempi compressi di un film, nel suo lato evangelicamente «astuto come un serpente» (la sua abilità nello stendere contratti era leggendaria; soleva dire: «i nemici di Cristo sono abilissimi nell'amministrazione e nella finanza, noi non dobbiamo essere da meno»), ma anche in quello mistico delle ore passate in preghiera davanti al Tabernacolo. Nel film una scena vede lei acquistare a poco una proprietà deprezzata dalla mancanza d'acqua, e poi l'acqua la si trova, con meraviglia degli operai, scavando nel punto da lei indicato. Felice anche l'idea di lasciare il titolo in inglese nell'edizione italiana: la Santa aveva infatti la cittadinanza americana e, per questo, fu la prima cittadina americana a finire sugli altari. Dichiarata Patrona degli emigranti, con le suore osava andare nei quartieri di New York dove neanche la polizia entrava. Erano i tempi in cui il concetto di «missione» era onnicomprensivo e nessun missionario si poneva il problema se stesse per caso facendo «proselitismo».
    Maria Francesca Cabrini da Sant'Angelo Lodigiano (oggi provincia di Lodi) in religione cambiò il suo nome in suor Francesca Saverio (con la «o») in onore del Patrono delle Missioni, san Francesco Saverio. Voleva infatti andare in Cina, ma il vescovo Scalabrini la convinse ad assistere gli emigrati italiani in America, che erano a rischio di perdere la fede cattolica sia per la povertà che per l'ambiente protestante (e massonico). Nel film tutto questo è chiaramente esplicitato. E, di questi tempi, non è poco.

    Nota di BastaBugie: per vedere gratis sul sito della Rai il film Mother Cabrini, clicca qui!

    LA VITA DI SANTA FRANCESCA SAVERIO CABRINI
    Ermes Dovico riassume su La Nuova Bussola Quotidiana il 22 dicembre 2020 la straordinaria vita di Santa Francesca Saverio Cabrini.
    Ecco l'articolo completo pubblicato:
    La fede incrollabile nei disegni di Dio fu il tratto distintivo di santa Francesca Saverio Cabrini (1850-1917), rinvenibile già nella scelta del nome da religiosa, quando al nome di battesimo aggiunse «Saverio» in onore del grande missionario spagnolo che aveva dato tutto per Cristo, annunciandolo nelle terre più lontane e difficili dell'Oriente. Ultima di 13 figli di una famiglia contadina benestante, era nata a Sant'Angelo Lodigiano, rimanendo presto orfana di entrambi i genitori e divenendo suora dopo il diploma da maestra elementare. Per proseguire la missione del suo santo ispiratore, Francesca voleva partire per la Cina, ma seppe comprendere che la volontà divina su di lei era un'altra. Fu prima il vescovo di Lodi, che ne aveva intuito le doti organizzative e le virtù, a consigliarle di fondare un istituto religioso per assistere i moltissimi italiani emigrati in America. La giovane riuscì a riunire alcune compagne attorno a sé e nel 1880 fondò le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, costituendo case in Lombardia e poi a Roma.
    La prospettiva della missione estera si concretizzò grazie a un altro vescovo, il beato Giovanni Battista Scalabrini. Pur declinando la sua proposta di affiancare il ramo maschile della congregazione da lui fondata, accettò la direzione di un asilo e una scuola a New York. Nel frattempo, era stato Leone XIII in persona a sostenere l'opportunità della via dell'America. «L'istituto è ancora giovane - le disse il Santo Padre - ha bisogno di mezzi: andate negli Stati Uniti, ne troverete, e con essi un grande campo di lavoro. La vostra Cina sono gli Stati Uniti, vi sono tanti italiani emigrati che hanno bisogno di assistenza». Partì nel 1889, compiendo la prima di una ventina di traversate oceaniche in un'infaticabile opera al servizio dei bisogni materiali e spirituali dei connazionali all'estero: «Gli italiani qui sono trattati come schiavi... bisognerebbe non sentire amor di patria per non sentirsi ferita», scriveva degli italoamericani, che aiutò a inserirsi nel tessuto statunitense senza rinunciare alla loro identità e risvegliandone la fede cattolica.
