FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

By BastaBugieTV & FilmFilm Reviews
Download on the App Store

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema episodes

  • Sesso & potere* (1997) - Il film che previde lo scandalo di Bill Clinton
    VIDEO: SPIN DOCTORS - Come ti manipolano gli stregoni della notizia (di Marcello Foa) ➜ https://www.youtube.com/watch?v=0OjaHYCAXSU&list=PLolpIV2TSebURQLIBppY4bAc0bO7DbkRT

    VIDEO: Sesso e Potere (film 1997) TRAILER ITALIANO ➜ https://www.youtube.com/watch?v=UeZbvfrT14U&list=PLolpIV2TSebXA9xYikH3yOYlHE6Ls-eQC

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=429

    SESSO & POTERE, IL FILM SUGLI SPIN DOCTORS CHE PREVIDE LO SCANDALO DI BILL CLINTON
    Lo spin doctor spinge i media a deviare l'attenzione dell'opinione pubblica diffondendo notizie ad hoc (DUE VIDEO: Trailer del film con Robert De Niro e Dustin Hoffman + Gli stregoni della notizia di Marcello Foa)
    di Roberto Marchesini
    Lo ripeto spesso: la clinica, cioè la cura delle persone, la fanno gli psicologi di campagna come me. Gli psicologi veramente bravi fanno gli spin doctor e guadagnano un sacco di soldi. Ma chi sono gli spin doctor? La locuzione deriva dal baseball, sport nel quale esiste un tiro, lo spin, curvo, deviato. Lo spin doctor è uno psicologo che curva, piega e devia l'informazione a favore del suo cliente, sia esso un politico o una azienda.
    C'è un film che chiarisce in modo esemplare chi sia e cosa faccia lo spin doctor: Wag the dog, diretto da Barry Levinson nel 1997. Il titolo italiano, come spesso accade, non significa nulla: Sesso e potere. Il titolo originale, invece, prende origine da una battuta del film: uno spin doctor, guardando un cane che dimena la coda, riuscirebbe a far credere che è la coda a muovere il cane.

    UN FILM CHE SMASCHERA LA REALTÀ DELLA POLITICA
    La trama è la seguente: il presidente degli Stati Uniti insidia sessualmente una minorenne nel corso di una visita alla Casa Bianca, nello Studio Ovale; la notizia si diffonde una decina di giorni prima delle elezioni di metà mandato. Viene quindi convocato lo spin doctor Conrad Brean, interpretato da Robert De Niro, per gestire la situazione; questo contatta l'eccentrico produttore hollywoodiano Stanley Motss (Dustin Hoffman) per elaborare insieme una strategia. Insieme decidono di deviare l'attenzione dell'opinione pubblica diffondendo la notizia di una falsa guerra con l'Albania: la nazione europea sarebbe in mano a terroristi che minacciano la sicurezza degli USA ed è necessario inviare truppe per ripristinare la democrazia. Vengono scelti i gadget e i colori per sostenere l'impegno bellico statunitense e viene addirittura incisa una canzone, intitolata The American Dream e straordinariamente simile a We Are The World, per coinvolgere la popolazione in questa lotta per la democrazia. Nel frattempo, i media trasmettono video falsi della falsa guerra. Tutto sembra procedere per il meglio; tuttavia, a pochi giorni dalle elezioni, l'FBI interviene diffondendo la notizia che la guerra è stata sventata e che le truppe statunitensi possono ritornare a casa.
    Brean e Motss non si danno per vinti e inventano una nuova storia: le truppe statunitensi avrebbero lasciato nelle mani dai terroristi albanesi un soldato, William Schumann, abbandonato come una «scarpa vecchia»; urge una nuova mobilitazione popolare per riportare a casa l'eroe americano. In poco tempo viene composto un blues «anni Trenta» intitolato «Good Old Shoe», buona scarpa vecchia; e viene inventato un gesto «spontaneo» per significare l'adesione alla campagna a favore dell'eroe di guerra: scarpe vecchie vengono lanciate sui rami degli alberi, sui lampioni e a cavalcioni sui fili della corrente.

    BILL CLINTON E MONICA LEWINSKY
    In poco tempo, gli Stati Uniti gli alberi e i cavi sospesi degli Stati Uniti si riempiono di scarpe vecchie. Viene persino organizzato in pompa magna il rientro dell'eroe, a ridosso delle elezioni; Schumann, però, si rivela uno stupratore di minorenni e viene ucciso dal padre di una di loro. Può rientrare, quindi, solo il cadavere del falso eroe di guerra. Per Brean e Motss è un trionfo: tutti i media parlano del successo dell'operazione e della certezza della rielezione del presidente. Motss, tuttavia, non è soddisfatto: vuole che il suo lavoro migliore gli venga riconosciuto. Brean cerca di dissuaderlo, ma il produttore è irremovibile. Poco dopo verrà trovato casualmente morto per un attacco cardiaco.
    Il film è tratto da un romanzo (American Hero) di Larry Beinhart, pubblicato nel 1993; i diritti sono stati acquistati dalla Tribeca Production, di proprietà di De Niro che, quindi, è sia produttore che interprete del film. Il risultato è un film grottesco e straniante. È davvero incredibile che i media, i guardiani del potere, siano a quello asserviti; che possano inventare storie così pazzesche pur di influenzare la politica interna; e che gli spin doctor abbiano davvero tutto questo potere nel manipolare l'opinione della gente. Eppure, pochi mesi dopo l'uscita del film Bill Clinton fu accusato di aver avuto rapporti sessuali con una stagista nello Studio Ovale; mentre montava lo scandalo, ha ordinato il lancio di missili contro Afghanistan e Sudan; durante il processo di impeachment ha ordinato di bombardare l'Iraq... Ah, il potere profetico di Hollywood (che significa «bosco sacro»).
    Che dire, dunque? Wag The Dog è un brutto e poco credibile film di fantapolitica, oppure una finestra aperta su una realtà che non conosciamo? [...]
    7 min
  • Un santo nella tempesta' (2011) - Un film impreciso su san Josemaria Escrivà
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=174

    MOLTE IMPRECISIONI STORICHE E LA QUASI ASSENZA DI SAN JOSEMARIA di Rino Cammilleri
    L'indomani dell'Assunta, cioè il 16 agosto, in prima serata Rai3 ha mandato in onda l'atteso (non da tutti, ovviamente) film There be dragons del famoso regista Roland Joffé. Perché atteso (non da tutti)? Perché parla di san Josemaría Escrivá de Balaguer, il fondatore dell'Opus Dei. Roland Joffé, inglese di origine francese, ha al suo attivo titoli strepitosi e premiati come Mission e Urla del silenzio (due nomination agli Oscar e una Palma d'Oro a Cannes). Joffé ha senza dubbio il merito di aver portato sullo schermo due episodi storici che il politicamente corretto avrebbe preferito non prendere in considerazione.

    MISSION (1986) E URLA DEL SILENZIO (1984)
    Con Mission (1986, cast di eccellenze come Robert De Niro, Jeremy Irons e Liam Neeson, musiche di Ennio Morricone) trattò della cacciata dei gesuiti dalle reducciónes del Paraguay. I gesuiti, strano a dirsi, ci facevano una bella figura; non così la Chiesa, mostrata come prona alle prepotenze delle corone spagnola e portoghese. I veri responsabili della distruzione delle reducciónes allo scopo di sfruttare gli indios erano, però, i primi ministri illuministi di quelle corone, come il portoghese Pombal. Di lì a poco, infatti, il Papa fu addirittura costretto ad abolire la Compagnia di Gesù, onde evitare guai peggiori (cioè, scismi). Di solito a chi storce il naso viene replicato che una fiction non è un documentario, così come un romanzo storico non è un saggio di storia. Vero, però nessuno impedisce a una fiction di discostarsi dalla vulgata corrente, così come ha fatto, per esempio, Mel Gibson col suo Apocalypto (2006): fiction, sì, però mostrava la verità storica dei sacrifici umani tra i Maya. Infatti, Gibson si attirò gli strali dell'intelligentzija liberal, scavandosi vieppiù quella fossa che si era aperta sotto ai piedi con Passion. Film in cui, com'è noto, aveva osato discostarsi dalla new wave che vuole i Romani quali veri responsabili dell'esecuzione di Gesù.
    Joffé nel 1984 con Urla del silenzio aveva sollevato il velo di omertà sul genocidio dei cambogiani da parte dei khmer rossi del regime di Pol Pot. Anche qui, star come John Malkovich, Julian Sands e Mike Oldfield alle musiche. Epperò, alla fine lo spettatore ricava l'impressione che, se gli americani non avessero esteso i bombardamenti al Laos e alla Cambogia nel corso dell'escalation della guerra in Vietnam, il genocidio non sarebbe avvenuto. Anzi, in una scena il protagonista, impersonato da Sam Waterston, lo dice chiaramente. Insomma, Joffé sembra ogni volta dare un colpo al cerchio e uno alla botte, quasi fosse, sì, tentato dai temi politicamente scorretti, ma poi, in corso d'opera, gli mancasse il coraggio di andare fino in fondo. Così, alla fine, i suoi film sono belli, fastosi e premiati, ma storicamente dei pastrocchi che, volendo accontentare tutti, finiscono per non far contento nessuno.

