FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

By BastaBugieTV & FilmFilm Reviews
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FILM GARANTITI - Il meglio del cinema episodes

  • American sniper* (2014) - Il cecchino più letale d'America
    http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=448

    LA VERA STORIA DEL CECCHINO PIU' LETALE D'AMERICA
    Un soldato con il dito posato sul grilletto osserva da un mirino una donna e un bambino uscire dalla porta di una casa di una qualsiasi cittadina irachena. La donna tiene nascosta sotto il velo una granata, la tira fuori la passa al bambino e lo spinge a scagliarsi contro soldati americani. Inizia così American Sniper, l'ultimo film del regista americano Clint Eastwood. Pochi secondi ma di grande impatto visivo che aprono già a una grande domanda: si può andare in guerra, diventare in assoluto il più celebre cecchino della storia americana senza farsi scalfire minimante dagli orrori della guerra stessa e dal rimorso per le azioni compiute?
    Qualche secondo di esitazione prima che un flashback ci riporti indietro con il tempo per raccontarci la storia di Chris Kyle bambino, figlio, torero e marito che si trasforma nel più efferato cecchino di tutti i tempi. Un talento naturale la cui personalità e carattere vengono plasmati fin da bambino da un padre dai chiari principi morali. Il mondo, spiega papà Kyle, si divide in pecore, lupi e cani da pastore. A questi ultimi spetta il difficile compito di proteggere le pecore dai soprusi, spesso immotivati, dei lupi cattivi.

    NÉ PECORE NÉ LUPI
    L'insegnamento è chiaro e semplice così com'è chiaro che il Signor Kyle, nella sua casa, non vuole allevare né pecore né lupi. La visione paterna accompagnerà Chris nel corso della sua intera vita e il giovane, in seguito agli attacchi terroristici alle ambasciate statunitensi di Kenya e Tanzania, si arruola nei Navy Seals. Il duro addestramento non scalfisce minimamente l'uomo mosso dal senso del dovere e dalla convinzione di assolvere a un ruolo più grande. E nemmeno l'inaspettato incontro con una donna che diventerà moglie e madre dei suoi due bambini lo dissuade dal partire.
    Rigore, acume, attenzione al dettaglio sono caratteristiche che non passano inosservate e Kyle viene spedito in Iraq per vegliare dall'alto sulle vite di quei soldati che si muovono tra le polverose e desolate strade delle città di Ramadi, Fallujah e Sadr City alla ricerca del pericoloso Al Zarqawi, del suo luogotenente, un uomo conosciuto come Macellaio e noto a tutti per la crudele mania di torturare i cittadini con un trapano, e dell'altrettanto talentuoso cecchino Mustafa.
    Una delle principali critiche mosse a Clint Eastwood per American Sniper è quella di aver girato un film guerrafondaio, in cui il netto contrasto tra il Bene e il Male risulta un po' troppo scontato e schematico. Quasi che l'intenzione di Eastwood fosse solo quella di presentare al mondo un film propagandistico per legittimare le scelte degli americani, condannare chiaramente quelle del nemico e far simpatizzare il pubblico con lo sniper più noto d'America, attraverso la semplicistica contrapposizione di giusto e sbagliato.
    In realtà, dietro American Sniper c'è molto più che il riduttivo resoconto di una guerra le cui ferite sono anche fresche e vive. American Sniper è la storia di un uomo divenuto presto eroe, un soldato ammirato in patria e temuto dai nemici tanto da guadagnarsi sia l'appellativo di Leggenda, attribuitogli dagli altri soldati, che quello di "Diavolo di Ramadi", affibbiatoli dai terroristi. Appostato sempre su un tetto diverso, Kyle è al tempo stesso angelo custode e sterminatore efferato e tutte le volte è messo di fronte alla difficile decisione del premere o meno il grilletto. Una decisione che è chiaramente condizionata dal contesto in cui si trova ad agire e dal ruolo incarnato.