    Assistita dalle suore e dai benefattori attratti dal suo carisma, tra cui alcuni italiani ricchi che coinvolse nella carità, Francesca si prese cura di ogni gruppo sociale fragile o bisognoso di formazione, dagli orfani agli ammalati, dai giovani agli anziani. Fu così che tutti presero a chiamarla Mother Cabrini. Fondò scuole, orfanotrofi, collegi femminili, case di riposo, asili, ospedali a New York e Chicago, estendendo la sua opera fino alla California, poi in Argentina e poi ancora nelle grandi capitali europee, come Londra, Madrid, Parigi. A chi la lodava per il successo delle sue iniziative, rispondeva sincera: «Tutte queste cose non le ha fatte forse il Signore?». Era in Lui che trovava la forza per superare ogni difficoltà, come emerge limpidamente dai suoi scritti: «Se alcuna cosa mi sembrerà ardua e pesante, raddoppierò la mia confidenza e abbandono nel mio Diletto, cercando di prendere riposo assoluto nel Cuore divino».
    La devozione al Sacro Cuore di Gesù e l'amore per l'Eucaristia alimentato dalle lunghe contemplazioni davanti al tabernacolo, con cui cercava di accendere le sue religiose, erano la sorgente della sua operosità. «Se io mi occupassi solo di cose esteriori, per buone e sante che siano, diverrei debole e languente; col rischio di perdermi, qualora mi mancasse il sonno dell'orazione», ammoniva, indicando che il suo servizio a Dio nel prossimo nasceva dall'anima ristorata dalla preghiera contemplativa e da un'intensissima vita interiore, che è l'aspetto più facilmente oscurato quando si parla dei grandi santi capaci di trasformare il mondo come Francesca Cabrini. Per questo Pio XII, che la canonizzò e proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», aveva ben ragione a dire che «fra le sue virtù eroiche, eroicissima era in lei la carità di Cristo». È l'intima unione con Nostro Signore la virtù che più di ogni altra ha animato la sua opera, per la quale gli italoamericani la chiamano semplicemente «la nostra santa».
    Nel novembre 2010 le è stata intitolata la stazione di Milano Centrale.
    Rino Cammilleri
    La Nuova Bussola Quotidiana, 31-01-2021
    10 min
  • La battaglia di Varsavia** (2011) - Quando la Polonia fermò i comunisti
    PER RICHIEDERE IL DVD (sottotitolato in italiano) > http://www.filmgarantiti.it/it/contatti.php?pagina=contatti&nome=intro

    LA BATTAGLIA DI VARSAVIA (2011) **
    QUANDO LA POLONIA FERMO' I COMUNISTI di Wlodzimierz Redzioch
    Lunedì 27 luglio, nella chiesa delle suore visitandine a Cracovia, è stata celebrata una Messa di ringraziamento nel centenario dell'atto di consacrazione della nazione polacca al Sacro Cuore di Gesù.
    Nel 1920, di fronte alla minaccia bolscevica, i vescovi polacchi si radunarono a Jasna Góra sotto la guida del primate polacco, il cardinale Edmund Dalbor, e il 27 luglio appunto consacrarono la nazione e l'intera patria al Sacro Cuore di Gesù, ribadendo l'atto di elezione della Madonna a Regina di Polonia. "Nel momento in cui nuvole scure si radunano sulla nostra patria e sulla nostra Chiesa, gridiamo come tuoi discepoli sorpresi da una tempesta in mare: Signore, salvaci, perché stiamo morendo. E come una volta, stendendo la mano destra, con una sola parola hai calmato la tempesta, ora, Signore, allontana il pericolo che ci minaccia", supplicavano i vescovi.