    THERE BE DRAGONS - UN SANTO NELLA TEMPESTA (2011)
    Ed eccoci a There be dragons del 2011. Anche qui, bel cast: Charlie Cox, Wes Bentley, Olga Kurylenko, con un cameo di Jordi Mollá. Nelle locandine internettiane si dice che il film ripercorre la vita del giovane sacerdote fondatore dell'Opus Dei sullo sfondo della guerra civile spagnola, fino alla sua fuga ad Andorra. Se si guarda il film, però, si scopre che il plot della storia è un altro, e che il santo c'entra di sguincio, tanto che, se le scene che lo riguardano venissero eliminate, la storia non ne soffrirebbe più di tanto. Già il fatto che, a soli due anni dall'uscita sugli schermi, il film sia stato trasmesso dalla nostra terza rete televisiva nazionale, quella appaltata alla sinistra fin dai tempi di Berlinguer, avrebbe dovuto indurre al sospetto.
    E, infatti, nel film poco si parla del massacro sistematico dei preti da parte dei rojos, giusto quanto basta per giustificare la fuga di Escrivá. Ma si avverte subito che i miliziani rojos, poverini, vi erano stati costretti dal fatto che la Chiesa spagnola si era schierata coi nazionalisti di Franco.
    Ora, i libri di storia dicono che:
    a) le uccisioni di preti, frati e suore, gli incendi di chiese e distruzione di archivi e opere d'arte sacra cominciarono nel 1934 nelle Asturie,
    b) la guerra civile scoppiò il 18 luglio 1936,
    c) la Chiesa spagnola si schierò con Franco nel 1937, solo dopo che i massacri sistematici del clero e dei cattolici nella zona controllata dai rojos avevano raggiunto il parossismo, in quella che lo storico inglese Hugh Thomas (liberale e filo-repubblicani spagnoli) definì «la più grande persecuzione di cristiani dai tempi di Diocleziano».
    Nella fiction di Joffé i repubblicani sono i buoni, e i nazionalisti i cattivi, questi ultimi per giunta aiutati, colmo dell'orrore, dai fascisti italiani e dai nazisti tedeschi. Il cattivo dei cattivi è il protagonista, infiltrato nel campo repubblicano e responsabile di omicidi di innocenti, sabotaggi e quant'altro. Addirittura, il pessimo incolpa di spionaggio la ragazza di cui è innamorato per vendicarsi di esserne stato respinto. Il padre di costui era anche peggiore, essendo un bieco capitalista che sfruttava gli operai affamati. Il fetente pare convertirsi solo un attimo prima di morire di vecchiaia e solo perché Escrivá era stato un suo amico d'infanzia.
    Voi chiederete a questo punto: e che c'entrano i dragoni? Mah, all'inizio del film si vede un'antica mappa, forse d'epoca romana, di quelle in cui l'Africa sahariana era lasciata in bianco (perché inesplorata) con la scritta «Hic sunt leones». Qui ci stanno i leoni. Non i draghi. Boh. Quest'ultima interiezione è anche ciò che si forma nella mente dello spettatore quando compare la scritta «Fine» e scorrono i nomi dei partecipanti a vario titolo all'opera. La musica appartiene a tali Robert Fox e Stephen Warbeck, e infastidisce senza posa per le due ore del film, non cessando nemmeno quando ci sono i dialoghi. Gli appartenenti all'Opus Dei si rassegnino. Il film sulla vita del loro fondatore è meglio che se lo facciano da soli. I mezzi li hanno.
    9 min
  • Un santo nella tempesta' (2011) - Il fondatore dell'Opus Dei
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=66

    IL FONDATORE DELL'OPUS DEI di Franco Olearo
    Nel contesto della guerra civile spagnola il giovane Josemaría Escrivá, si forma, cresce e fonda l'Opus Dei. [...]
    Robert è un giornalista incaricato dalla sua testata di scrivere un articolo su Josemaría Escrivá la cui beatificazione è prossima. Arrivato a Madrid, cerca di contattare suo padre Manolo che non vede da anni. Questi, prima riluttante, decide di raccontare al figlio la sua storia, che fu strettamente connessa con quella di S. Escrivá: trascorsero una serena giovinezza assieme, ma poi la guerra civile separò i loro destini. [...]
    Come nei suoi precedenti film, il regista Ronad Joffé affianca a Josemaría un personaggio di contrasto, Manolo, un immaginario amico d'infanzia che ben presto sceglie strade diverse: nel suo animo tormentato si addensano spirito di vendetta, gelosia e l'atteggiamento cinico di chi non trova nella vita nessun senso se non la ricerca del proprio tornaconto.
    Nel 1936 Josemaría aveva 34 anni e Joffré non si limita a schizzare in brevi quadri le peripezie di questo giovane sacerdote e dei suoi primi seguaci (la difficile vita in una Madrid sotto la minaccia dei rastrellamenti dei repubblicani, la prima approvazione dell'Opus Dei, la lunga marcia attraverso i Pirenei per passare nella zona nazionalista) ma pur considerandosi un agnostico, l'autore ha compreso molto bene la fede che ha sostenuto Josemaría in quegli anni e man mano che il racconto progredisce, cresce in profondità fino ad abbracciare tematiche universali: il significato del perdono, il potere lacerante dell'odio e della vendetta, il senso del male che colpisce anche gli innocenti, i segni con cui cogliere la provvidenza divina. [...]
    In una sequenza drammatica, di fronte alle violenze che colpiscono sacerdoti e persone innocenti nella Madrid del 1936, i giovani che accompagnano Escrivá ritengono che sia necessario reagire, armandosi e organizzando una forma di crociata. Josemaría ricorda loro che la rivoluzione che compie un cristiano è prima di tutto quella interiore: non ci può essere odio fra di noi perché siamo tutti figli di Dio, anche i nostri nemici; bisogna essere operatori di pace e pregare anche per chi ha torto.
    Un altro tema portante che attraversa tutto il film è quello del perdono: lo ricorda il direttore del seminario dopo un litigio che vede coinvolti Josemaría e Manolo: "La negazione del perdono è l'unica cosa che non ci verrà perdonata". È il perdono che riunisce alla fine del film Manolo con suo figlio sul letto di morte, dopo anni di indifferenza reciproca e lo unisce idealmente anche a Josemaría (morto anni prima) che non aveva mai cessato di pregare per lui e scrivergli regolarmente.
    Il silenzio di Dio, il senso imperscrutabile del dolore che colpisce anche gli innocenti viene affrontato più volte in diverse circostanze del film: da Josemaría bambino, che dopo la morte della sua terza sorellina, chiede alla madre se ha ora iniziato a odiare Dio; alla ragazza che ha subito violenza e che si domanda se Dio non sia un mostro, ma che poi decide di rispondere con più amore e più preghiere. Spetta però alla tata di Josemaría (una simpatica Geraldine Chaplin) cercare di cogliere il senso alla provvidenza divina: "la vita è come un filo di uno di quei ricami intrecciato con altri fili. Tenuti insieme nello spazio e nel tempo. È difficile intuire il modello che Dio sta ricamando prima che sia finito".
    Joffé prende questa come altre frasi dalla ricca biografia di S. Escrivá, ma le rielabora creativamente all'interno della sua costruzione concedendosi anche qualche comprensibile variante: il padre di Josemaría era un commerciante di stoffe, ma nel film diventa il proprietario di una fabbrica di cioccolato: in questo modo la trasformazione di un chicco in una preziosa tavoletta di cioccolato grazie all' abilità e al duro lavoro dei lavoranti diventa la metafora di un percorso di santificazione tramite le attività ben fatte di una vita ordinaria. [...]
    6 min
  • AAA Il peggior film su santa Giovanna d'Arco
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6699