    UNA REALTÀ VIOLENTA
    Eastwood, con una regia pulita e una narrazione fluida, non si nasconde dietro gli specchi e mostra allo spettatore la guerra per quella che è, una realtà violenta, dove il male è fine a se stesso tanto da non crearsi scrupolo neanche quando deve farsi scudo di donne e bambini per far esplodere una granata. Dall'altro lato, però, il regista non esita né teme nel presentare allo spettatore i dubbi e le perplessità di un uomo sulla cui testa pende una taglia da milioni di dollari e che "di fronte al male come non lo aveva mai visto" deve continuamente decidere della vita degli altri. Sappiamo bene che, alla fine, quel grilletto sarà premuto perché Kyle lotta contro il male anche quando questo assume i contorni delle vittime innocenti. Ma sappiamo anche che la decisione di colpire non è mai semplice né scevra da implicazioni e tormenti morali.
    Il disagio di Kyle emerge soprattutto a casa, nei periodi di stacco tra un turno e l'altro. Le poche commoventi scene domestiche servono a chiarire quanto l'uomo non riesca a staccarsi neanche mentalmente dall'orrore della guerra e dal suo ruolo di soldato. Perché la sua vita Chris la sente piena solo quando è in guerra, nel confronto con un nemico terribile, solo quando è in prima linea per assolvere a un dovere di cui non riconosce neanche i limiti. Kyle crede in quello che fa e sa bene che la sua decisione di uccidere è controbilanciata - non per questo giustificata - dalla necessità di coprire i suoi compagni. Eppure il peso morale delle sue azioni emerge con chiarezza soprattutto nel finale. Sia nel confronto con un figlio a cui spiega quanto sia difficile "fermare un cuore che batte" sia nel confronto con uno psichiatra a cui confessa di essere pronto ad assumersi la responsabilità di fronte a Dio per le oltre 160 persone uccise.
    Eastwood, con quella delicatezza e quella sensibilità che non fatica a padroneggiare, racconta molto più che la guerra. Ancora una volta dimostra di sapere fare grande cinema attraverso la storia di un uomo grande, di un eroe sorretto dal sentimento, dal desiderio di contribuire a creare un mondo perfetto e da una fede incrollabile. Basta la semplice immagine della Bibbia a ricordarci continuamente il significato ultimo di quella vita che non si piega mai di fronte al nemico ed è alla continua ricerca di un senso più grande persino in seguito al definitivo rientro in patria. Quella stessa patria che continua a servire con convinzione e che per un beffardo scherzo del destino lo condanna a una fine tragica e assurda.
    9 min
  • Marie Heurtin**** (2014) - La vera storia è ancora più bella
    VIDEO: Marie Heurtin - Dal buio alla luce - Trailer Ita HD ➜ https://www.youtube.com/watch?v=oSUPrJdiRFg&list=PLolpIV2TSebXA9xYikH3yOYlHE6Ls-eQC

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=453

    LA VERA STORIA DI MARIE HEURTIN E' ANCORA PIU' BELLA DEL FILM di Miguel Cuartero Samperi
    Ambientato in Francia alla fine dell'Ottocento, il film racconta la storia di Marie Heurtin, una bambina di dieci anni sordomuta e cieca dalla nascita incapace di relazionarsi col mondo esterno, con un carattere difficilissimo e violento (sembra un «animaletto» dirà suor Marguerite). Fin dalla nascita Marie vive «nell'oscurità totale, nel silenzio assoluto». A dieci anni viene portata dal padre nel convento di Larnay delle suore Figlie della Saggezza che si occupano di ragazze sordomute. Marie colpisce subito l'attenzione di suor Sainte-Marguerite (1860-1910), una religiosa dalla salute precaria che si dedica instancabilmente all'educazione delle bambine sorde e mute. Nonostante il parere negativo della madre superiora, Marguerite comincia a prendersi cura di Marie guadagnandosi la sua fiducia. Fin dal primo momento le difficoltà sono enormi: la violenza di Marie, la sua completa incapacità di relazionarsi col mondo esterno, la mancanza di risultati immediati, le incomprensioni con la superiora, la salute precaria di Marguerite. Ma alla fine tutto si risolverà per il meglio: la religiosa riuscirà a comunicare con Marie e, a poco a poco, ad ammorbidirle il cuore e ad appacificare il suo spirito; grazie alla pazienza e alla dedizione di suor Marguerite, Marie riuscirà a vivere dignitosamente e a comunicare con chi le sta attorno. L'esperienza di Marie aprirà la strada ad altre sordomute cieche che approderanno al convento di Larnay per ritrovare una speranza nel buio delle loro esistenze.