    L'episcopato si impegnò quindi a diffondere tra i fedeli (specialmente nei seminari) la devozione al Sacro Cuore di Gesù e incoraggiare le famiglie a consacrarsi a Lui.
    Di quali "nuvole scure" parlavano i vescovi polacchi? Nel 1918, un anno dopo la rivoluzione bolscevica, il Consiglio dei Commissari del Popolo (il governo bolscevico) prese la decisione di formare nell'ambito dell'Armata Rossa la cosiddetta Armata Occidentale per realizzare militarmente la "rivoluzione mondiale". Il 10 marzo 1920, a Smolensk, ebbe luogo una riunione dei capi dell'Armata Rossa, del "Fronte Occidentale" e dei commissari comunisti, tra cui anche Stalin, che presero delle decisioni circa l'attacco alla Polonia e all'Europa che doveva svolgersi lungo la traiettoria Varsavia-Poznan-Berlino-Parigi.
    Nell'estate del 1920 l'Armata Rossa avanzava minacciosamente verso il fiume Vistola fino alle porte di Varsavia. E in queste circostanze i vescovi polacchi presero la decisione della consacrazione della nazione polacca al Sacro Cuore di Gesù. Nello stesso tempo, per smuovere le coscienze di tutti inviarono delle lettere: alla nazione, agli episcopati del mondo intero e al Papa, chiedendo a Benedetto XV la benedizione e preghiere per la Polonia minacciata dai bolscevichi. Nella coraggiosa lettera alle Chiese nel mondo i vescovi davano un'analisi puntualissima della situazione, scrivendo: "La Polonia non aveva intenzione di combattere; vi è stata costretta. Inoltre, non combattiamo affatto contro la nazione, ma piuttosto contro coloro che hanno calpestato la Russia, che ne hanno succhiato il sangue e l'anima, aspirando a occupare nuove terre. Come uno sciame di cavallette che, dopo aver distrutto ogni segno di vita in un luogo, si sposta altrove, costretto dalla propria azione distruttrice a migrare; similmente ora il bolscevismo - 'avvelenata' e saccheggiata la Russia - si volge minaccioso verso la Polonia".
    Ma i vescovi prima di tutto volevano attirare l'attenzione del mondo sul fatto che i polacchi non fossero i soli ad essere minacciati: "Per il nemico che ci combatte, la Polonia non è l'ultima meta della sua marcia; è piuttosto una tappa e una piattaforma di lancio verso la conquista del mondo". L'espressione "conquista del mondo" non era per nulla troppo ardita perché "il bolscevismo ha avvolto con una rete sovversiva, come un ragno, nazioni lontanissime dalla Russia (...) E oggi tutto è pronto per questa conquista del mondo. In tutti i paesi vi sono schiere già organizzate, che aspettano soltanto il segnale di battaglia; fervono i preparativi di continui scioperi, che dovranno paralizzare la vita normale delle nazioni. La discordia fra le diverse classi sociali si sta trasformando in un odio esasperato e influenze internazionali bloccano astutamente ogni giudizio e autodifesa delle nazioni". Allora tutti dovevano essere coscienti che in questa situazione "la Polonia è l'ultima barriera posta sulla strada del bolscevismo verso la conquista del mondo: se dovesse crollare, il bolscevismo si spanderebbe nel mondo intero, con tutta la sua potenza distruttrice. E l'ondata, che oggi minaccia di invadere il mondo, è veramente terribile".
    I vescovi polacchi sottolineavano che rischio corresse la Chiesa con il bolscevismo: "Oltre alla dottrina e all'azione, il bolscevismo porta nel suo petto un cuore pieno di odio. E questo odio è rivolto soprattutto contro il cristianesimo, di cui è decisamente una negazione, si rivolge contro la croce di Cristo e contro la sua Chiesa. (...) Il bolscevismo è proprio l'incarnazione e la manifestazione sulla terra dell'Anticristo". Parole chiare e vere che non tutti in Occidente volevano sentire.