    IL PEGGIOR FILM SU SANTA GIOVANNA D'ARCO
    Il film del 1999 su Giovanna d'Arco, interpretata dalla bella Milla Jovovich, è una versione della vita della pulzella d'Orleans diretta dal regista francese, Luc Besson, che cerca di conciliare aspetti psicologici di stampo europeo con una spettacolarizzazione di tipo americano.
    Se Giovanna d'Arco é personaggio storico forte e senza compromessi, Besson pensa di assecondarla, scegliendo la strada del racconto fragoroso e imponente: grandi scene di massa, battaglie dove risuonano i rumori delle armi, dei colpi duri, degli scontri fisici. In questo scenario epico e crudo, Giovanna irrompe, portando una carica visionaria impossibile da frenare.
    Il film la coglie fin da piccola, quando voci e segnali la spingono al compito di cacciare gli Inglesi dalla Francia. Ma quali voci, quali segnali? È evidente che a Besson interessa meno l'aspetto spirituale e più quello rivoluzionario, eversivo, carismatico. Come tutti i "predestinati", Giovanna si muove sui confini della follia e dell'irrazionale. Una invasata, sulla quale la Coscienza, nel finale, fa calare dubbi e incertezze e che tuttavia ormai non può più tornare indietro.
    Non c'è dubbio che in una rappresentazione di questo tipo ci sono delle forzature, il furore, le grida, i rumori sono così forti da precludere gli spazi per un'attenzione al personaggio anche sul piano interiore, sul suo essere donna di Dio e della Chiesa.
    L'atteggiamento laicista del regista è evidente nell'episodio della spada trovata da Giovanna in un prato. Besson, verso il finale del film, dà diverse spiegazioni sul come era potuta finire lì. Tutto in funzione di una resa razionale del caso Giovanna d'Arco del tutto arbitrario.
    Anche sui personaggi storici coinvolti nella vicenda di Giovanna il film è manchevole: il duca Filippo di Borgogna, il più grande politico, il principe più affascinante del suo tempo, è un ridicolo e imbarazzato manichino; il torvo consigliere di Carlo VII non è per nulla reso come un diplomatico accorto e consumato; differente il caso della suocera di Carlo VII, Iolanda d'Aragona, che nella vicenda di Giovanna ebbe poca influenza mentre nel film è una sorta di regina cattiva di Biancaneve. Inoltre il pubblico italiano è stato privato del titolo originale inglese "The Messanger", che rendeva molto bene il nucleo dell'esperienza e dell'autocoscienza di Giovanna, preferendo il più banale e scontato nome della protagonista.
    D'altra parte, se il film ripercorre in modo più o meno generico e anche un po' scontato le tappe degli avvenimenti relativi a Giovanna, nulla o quasi in esso si ravvisa di plausibile in ordine alla sua figura. La bella ragazza ossessionata dalla scene di violenza viste da bambina e dalle visioni mistiche un po' new age, che vive la sua missione quasi come una vendetta contro gli inglesi che dinanzi ai suoi occhi le hanno ucciso una sorella e che cade ogni tanto in una sorta di trance, risponde poco alla problematica della Pulzella: nulla del suo forte legame con la «devotio moderna» tardomedievale; nulla dell'intenso e tormentato periodo tra maggio e luglio del 1430, cioè tra la cattura a Compiègne e l'arrivo prigioniera a Reims (il momento forse più cupo e intenso della "crisi delle certezze" di Giovanna); nulla sul dramma della sua solitudine in carcere, rimpiazzato dai colloqui con un'immagine allegorica, una "coscienza" in barba e saio che, per aver il volto di Dustin Hoffman, a qualcuno ricorderà Capitan Uncino.
    Un film costoso, pomposo e mediocre su un medioevo convenzionale, con scene di massa alla Braveheart nel quale qualche sciabolata di ambigua luce spirituale sostituisce il "territorio evitato" d'un discorso plausibile sulla santità.
    5 min
  • Le ferite del Risorgimento*** (2011) - L'unità che ha diviso l'Italia
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=217

    L'UNITA' CHE HA DIVISO L'ITALIA
    Per capire come si è arrivati all'Unità d'Italia bisogna attenerci ai fatti. Questi ribaltano la visione dolce che ci è stata insegnata sui libri di scuola e in televisione.
    Storici seri che si basano sui documenti dell'epoca come Angela Pellicciari, autrice di molti libri sull'argomento, compongono un quadro complessivo nel quale i soggetti principali sono:
    - il liberalismo antireligioso piemontese che da quella sparuta minoranza che era, è riuscita a violentare il sentimento religioso della maggioranza dei Piemontesi e degli Italiani;
    - l'odio contro ogni istituzione cattolica e la persecuzione sistematica a cui sono stati sottoposti la Chiesa e i cattolici;
    - l'arrivismo e l'ingordigia di potere di uomini politici che ancora oggi affollano le nostre piazze con le loro effigi di pietra.
    I governi liberali del Regno di Sardegna prima, e di quello d'Italia poi, violano sistematicamente tutti i più importanti articoli dello Statuto a cominciare dal primo, che definisce la religione cattolica "unica religione di Stato". Appena inizia l'era costituzionale scatta in Piemonte (poi in tutta l'Italia) la prima seria persecuzione anticattolica dopo Costantino: a cominciare dai gesuiti, tutti gli ordini religiosi della "religione di stato" vengono soppressi uno dopo l'altro e tutti i loro beni incamerati. Mentre 57.000 persone (tanti sono i membri degli ordini religiosi) vengono da un giorno all'altro private della proprie case (i conventi) e di tutto quanto possiedono, i beni che nei corso dei secoli la popolazione cattolica ha donato agli ordini religiosi vanno ad arricchire i liberali che sono l'1% della popolazione. Oltre due milioni e mezzo di ettari di terra, centinaia di splendidi edifici, archivi e biblioteche, oggetti di culto, quadri e statue, tutto scompare nel ventre molle di una classe dirigente che definisce se stessa liberatrice d'Italia dall'oscurantismo dei preti e dei sovrani assoluti.
    Prima dell'approvazione della legge che incamera i beni della Chiesa, in Piemonte c'è un cattolico di tutto rispetto che combatte una dura battaglia contro la politica governativa. Si tratta di San Giovanni Bosco. Per dissuadere il re dalla firma della legge racconta a Vittorio Emanuele II i sogni che fa. Non si tratta di sogni rassicuranti: un valletto in uniforme rossa grida: "Annunzia: gran funerale in Corte!". Cinque giorni dopo il sogno si ripete con una variante significativa. Il valletto grida: "Annunzia: non gran funerale in Corte, ma grandi funerali in Corte!". Cavour vince le comprensibili perplessità del re, terrorizzato, facendo intervenire i preti favorevoli alla politica liberale. I teologi governativi tranquillizzano Vittorio Emanuele con queste considerazioni: "Maestà, non si spaventi di ciò che ha scritto don Bosco. Il tempo delle rivelazioni è passato".
    Invece mentre la legge contro i conventi è in discussione al Parlamento la Corona sarda è colpita da lutti gravissimi. Il 12 gennaio muore a 54 anni la madre del re Maria Teresa; il 20 a 33 anni la regina Maria Adelaide; il 10 febbraio a 33 anni Ferdinando duca di Genova, fratello del re; il 17 maggio a 4 mesi Vittorio Emanuele, figlio del re. Don Bosco non si ferma qui. Subito prima della firma del provvedimento ricorda a Vittorio Emanuele: "La famiglia di chi ruba a Dio non giunge alla quarta generazione! Se il re segna quel decreto segnerà la fine dei reali di Savoia". In effetti, i Savoia re d'Italia non sono arrivati alla quarta generazione.
    Nel nome della libertà i liberali conculcano sistematicamente la libertà dei cattolici (della quasi totalità della popolazione): vietano le donazioni alla chiesa, impediscono le processioni cattoliche (plaudono a quelle massoniche), negano la libertà di istruzione (la scuola deve essere docile strumento della propaganda liberale), per stampa "libera" intendono la sola stampa liberale (Cavour arriva a proibire la circolazione delle encicliche pontificie).
    In nome della "nazione" italiana (che si pretende risorta alle glorie del passato imperiale romano) i liberali impongono una sudditanza economica e culturale alle potenze definite "civili": Inghilterra e Francia prima, Germania poi. Disprezzando la storia e la cultura dell'Italia cattolica (che regalano all'Italia il primato mondiale della bellezza), i liberali si ripropongono di "fare" gli italiani sul modello delle nazioni protestanti. Lo stato liberale che, in nome della libertà e della costituzione, impone la volontà dell'1% della popolazione ai restante 99 è un perfetto esempio di stato totalitario in cui spadroneggiano le società segrete legate ai potentati internazionali anticattolici.
    Il cattolico Piemonte assiste costernato al montare della persecuzione anticattolica. Cavour va dicendo che la legge contro i conventi gode del pieno sostegno dell'opinione pubblica, ma in Senato il cattolico maresciallo Vittorio Della Torre lo smentisce platealmente: "Quando passate davanti a una chiesa stracolma di gente, cercate di entrarvi e chiedete che cosa si sta facendo; tutti quelli che interrogherete vi risponderanno che si sta pregando per il progetto di legge. Questo succede a Torino, ed è ancora più vistoso nelle province e soprattutto a Genova e in Savoia, ovunque l'opinione pubblica è contraria alla legge che discutiamo". Cavour può affermare che il provvedimento anticattolico del governo è pienamente condiviso dall'opinione pubblica perché ritiene che l'opinione dei cattolici non vada nemmeno presa in considerazione. Per sincerarsene basta leggere cosa risponde a Della Torre: "L'onorevole maresciallo ha detto che gran parte della popolazione era avversa a questa legge. Io in verità non mi sarei aspettato di vedere invocata dall'onorevole maresciallo l'opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate". Quando Cavour sostiene che l'opinione pubblica è tutta col governo, Cavour ha ragione: l'1% della popolazione, di fede liberale, appoggia con convinzione i provvedimenti anticattolici. L'opinione del 99% della popolazione, di fede cattolica, non conta. Le masse devono limitarsi ad obbedire alle decisioni dei "governi illuminati". Quando si dice "opinione pubblica" ci si riferisce, per definizione, a quella dei liberali.
    Il 9 ottobre 1860 non potendo invadere lo Stato pontificio dopo una normale dichiarazione di guerra (il Piemonte è, per definizione, obbligato al rispetto della "religione di stato"), nel proclama ai Popoli dell'Italia meridionale, Vittorio Emanuele così giustifica il proprio operato: "Ho fatto entrare i miei soldati nelle Marche e nell'Umbria disperdendo quell'accozzaglia di gente di ogni paese e di ogni lingua (...) Io ho proclamato l'Italia degli italiani, e non permetterò mai che l'Italia diventi il nido di sette cosmopolite che vi si raccolgano a tramare i disegni o della reazione, o della demagogia universale".
    Secondo la migliore tradizione massonica, per "setta cosmopolita" il re intende la Chiesa Cattolica. I Savoia realizzano in Italia il sogno di tutti i protestanti e massoni (che non a caso sono suoi unici ed influenti alleati): la distruzione del potere temporale dei Papi nella convinzione che al crollo del potere temporale avrebbe inevitabilmente fatto seguito la fine del potere spirituale e, quindi, la scomparsa della Chiesa Cattolica.
    Nulla di nuovo sotto il sole: il Risorgimento - che, non a caso, Papa Leone XIII definisce risorgimento del paganesimo - è una durissima forma di persecuzione anticattolica scatenata nel cuore stesso della cattolicità: Roma e l'Italia. Eppure un aspetto radicalmente nuovo il Risorgimento lo possiede: è l'unico caso in cui una guerra di religione contro la Chiesa è scatenata in nome della Chiesa e della sua libertà (i Savoia, monarchi costituzionali, non possono ufficialmente infrangere il primo articolo della costituzione). All'Italia spetta un non invidiabile primato di doppiezza: la realizzazione della propria unificazione nazionale contro la Chiesa cattolica, in nome della Chiesa Cattolica.
    11 min
  • Knock, ovvero il trionfo della medicina** (1951) - Quando la "scienza" vince e il malato perde
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=100