    Purtroppo, il mondo rimase sordo alle richieste di aiuto dei polacchi. Sembrava che tutti, anche le cancellerie occidentali, fossero rassegnati alla vittoria comunista. E, paralizzati, non facevano niente. Una lodevole eccezione fu l'Ungheria che fornì alla Polonia gli armamenti e le munizioni, facilitando anche il trasporto delle armi dall'Occidente.
    Invece nelle varie Chiese cominciarono le preghiere per la Polonia, sollecitate dallo stesso Pontefice. Il 5 agosto Benedetto XV inviò al Cardinale Vicario di Roma, Basilio Pompili, una lettera che esprimeva tutta la vicinanza del Papa al popolo polacco: "Signor Cardinale, con vivo compiacimento abbiamo appreso che Ella, seguendo il Nostro suggerimento, ha ordinato che domenica prossima nella Venerabile Chiesa del Gesù siano innalzate fervide solenni preghiere all'Altissimo per invocare le misericordie del Signore sulla sventurata Polonia. Gravissime ragioni Ci inducono a bramare che l'esempio dato da Lei, Signor Cardinale, sia seguito da tutti i Vescovi del mondo cattolico. È nota, infatti, la materna ansiosa sollecitudine con la quale la Santa Sede ha seguito sempre le fortunose vicende della Nazione Polacca. Quando tutte le Nazioni civili si inchinavano silenziose dinanzi alla prevalenza della forza sul diritto, la Santa Sede fu sola a protestare contro la iniqua spartizione della Polonia e contro la non meno iniqua oppressione del popolo polacco. Ma ora vi è molto di più; ora non solo è in pericolo l'esistenza nazionale della Polonia, ma tutta l'Europa è minacciata dagli orrori di nuove guerre. Quindi non è soltanto l'amore verso la Polonia, ma è l'amore verso tutta l'Europa che Ci muove a desiderare che i fedeli tutti si uniscano a Noi nel supplicare l'Altissimo affinché, per intercessione della Vergine Santissima, protettrice della Polonia, voglia risparmiare al popolo polacco questa suprema sciagura, e nello stesso tempo voglia allontanare questo nuovo flagello dalla dissanguata Europa".
    La massiccia campagna di preghiere della Chiesa intera veniva derisa dagli ambienti socialisti e comunisti in Occidente. Il giornale socialista Avanti! così derideva l'iniziativa del Pontefice: "Il Papa fa assegnamento sull'intercessione della Madonna. (...) Sta fresco il Romano Pontefice se crede nell'efficacia della Vergine! Tre milioni di soldati indossano la divisa russa. (...) Questi soldati e i loro cannoni varranno assai più che non tutti i Rosari del mondo. Fra giorni ne avremo la prova". Ma la realtà doveva smentire le sprezzanti parole dei rivoluzionari italiani.
    Allo scontro finale tra l'esercito polacco guidato dal maresciallo Piłsudski e l'Armata Rossa si arrivò nei giorni dell'Assunta del 1920. La battaglia di Varsavia venne combattuta per più di 10 giorni: dal 13 al 25 agosto. Malgrado la superiorità numerica dei soldati bolscevichi, l'esercito polacco sconfisse i comunisti. Quest'anno si celebra il centesimo anniversario di questa epica battaglia che è passata alla storia come "il Miracolo sulla Vistola". Ma nasce una domanda: chi vorrà ricordare la vittoria dei polacchi che cento anni fa salvarono l'Europa dal comunismo?