    QUANDO LA ''SCIENZA'' VINCE E IL MALATO PERDE di don Stefano Bimbi
    Per il dottor Knock la parola ''salute'' va eliminata dal dizionario perché, secondo la sua idea di medicina e di progresso, ''i sani sono dei malati che non sanno di esserlo''
    «I sani sono dei malati che non sanno di esserlo». È questa la lezione del dottor Knock. O, meglio, è la sua vocazione: farci capire che non stiamo bene, anche quando crediamo il contrario. Il dramma è che questo medico nato nel 1923 dalla penna di Jules Romains, protagonista della commedia in tre atti "Knock o il trionfo della medicina", riesce nel suo intento.
    Quando prende servizio in un paesino di montagna dimenticato dal mondo, il dottor Knock si trova davanti a una situazione per lui disarmante: tutti gli abitanti sembrano godere di ottima salute. Passano poche settimane e la situazione cambia, grazie alla collaborazione con il maestro e il farmacista, alla pubblicità esercitata tramite il banditore del paese e l’esempio di una ricca nobildonna. Knock apre il suo ambulatorio e il lunedì visita gratuitamente i pazienti. Crea un bisogno e, a quel bisogno, risponde insinuando in chiunque gli capiti a tiro il sospetto della malattia. Non importa quale, ma meglio quella di natura virale.
    Improvvisamente, tutti si scoprono malati e tutti vogliono sentirselo dire dal dottor Knock. Per il medico di questa fortunata commedia la "salute" è un concetto sorpassato, che non può resistere di fronte all’avanzare della scienza moderna. È solo una parola che, senza alcun danno, potrebbe essere eliminata dal nostro dizionario. Afferma infatti il dottor Knock: «Quanto a me, conosco solo individui più o meno affetti da malattie più o meno disparate e con esiti più o meno rapidi. Naturalmente, se dite loro che stanno benissimo, non chiedono di meglio che credervi. Ma così li ingannate. L'unica scusante può essere quella d’avere già troppi malati per caricarvene di nuovi».

    CONTAGI DA VIRUS
    E sui contagi da virus il dottor Knock sembra anticipare quello che un secolo dopo i virologi hanno detto in tutte le trasmissioni televisive in merito alla pandemia da Coronavirus del 2020: «...si può anche andare in giro con una faccia rubiconda, una lingua rosea, un appetito eccellente e covare, in tutti i meandri del proprio organismo milioni di bacilli di estrema virulenza, capaci di infettare un dipartimento intero».
    Jules Romains fa capire che il virus inoculato da Knock è la fiducia cieca nella "scienza". Che ovviamente è soltanto quella del medico più moderno e aperto alle nuove conquiste del progresso e non certo il buon dottore che, fedele al giuramento di Ippocrate, curava solo in caso di malattia e nell'interesse esclusivo del malato.
    Il dottor Knock opera quindi un vero e proprio ribaltamento della medicina. Al collega che ha sostituito e che gli rimprovera che nel suo agire «l’interesse del malato è subordinato a quello del medico», il dottor Knock risponde: «Lei dimentica che c'è un interesse superiore a questi due: quello per la medicina... è il solo di cui io mi preoccupi. Lei mi dà un comune popolato da migliaia di individui neutri e indeterminati e il mio compito è quello di determinarli, di indurli all'assistenza medica. Non c'è niente che mi urti come quell'essere né carne né pesce che lei definisce individuo sano».
    Il racconto venne scritto nel 1923 e ha avuto ben quattro versioni cinematografiche. Dire che è stato profetico è dir poco: ha anticipato la nascita della propaganda di massa che verrà utilizzata nelle dittature di mezza Europa e anche la propaganda pubblicitaria che dall'America faceva ingresso nel Vecchio Continente. Ma vediamo soprattutto che profetizzava la società del terzo millennio, dove gli unici negozi sempre affollati di gente sono le farmacie e gli studi medici dei dottori. La medicina è diventata semplice affarismo e non più riguardo per la salute; mentre la psicoanalisi freudiana inculcava nelle menti delle persone che qualsiasi stato d’animo naturale, in passato considerato normale, era malessere: tristezza, stanchezza, inappetenza, vecchiaia, divenivano nuove malattie che rendevano indispensabili l’uso delle medicine, o il ricovero in ospedale.

    FILM OTTIMI E PESSIMI
    Il film del 1951 "Knock, ovvero il trionfo della medicina", con la stupenda interpretazione di Louis Jouvet, è stato prodotto nel 2021 dalla DNA Srl in un Dvd e reperibile facilmente in Internet. Assolutamente da acquistare, vedere e far vedere. Oltre al Dvd suddetto si può vedere su YouTube il pregevole sceneggiato televisivo del 1966 trasmesso dalla Rai dove il dottor Knock è interpretato da Alberto Lionello. Alcune scene del film sono commentate in un altro video, anch'esso disponibile su YouTube, con il documentario dal titolo "Inventori di malattie" dove il giornalista Silvestro Montanaro, conduttore del programma Rai "C'era una volta", racconta di come l’industria farmaceutica "crea" le malattie. Il video inizia con un’intervista all'ex vicepresidente del settore marketing della Pfizer.
    Assolutamente da sconsigliare è invece il remake cinematografico del 2017 dove Omar Sy interpreta un improbabile dottor Knock di colore che ribalta totalmente la vicenda risultando l'eroe che porta la medicina a trionfare sulla religione. Ovviamente la religione criticata è quella cattolica, oscurantista e nemica del progresso impersonata dal sacerdote del paese che accusa il dottore pubblicamente durante un funerale usando addirittura informazioni avute nel segreto della confessione e risultate poi false. Un vero e proprio rovesciamento della commedia originale di Jules Romains. Molto meglio le versioni del 1951 e del 1966 che aiutano a capire perché siamo finiti nella situazione odierna dove la medicina ha smarrito la sua missione originaria pensata da Ippocrate e sviluppata negli ospedali medioevali fondati dalla Chiesa.
    9 min
  • Undici settembre 1683**** (2012) - La cultura cattolica è morta per suicidio
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=180

    LA CULTURA CATTOLICA E' MORTA PER SUICIDIO di Rino Cammilleri
    Il flop inaudito nelle sale del film di Renzo Martinelli su Marco d'Aviano e l'assedio di Vienna del 1683 farà passare la voglia a qualunque regista, anche il meglio intenzionato, di occuparsi di storia cattolica. Chi lo farà, dovrà per forza sollevare polemiche se vuole pubblicità. Dunque, dovrà mettere in scena lavori in cui i cattolici e la Chiesa fanno la parte dei cattivi, sperando che il Vaticano almeno protesti. Film onesti come 11 settembre 1683 o Cristiada non trovano alcun appoggio in casa cattolica.
    Il popolo-bue cattolico semplicemente non sa nemmeno che esistono, e li fa fallire al botteghino. Complotti, retroscena, congiure antipapiste? No: insipienza e ignoranza. Dei cattolici. Infatti, non lo sanno ormai neanche i preti chi era Marco d'Aviano.
    Quando fu beatificato questo cappuccino che salvò l'Europa, a un convegno nei suoi luoghi fui l'unico a ricordarne il ruolo politico, mentre i religiosi, teologi, preti e prelati presenti si dilungavano esclusivamente sulla di lui spiritualità, timorosi che parlare di storia avrebbe potuto urtare i «fratelli» musulmani. Silenzio, dunque.
    Il beato Alberione fondò i Paolini proprio per la buona battaglia sulla stampa e nel cinema, mettendo addirittura mano personalmente al primo film a colori italiano, Mater Dei. E ancora nei primi anni Sessanta non c'era film che avesse speranza di riuscita se avesse trascurato il potente circuito delle sale parrocchiali.
    Oggi, le pochissime parrocchie che hanno un cinema ci proiettano tutt'al più il cosiddetto film d'essai, che «fa discutere» e «suscita il dibattito», e pazienza se il devoto spettatore dovrà sorbirsi la solita scena erotica del tutto superflua, ma che i registi mettono lo stesso per la gioia della troupe. Così, l'aspirante regista cattolico è avvisato: faccia solo film su Francesco e Chiara (evitando giudiziosamente i miracoli), almeno andranno direttamente in dvd e qualche convento li comprerà.
    Credete che negli altri settori vada meglio? Pensate alla fine che ha fatto un banchiere da messa quotidiana come Ettore Gotti Tedeschi, cacciato a pedate dallo Ior per beghe vaticane e al quale, come a segnale convenuto, tutte le porte ecclesiali si sono chiuse in faccia.
    Ma torniamo alla cultura in senso più proprio. Sui media, i giornalisti cattolici si dividono in due categorie: quelli che lavorano per testate clericali e quelli che sono riusciti a farsi assumere in testate laiche. I primi non possono certo osare di contraddire chi paga loro lo stipendio, perciò sono fedelissimi alla «linea», qualunque essa sia. I secondi, si stimano fortunati ad avere un posto ambito, e solo a quello pensano (sì, certo, ci sono le eccezioni, ma sono in tutto due o al massimo tre), tenendo sempre presente il proverbio giapponese: «Al chiodo che sporge si picchia in testa».
    Naturalmente, ad aiutare i fratelli nella fede a far carriera non ci pensano nemmeno, sia perché considerano precaria la loro, sia perché non sono certo massoni: questi ultimi, sì, che si spalleggiano l'un l'altro per infilare «fratelli» dovunque. Esiste anche, com'è noto, un «soccorso rosso», ma non uno «bianco» (eccezion fatta per i dossettiani, i quali non a caso occupano posti e cattedre che più prestigioso non si può, ma hanno nella Costituzione il loro Corano e sono «adulti», infatti militano nella sinistra laicista).
    Sul versante dei libri la situazione è anche, se possibile, peggiore. La narrativa cattolica semplicemente non esiste, e non esiste perché nemmeno i cattolici la comprerebbero.
    Esiste la saggistica, è vero, ma è una saggistica – mi si passi il termine – madonnara, oppure si tratta dell'ennesima riflessione-omelia di qualche prelato (il campione delle vendite italiane è ancora il defunto cardinale Martini). Parlo, naturalmente, dei libri che in classifica almeno ci vanno, anche se magari ci restano poco. Il resto, tutto il resto, è già tanto se copre le spese di edizione.
    Voi mi direte, giustamente, che anch'io mi occupo ormai di Madonne. Il fatto è che gli editori non vogliono altro. E hanno ragione: se fate un giro nelle librerie «cattoliche» vedrete pile enormi di libri del cardinale Martini o sul nuovo Papa. Perché? Perché i cattolici comprano quelli, non altro. Dunque, l'editore investe su ciò che il mercato chiede.
    Presentando in giro il mio libro su Medjugorje mi sono accorto che, nelle sale traboccanti, la gente voleva sentir parlare solo di miracoli del sole, guarigioni, conversioni clamorose. E basta. Il resto, semplicemente non interessa. Folle enormi vanno in Bosnia, vi si convertono, digiunano, pregano, ci portano i parenti e gli amici. Molti si trasformano in porta-gente a tempo pieno. Lodevolissimo. Ma che succede quando tutta questa gente scende dal Podbrdo? Dà luogo, lentamente, a una ricostruzione cristiana del mondo? No. Prega, digiuna, torna e ritorna a Medjugorje. Tutt'al più dà soldi e braccia all'ennesima casa di accoglienza per i drop-out della società contemporanea. Per il resto, ecco: adunate di preghiera, interminabili, con canti, rosari, messe, testimonianze.
    Esattamente quel che i Padroni del Mondo vogliono dai cristiani: state in sacrestia a pregare, occupatevi dei «poveri» e non disturbate il Manovratore. E i cristiani, inquadrati dai loro pastori, eseguono. È vero, è un momentaccio per la Chiesa. Ma oggi, in Occidente, l'aggressione è culturale e amministrativa. Nell'Ottocento l'aggressione era, oltre che culturale e amministrativa, pure a mano armata e con tanto di cannoni a Porta Pia. Eppure, i cattolici di quel secolo reagivano non solo con la preghiera e i pellegrinaggi: fondavano banche, giornali, riviste, si costituivano in lobby per condizionare la politica. E senza trascurare i poveri e i drop-out.
    Qual è la differenza tra allora e oggi? La differenza sta nel fatto che allora avevano alle spalle una Chiesa gerarchica compatta e fermissima nella dottrina, una Chiesa che non esitava un istante a espellere quei suoi membri che seminavano confusione. Naturalmente, l'espulso diventava un «martire del libero pensiero» e veniva portato sugli scudi dalla stampa laicista. Così come oggi. Ma il popolo cattolico era informato, e ufficialmente, che quello lì era passato al nemico.
    Oggi la Chiesa gerarchica preferisce la misericordia, si dice, anche se permane l'impressione (per carità, solo un'impressione...) del "due pesi e due misure".
    Ma torniamo al nostro discorso sulla cultura cattolica. E al film di Martinelli. Nessuno si è preso la briga di far sapere (non dico di apologizzare, solo di far sapere) che esisteva un film che parlava bene della storia cristiana e della Chiesa. Perciò, scordatevi pure Cristiada, quantunque tratti un tema (papale) attualissimo: la libertà religiosa.
    Se io fossi un regista, allora, ragionerei così: l'assedio di Vienna in costume costa una paccata di miliardi e non lo vede nessuno, un film con la Littizzetto costa pochissimo e incassa una paccata di miliardi. Perciò, scordatevi, cari cattolici, i film che parlano bene di voi e dei fatti vostri. Al massimo farò una fiction su papa Bergoglio, che è tanto simpatico e porta le scarpe nere. Su Ratzinger no, perché le portava rosse ed era troppo colto.
    Una realtà benemerita che dovrebbe fare da cinghia di trasmissione verso la «base» sono i circoli culturali parrocchiali. I libri e gli autori cattolici che non trovano spazio sui grandi media spetta ad essi farli conoscere alla gente comune. Purtroppo (e parlo per lunga esperienza) c'è da farsi cadere la braccia. Infatti, tra le priorità della parrocchia la cultura o è l'ultima in lista o non c'è proprio.
    Se ha bisogno dell'idraulico o dell'elettricista, sa bene che questi artigiani hanno un cachet e lo scuce senza fiatare. Così per l'avvocato o il medico o il muratore o l'ingegnere o il meccanico. Ma l'operatore culturale (chiamiamolo così) deve essere grato dell'invito e poi operare per puro «spirito di servizio».
    Ci sono parrocchie provviste di chiese dotate di organi a canne colossali, per suonare i quali un tempo si stipendiavano organisti diplomati. Oggi gli organi tacciono, perché ci sono tanti ragazzini con la chitarra che suonano gratis e, anzi, volentieri.
    Il risultato è che la musica liturgica è semplicemente sparita (e hanno voglia i papi attuali di insistere sulla «bellezza»...).
    Morale: la cultura cattolica è morta per suicidio e bisogna farsene una ragione. I figli di questo mondo, come dice il Vangelo, sono stati più scaltri, e i figli di Maria sono stati pavidi e fessi. I primi sono sempre astuti come serpenti, i secondi ingenui come colombe. I primi hanno fatto bene il loro lavoro, i secondi no, perché Cristo aveva raccomandato a loro di essere sia astuti che candidi. Dunque, meritano quel che hanno, cioè niente.
    Prenotiamoci, dunque, un posto nel prossimo pullman per Medjugorje. E facciamoci salire quei pochi che hanno ancora voglia di combattere, perché rischiano la fine dei soldati giapponesi nella jungla di Iwo Jima.
    13 min
  • Undici settembre 1683**** (2012) - La battaglia di Vienna
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=167