    ULTERIORI INFORMAZIONI > http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=94
    10 min
  • La battaglia di Varsavia** (2011) - Il miracolo della vistola
    PER RICHIEDERE IL DVD (sottotitolato in italiano) > http://www.filmgarantiti.it/it/contatti.php?pagina=contatti&nome=intro

    LA BATTAGLIA DI VARSAVIA (2011) **
    IL MIRACOLO DELLA VISTOLA di Rino Cammilleri
    L'anno scorso cadeva il centenario della Battaglia di Varsavia, che i polacchi chiamano anche Miracolo della Vistola. Se hanno dovuto praticamente celebrarselo da soli è perché si tratta di un episodio storico in cui a far la parte del cattivo (che per giunta le busca) sono i comunisti. [...]
    Chi visita il santuario di Loreto e fa un giro nelle cappelle laterali forse si stupirà nel vedere in quella della nazione polacca un affresco in cui lancieri e fucilieri combattono contro soldati con la stella rossa sul colbacco. È, appunto, il Miracolo della Vistola, che i polacchi attribuirono senza esitazione a quella Madonna che avevano invocato. Crollato l'impero sovietico, i polacchi si svenarono per finanziare un film-kolossal che rievocava quella strepitosa vittoria. L'opera è tutta autoctona, niente attori stranieri, niente contributi che non fossero nazionali. Ne è uscito un film incredibile, con scene di massa realizzate con migliaia e migliaia di comparse, una ricostruzione storica perfetta e, soprattutto, niente di quelle pause, quei prolungati silenzi, quell'assenza di musica e colore che hanno caratterizzato a lungo il cinema dell'Est (che talvolta ha mandato in visibilio i critici ma che allo spettatore comune evocava il giudizio di Fantozzi).
    Il film, naturalmente, non è mai stato distribuito in Italia. Ma potete procurarvelo qui. E' un dvd con sottotitoli in italiano, munito di libretto con recensione storica e un'intervista a Marco Invernizzi, reggente di Alleanza Cattolica. Con quella battaglia i polacchi salvarono non solo se stessi ma anche l'Europa. Esagerato? E allora sentite. Preso il potere in Russia nel 1917, Lenin nel 1920 era padrone del campo e aveva appena vinto la guerra civile contro i «bianchi». L'Armata Rossa, creata e diretta da Trockij, in coerenza coi presupposti della rivoluzione bolscevica, poteva adesso esportare il marxismo. L'obiettivo era la Germania e poi il resto (in una delle sue tante previsioni sballate Marx aveva indicato proprio la Germania come luogo più prossimo al crollo del capitalismo). Solo che tra i russi e la Germania c'era, geograficamente, la Polonia, da poco diventata indipendente. Così, la gigantesca Armata Rossa venne scagliata contro la piccola Polonia, e in breve i rossi arrivarono alle porte della capitale Varsavia. Ma avevano fatto i conti senza la Vergine di Czestochowa, protettrice del Paese invaso. In tutte le chiese si moltiplicarono novene, suppliche e processioni, mentre il generale Jozef Pilsudski, che era anche capo dello Stato, approntava febbrilmente una strategia.
    E fu il miracolo. Il piccolo popolo fermò sul fiume Vistola lo strabordante nemico e gli inflisse tali perdite da costringerlo, addirittura, a tornare nei suoi confini. A questo proposito, bellissima e commovente, nel film, la scena in cui un giovane cappellano, armato del solo crocifisso, corre in prima fila sotto il fuoco della mitraglia incitando le truppe. Dopo questa clamorosa, e inaspettata, sconfitta, il triumvirato Lenin-Trockij-Stalin si interroga sul «che fare». Prevale la linea di Stalin, quella del «socialismo in un solo Paese». Trockij non ci sta, insiste nell'esportare la rivoluzione. Ma chi contraddice Stalin la paga. Trockij, com'è noto, deve scappare all'estero. Ma la mano lunga di Stalin lo raggiunge in Messico, dove viene assassinato da tal Ramón Mercader (la cui sorella María, attrice, sposerà il nostro Vittorio De Sica). Questa, però è un'altra storia...

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