    LA BATTAGLIA DI VIENNA CHE RESPINSE L'ATTACCO MUSULMANO di Rino Cammilleri
    Renzo Martinelli è l'unico regista italiano che abbia davvero il coraggio di andare controcorrente. E per «corrente» intendiamo il mainstream di pensiero che, quando non è marxista tout court, non riesce a uscire dalla vulgata politicamente corretta.
    In un cinema italiano che, dopo aver dato lezioni al mondo, si è immiserito nelle commediole, i cinepanettoni, l'immigrazionismo e l'agenda gay, Renzo Martinelli è quasi il solo che sia stato capace di misurarsi col genere epico. E storico, come il suo penultimo film Barbarossa con Rutger Hauer, incentrato sulla battaglia di Legnano.
    Con al suo attivo film di denuncia come Vajont, o la ricostruzione del sequestro Moro in Piazza delle Cinque Lune, la biografia di Carnera, o l'imbarazzante Porzûs (ricostruzione dell'eccidio della brigata partigiana Osoppo, di cui facevano parte il fratello di Pasolini e lo zio del cantautore De Gregori, per mano di partigiani stalinisti), Martinelli è rimasto colpito dal riaffacciarsi sulla scena mondiale del problema islamico e ha narrato ne Il mercante di pietre, con Harvey Keitel, la vicenda di un occidentale contemporaneo che si converte all'islam radicale e partecipa a un attentato. Ora ritorna sul tema del controverso rapporto con l'islam affondando il bisturi (anche se sarebbe meglio dire la cinepresa) nella storia europea con la sua ultima fatica, Undici settembre 1683, che sarà nelle sale in aprile.
    Martinelli, so che lei ha tre lauree ed è appassionato di storia. Perché ha deciso questa volta di inoltrarsi nel XVII secolo?
    Ho voluto capire come mai Osama bin Laden avesse scelto proprio un undici settembre per sferrare il suo attacco alla Grande Mela. Vienna, la capitale imperiale nel 1683, era per i musulmani la Mela d'Oro, e proprio col fallito assedio di Vienna da parte degli ottomani l'11 settembre di quell'anno comincia il declino della millenaria minaccia turca nei confronti dell'Occidente.
    In pochi anni, con una serie di folgoranti vittorie, il principe Eugenio di Savoia costringerà il sultano alla pace di Carlowitz e l'impero islamico inizierà il suo secolare arretramento, fino a sparire del tutto nel XX secolo. Ecco, sono convinto che Al Qaida abbia scelto l'11 settembre 2001 per attaccare di nuovo l'Occidente in quella che è la sua attuale capitale, New York, la nuova Mela.
    Centrale, nel film, la figura di un santo francescano, il beato Marco d'Aviano, interpretato da F. Murray Abraham. Era un cappuccino qualunque, anche se per i credenti era uno che faceva miracoli (guarigioni, profezie, bilocazioni…). Oggi nemmeno i cattolici conoscono il suo ruolo nella salvezza dell'Europa. Scommetto che è stata una sorpresa anche per lei.
    Sarà una coincidenza, ma proprio nel 2001 sentii parlare per la prima volta di Marco d'Aviano. Doveva esserci la grande anteprima di uno dei miei film, Vajont, all'aperto. Ma si mise a piovere, scrosci d'acqua senza sosta. Rischiavamo un clamoroso flop. Una persona del luogo però mi disse di star tranquillo, perché avrebbe provveduto il «padre Marco», a cui vennero innalzate preghiere. Ebbene, proprio quando ormai ogni speranza era perduta, smise di piovere e potemmo proiettare col bel tempo. Fu così che decisi di informarmi su chi fosse questo «padre Marco».
    Non era la prima volta che, nel disaccordo totale delle potenze europee, a salvare la Civiltà Cristiana doveva pensarci il Papa. E sempre facendo ricorso a un francescano. Alla fine del XV secolo aveva mandato San Giovanni da Capestrano a liberare Belgrado dai turchi. Ora, mentre Luigi XIV di Francia trescava col sultano in funzione anti-imperiale, il cappuccino Marco d'Aviano, veneratissimo dal popolo, veniva inviato in soccorso all'Imperatore Leopoldo, che già meditava di abbandonare Vienna. Fu lui, con la sua autorità morale, a mettere d'accordo i capi cristiani.
    Infatti, riuscì a fare accettare il condottiero polacco Jan Sobieski quale comandante supremo. Sobieski, con i suoi «ussari alati», calò dal monte Kahlemberg e, miracolosamente, mise in fuga i turchi. Poche decine di migliaia di combattenti cristiani contro un'armata di trecentomila musulmani. Il gran vizir Karà Mustafà, capo dell'esercito ottomano, ne pagò il fio: fu strangolato col rituale laccio di seta nera.
    Paradossalmente, a quel lontano undici settembre dobbiamo i tradizionali cappuccino e cornetto delle nostre colazioni. Nell'immenso accampamento abbandonato da turchi, i viennesi trovarono moltissimi sacchi di caffè. Avendo finito il pane e rimasti solo con un po' di pasta per dolci, foggiarono panini in forma di mezzaluna (croissant) per irridere il nemico, e li intinsero in quel caffè allungato col latte, il cui colore ricordava l'abito di chi li aveva salvati.
    Non dimentichiamo che scopo dichiarato dell'offensiva turca era, dopo aver preso Vienna, la stessa Roma. Come Santa Sofia di Costantinopoli era diventata una moschea, così doveva essere per San Pietro. Quella del 1683 doveva essere la jihad definitiva, che avrebbe vendicato la sconfitta di Lepanto nel secolo precedente.
    Ci dica qualcosa sulla confezione del film.
    Si tratta di una produzione italo-polacca (i polacchi tengono molto alla vicenda narrata, visto il loro ruolo storico in essa) con partecipazione della Rai. Infatti, un film epico e di ricostruzione storica richiede ingenti investimenti.
    Alla sceneggiatura ha messo mano anche Valerio M. Manfredi, scrittore molto noto per i suoi romanzi storici. Undici settembre 1683 sarà nelle sale italiane l'11 aprile nella versione cinematografica. L'anno prossimo la versione estesa verrà trasmessa dalla Rai in due puntate.
    8 min
  • Il signore degli anelli***** (2001-2003) - l'Eucaristia e la Madonna
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6670

    IL SIGNORE DEGLI ANELLI, L'EUCARISTIA E LA MADONNA di padre Angelomaria Lozzer

    John Ronald Reuel Tolkien fu un cattolico tutto di un pezzo: Messa quotidiana, confessione settimanale, attaccamento alla Chiesa Romana, all'Eucaristia, alla Madonna.
    Alcuni legano questa sua cattolicità all'educazione ricevuta presso il collegio dei Padri Oratoriani fondati dal beato Newman, e in modo particolare alla guida forte e decisa del Padre Morgan che fu per Tolkien come un vero padre (dopo la morte della madre fu il suo tutore); altri all'esempio luminoso della propria madre, definita da Tolkien "martire", perché pagò la propria conversione al Cattolicesimo con l'abbandono da parte di tutti i famigliari, e con esso del sostegno e dell'aiuto economico sufficiente per potersi curare dalla malattia che la porterà prematuramente alla morte.
    Tutto questo certamente contribuì alla nascita e allo sviluppo della fede in Tolkien, ma sarebbe un errore sottovalutare la sua corrispondenza personale, il suo approfondimento costante, la sua convinzione sempre più salda e profonda maturata negli anni, che solo nella Fede cattolica si trova ogni bene: la verità, la bellezza, la santità.

    PRIMO PILASTRO: L'EUCARISTIA
    La sua fede traeva vita soprattutto da due amori, si poggiava su due pilastri, che formano il distintivo del Cattolico in una Inghilterra dove si convive con le più svariate confessioni cristiane, in primis quella anglicana, al cui fianco Tolkien visse quotidianamente; e questi due amori, questi due pilastri sono l'Eucaristia e la Madonna.
    Per questo aveva imparato il Canone della Messa e lo recitava mentalmente qualora gli impegni gli impedivano di partecipare alla Santa Messa, come anche recitava sovente il Magnificat, le Litanie Lauretane e il Sub tuum praesidium (un'antica preghiera mariana) che aveva imparate a memoria in latino.
    Nei suoi lavori di scrittore, nelle sue poesie, nei suoi racconti, nelle sue fiabe, nella sua mitologia questi due amori sembrano continuamente affiorare e riemergere anche se velatamente.
    Naturalmente Tolkien ribadì più volte di non aver scritto alcuna allegoria in proposito. Era convinto, infatti, che l'allegoria non fosse il giusto mezzo per trasmettere la verità, e che anzi tante volte finisse per banalizzarla e ridicolizzarla. D'altro canto però non poteva negare che dalla fede e in particolare dall'Eucaristia e dalla Madonna aveva appreso tutti quei concetti di bellezza, di moralità, di santità che sono disseminati in vario grado nei suoi scritti e che vogliono essere uno spiraglio di luce per il lettore, una strada per condurlo verso ciò che va oltre la semplice vita naturale di ogni giorno, ciò che la trascende.

    SECONDO PILASTRO: LA MADONNA
    A proposito della Madonna come sorgente ispiratrice, in una lettera all'amico gesuita Robert Murray, scriveva: «Penso di sapere esattamente che cosa intendi con dottrina della Grazia; e naturalmente con il tuo riferimento a Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione della bellezza sia come maestà sia come semplicità».
    Da questa fonte mariana attingeva ispirazione nel creare le figure femminili più luminose e celestiali, più belle e sagge, più pure e angeliche dei suoi libri. È il caso per esempio della regina degli elfi Galadriel, alla cui presenza i viandanti della Compagnia trovano riposo e refrigerio, consigli e doni per portare avanti la propria missione. E fa riflettere, come Tolkien un mese prima di morire abbia voluto rivedere questa figura nel tentativo di scagionarla da ogni colpa "originale"; quella colpa che si era attualizzata per gli elfi ai tempi della ribellione di Fëanor. Se negli scritti precedenti Galadriel era coinvolta nel peccato, nell'ultimo scritto invece ne esce incolume e tra i più accaniti oppositori della disubbidienza dei Noldor contro i Valar. Questa versione non è entrata nel testo "ufficiale" del Silmarillion, ma ben fa capire il desiderio di Tolkien di presentare una figura tutta santa e immacolata che fosse un "anticipo" storico della Madonna. Dico un anticipo perché nella mente di Tolkien il mondo di Arda non era che un mito lontano nel tempo, un mito giunto prima della Rivelazione cristiana; un mito che in un certo senso l'anticipa, la predispone e la prepara.
    Un'altra figura che "anticipa" la Madonna è la regina dei Valar (quelli che noi definiremmo Angeli) Elbereth, la regina delle stelle e l'acerrima nemica di Morgoth, il Valar decaduto e corrotto nel male (immagine di lucifero). A lei si rivolgono più che ad ogni altra, elfi e uomini che in mezzo ai perigli della Terra di Mezzo cercano protezione e rifugio dal male. Lo stesso Frodo la invoca nella notte senza luce della galleria che porta alla terra oscura di Mordor, trovando salvezza, speranza e forza. E l'elenco potrebbe continuare con Arwen, la sposa del Re Aragorn, tutta bellezza, saggezza e maestà; o con la giovane Dama di Rohan Eowyn che taglia la testa al Re malvagio dei Nazgul realizzando così le profezie preannunciate... Tutte figure che nella mente di Tolkien non erano altro che un piccolo barlume, un piccolo anticipo, un piccolo riflesso della bellezza e della santità della Madonna.
    Anzi potremmo dire che anche le cose inanimate dei suoi racconti attingono ispirazione poetica dalla Madonna. La stessa luce appare per esempio dipinta come qualcosa di vivo e di femminile che espande purezza e santità, allontanando il male ovunque giunge con i suoi benevoli raggi. Insomma possiamo dire con Caldecott: «La bellezza naturale di paesaggi e foreste, monti e fiumi, e la bellezza morale di eroismo e integrità, amicizia e onestà - tutte cose celebrate nel mondo immaginario di Tolkien - sono doni di Dio che ci giungono attraverso di Lei, ed essa ne è anche la misura, la sua bellezza concentrando la loro essenza».
    «È questa la figura di Maria che Tolkien aveva sempre presente, che era al centro del suo immaginario, avvolta da tutte le bellezze naturali, la più perfetta delle creature di Dio, tesoro di tutti i doni terreni e spirituali» (Stratford Caldecott, Il fuoco segreto, Città di Castello 2008).
    La più alta e lontana per sublimità e santità, la più vicina per calore e dolcezza, misericordia e maternità.

    Nota di BastaBugie: per sapere tutto, ma proprio tutto, su Tolkien e il Signore degli anelli, leggendo recensioni, guardando video di approfondimento, spezzoni e trailer dei film, e molto altro, visita il sito Film Garantiti cliccando sul seguente link.
    http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=8
    9 min
  • Lo Hobbit*** (2012 - 2014) - Biografia di Tolkien
    BIOGRAFIA DI TOLKIEN, IL PIÙ GRANDE SCRITTORE DEL NOVECENTO, AUTORE DE ''LO HOBBIT'' E DE ''IL SIGNORE DEGLI ANELLI'' di Marco Respinti
    John Ronald Reuel Tolkien nasce da famiglia inglese il 3 gennaio 1892 a Bloemfontein, in Sudafrica, due anni prima del fratello Hilary Arthur Reuel (1894-1976). Nel 1895, i Tolkien tornano in Inghilterra. L'anno successivo muore il capofamiglia, Arthur Reuel (1857-1896). Nel 1900 la vedova, Mabel Suffield, si converte dall'anglicanesimo "alto" - conservatore - alla Chiesa cattolica con i due figli, perciò le famiglie Suffield e Tolkien, protestanti, interrompono ogni rapporto e ogni aiuto a lei e ai due orfani: nel 1904, ella muore a 34 anni perché, per ragioni economiche, non ha potuto curarsi adeguatamente. Il futuro filologo - riferisce il biografo Humphrey Carpenter - afferma: ""Mia madre è stata veramente una martire; non a tutti Gesù concede di percorrere una strada così facile, per arrivare ai suoi grandi doni, come ha concesso a Hilary e a me, dandoci una madre che si uccise con la fatica e le preoccupazioni per assicurarsi che noi crescessimo nella fede". Ronald Tolkien scrisse queste parole nove anni dopo la morte di sua madre. Ci indicano come egli associasse alla madre la propria appartenenza alla Chiesa cattolica. Si potrebbe aggiungere che, alla morte della mamma, la religione prese nei suoi affetti il posto che lei aveva precedentemente occupato. La consolazione che gliene derivò fu sia emozionale sia spirituale". Affidati a parenti e a conoscenti, gli orfani sono seguiti da un sacerdote cattolico proveniente dalla cerchia dei collaboratori del cardinale John Henry Newman (1801-1890). Nel 1910 Tolkien entra all'università di Oxford, dove frequenta corsi di studi classici, nonché di Lingua e Letteratura Inglesi, ottenendo il baccellierato con lode nel 1915. Il 22 marzo 1916 sposa Edith Bratt (1889-1971) con cui si era fidanzato nel 1914, dopo la conversione della giovane dall'anglicanesimo al cattolicesimo; ne avrà quattro figli: John Francis Reuel, nel 1917 - sacerdote cattolico dal febbraio del 1946 -; Michael Hilary Reuel (1920-1984); Christopher Reuel, nato nel 1924; e Priscilla Mary Reuel nel 1929.
    Nel 1916, scoppiata la Grande Guerra, il futuro filologo combatte sulla Somme - in Francia - come sottotenente, ma in novembre viene rimpatriato a causa della "febbre da trincea". Convalescente, nel 1917 inizia la composizione di The Book of Lost Tales, il grande affresco da cui derivano le sue opere narrative più note. Tornato a Oxford, nel 1918 entra nell'équipe del New English Dictionary. Nel 1919 è tutor universitario; nel 1920 lettore di Lingua Inglese all'università di Leeds dove, nel 1924, è titolare della stessa cattedra. Nel 1925 è nominato alla cattedra Rawlinson e Bosworth di Anglosassone all'università di Oxford, dove, dal 1945 al 1959, anno in cui lascia l'insegnamento, è titolare della cattedra Merton di Lingua e Letteratura Inglesi. Nel 1972 l'università di Oxford gli conferisce il dottorato ad honorem in Lettere e il 2 settembre 1973, a 81 anni, Tolkien si spegne a Bournemouth e la Messa funebre è celebrata dal figlio.
    LEWIS E "GLI SCARABOCCHIATORI"
    Nel 1926, Tolkien conosce l'anglista e scrittore Clive Staples Lewis (1898-1963), con cui stringe lunga e profonda amicizia. Con altri, il filologo è strumentale alla progressiva conversione dell'amico - almeno a partire dal 1929 - dall'ateismo al teismo, quindi all'anglicanesimo, deluso quando questi non completerà il cammino passando al cattolicesimo. Tolkien e Lewis sono noti anche come i principali animatori del club letterario oxfordiano degli Inklings, grosso modo "gli scarabocchiatori".
    IL VERO TOLKIEN
    Le opere del Tolkien narratore vengono pubblicate e divengono famose - a volte originando un vero e proprio "culto della personalità", che il filologo non incoraggia e che anzi detesta, rifugge e teme - negli anni 1960 e 1970, contrassegnati dall'"alternativa", dalla psichedelia, dalla "fuga dalla realtà" e dalla contestazione. Accanto alla commercializzazione, talora brutale, della sua immagine, l'ideologizzazione di cui è fatto oggetto, anche in Italia, produce distorsioni assurde, che interpretano The Lord of the Rings ora come "bibbia" degli hippy; ora come testimonianza irrazionalista, puramente estetica, "reazionaria" e addirittura "cripto-fascista"; ora come insieme di tesi e di visioni neopagane, gnostiche ed esoteriche. Le opere tolkieniane sono, invece, incentrate su un grande affresco, di carattere anche teologico, fondato su amor, pietas e caritas, oltre che sul coraggio e sulla fortezza - compresi la dedizione, l'abnegazione e l'eroismo anche dei "piccoli" -, che il filologo ammirava nelle letterature classiche, nei racconti epici e mitologici, e nella Bibbia. Formato ai valori più classici del patriottismo inglese, del conservatorismo e della fede cattolica, Tolkien è assai lontano dalle descrizioni - a volte vere caricature - proposte da certa critica forzata, che ha fondamento solo in interpretazioni superficiali dei suoi motivi d'ispirazione, dei suoi espedienti narrativi e della sua passione per il mito, insieme emblema, esempio, modello, tipo e ideale. "Devo dire che tutto questo è un mito - scrive Tolkien a proposito della propria narrativa -, e non una nuova specie di religione o di visione". Ossia, "per quanto riguarda il puro espediente narrativo, questo, naturalmente, mi è servito per cercare esseri provvisti della stessa bellezza, dello stesso potere e della stessa maestà degli dèi dell'alta mitologia, che possano però anche essere accettati, diciamo pure audacemente, da chi creda nella Santa Trinità".
    Il filologo presenta sé stesso un poco dappertutto nella propria produzione letteraria, ma luogo privilegiato di autodescrizione della figura, dello spirito e della produzione tolkieniane sono certamente il saggio On Fairy-Stories, del 1947, e l'epistolario, del 1981. Poco scrittore di fantasia della modernità e molto più "raccoglitore" di narrazioni epiche, in Tolkien l'apporto creativo si esplicita maggiormente nell'opera di "codificazione" e di trasmissione che non in quella di produzione ex nihilo, dove il significato d'"invenzione" sta più nell'etimo del termine - "trovata", "scoperta", "rinvenimento" - che non nel senso corrente di "ideazione dal nulla" o in quello traslato di "bugia". Le sue storie - non necessariamente fattuali, ma reali perché vere - sono prodotto di "sub-creazione"; ovvero, della capacità poietica - produttrice e poetica - dell'uomo che crea, partecipando della facoltà più importante del proprio Creatore a immagine e somiglianza del quale è stato fatto. Dunque, la creazione letteraria come produzione umana che è imitatio Dei e cantico del e all'Altissimo, nonché uso dei talenti in una vita vissuta - militia super terram, nel senso più vasto - per tessere le lodi del Signore, a Lui ritornare e a Lui offrire la consecratio mundi. Strumento è la parola umana il cui inscindibile e profondo legame con il Verbo di Dio fattosi carne non sfugge a Tolkien filologo e narratore. "Io pretenderei - scrive -, se non pensassi che fosse presuntuoso da parte di una persona così mal istruita, di avere come obiettivo quello di dimostrare la verità e di incoraggiare i buoni principi morali in questo nostro mondo, attraverso l'antico espediente di esemplificarli attraverso personificazioni diverse, che alla fine tendono a farli capire".
    LO SCRITTORE CATTOLICO
    Il padre gesuita Guido Sommavilla e il frate minore francescano Guglielmo Spirito hanno, in Italia, evidenziato e sottolineato la dimensione cattolica della narrativa tolkieniana. "Il Signore degli Anelli è - scrive il filologo al padre gesuita Robert Murray - fondamentalmente un'opera religiosa e cattolica; all'inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la "religione", oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l'elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Tuttavia detto così suona molto grossolano e più presuntuoso di quanto non sia in realtà. Perché a dir la verità io consciamente ho programmato molto poco: e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato, da quando avevo otto anni, in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so". Sottolineando l'importanza dello "Scrittore della Storia, e non alludo a me stesso, l'unica persona sempre presente che non è mai assente e mai viene nominata ", Tolkien osserva: "Nel Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini". Apertamente egli afferma: "[...] sono un cristiano, cosa che può anche essere dedotta dalle mie storie, anzi un cattolico. Quest'ultimo fatto forse non può essere dedotto dalle mie storie; benché un critico [...] abbia affermato che le invocazioni di Elbereth e la figura di Galadriel nelle descrizioni dirette [...] siano chiaramente collegate alla devozione cattolica a Maria. Un altro ha visto nel pane da viaggio (lembas) un viaticum e nel fatto che nutre la volontà [...] e che è più efficace quando si è digiuni un riferimento all'Eucarestia. Cioè: la gente indugia in cose molto elevate anche quando si occupa di cose meno elevate come una storia fantastica". Cattolica è anche l'estetica dello scrittore, che parla di "[...] Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione di bellezza sia come maestà sia come semplicità".
    Dunque, completamente errata e fuori luogo è l'impostazione - origine ed emblema di molte altre analoghe, anche diversamente formulate - del filosofo e leader della Nuova Destra francese Alain de Benoist, che nel "manuale" Comment peut-on être païen? del 1981, in traduzione italiana nel 1984, indica Tolkien - con altri - quale modello di preteso "neopaganesimo".
    15 min

About FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

From the publisher's feed

Quando il grande schermo produce capolavori. Recensioni a cura del sito FilmGarantit.it