    DIO SULLO SFONDO
    In realtà non si può definire Marie Heurtin un film religioso o, di argomento religioso, solamente perché la protagonista della storia è una religiosa. [...] Tutta la pellicola si svolge in un convento, oltre alle suore e alle allieve, sono solamente tre i personaggi che compaiono nel film e che vivono fuori dalla struttura della comunità religiosa: i genitori di Marie e il medico di suor Sainte-Marguerite. Nonostante questo, inspiegabilmente, in nessun momento le suore pregano, né assieme né in privato, non una liturgia, non una processione o un rintocco di campane. È vero che i pasti vengono consumati in silenzio nell'ascolto di letture spirituali, ma di Dio si parla esplicitamente una volta sola in tutto il film, solamente in un dialogo viene nominato: «Devo morire anche io» dice suor Margaret a Marie che ribatte a segni «E chi lo ha deciso?». «Lo ha deciso Dio». Eccolo finalmente spuntare come una comparsa, fa la parte di chi decide, sentenzia, la morte. Viene da chiedersi se è stato lo stesso Dio a decidere che Marie nascesse sordomuta.
    Per quanto chi scrive possa ignorare lo stile di vita delle Filles de la Sagesse, sappiamo bene che liturgie, preghiere, devozioni, giaculatorie assieme a digiuni e penitenza, furono il pane quotidiano nei conventi dell'Ottocento. Chi vede il film potrebbe pensare a delle suore senza Dio, a delle operatrici sociali prive di fede e incapaci dunque di trasmetterla alle ragazze seguite. [...]
    Resta in primo piano suor Marguerite, una donna interiormente forte, caparbia, capace di superarsi, con un ottima dose di quella virtù oggi tanto di moda, la resilienza. Avremmo di certo preferito una Marguerite più realistica e meno idealizzata, un ritratto meno utopico e irraggiungibile. Magari una suora debole e incostante, che però traeva la sua forza dalla preghiera e dall'adorazione eucaristica e che donava la sua vita per amore a Dio e agli uomini; che confidava in un Dio buono e previdente (non in un boia che decide la morte); una religiosa che insegnava ad amare Dio e a confidare in lui, e non - non solo - a credere in se stessi e andare avanti, che trasmetteva a Marie la fede e la fiducia in Lui assieme a quella cultura cattolica che era l'anima della società francese ed europea a cavallo tra il IXX e il XX secolo.
    Marie Heurtin era "Un'anima in prigione", così il titolo del libro scritto nel 1900 da Louis Arnould, ristampato nel 2015 in Francia dalle edizioni Salvator. Ma dobbiamo ammettere che anche le nostre anime restano prigioniere se dal nostro orizzonte viene escluso Dio, il Padre Nostro che provvede per le nostre vite, e il cibo e il senso. [...]

    DAL BUIO ALLA LUCE... DI DIO
    Il libro di Arnoud rappresenta una testimonianza eccellente di quella che fu la vera storia di Maria Herutin. Si scopre che Dio fu tutt'altro che assente, si scopre che sia suor Sainte-Marguerite che Marie avevano una profonda spiritualità e che una vita di preghiera sosteneva le loro battaglie quotidiane. Il 19 marzo del 1904 la vera Marie Heurtin scriveva a sua madre: "Si avvicina la festa di san Giuseppe il vostro grande e glorioso patrono: raddoppierò le mie preghiere per voi, affinché vi ottenga tutte le grazie necessarie, soprattutto per la santificazione della Pasqua: spero che il mio caro papà non manchi di celebrare la Pasqua assieme a voi. Che prolunghi la vostra vita e vi conservi in buona salute. Io sto bene, grazie a Dio".
    Agosto 1902 così Marie scrive: "Diario delle mie vacanze. Che gioia quando la buona Madre Saint-Hilaire mi ha annunciato che la mia cara tutrice suor Marguerite mi porterà a Vertou a trovare i miei genitori! Il 6 agosto mi ha svegliata alle 5 del mattino. Dopo aver fatto il segno della croce e offerto il mio cuore al buon Dio, mi sono vestita velocemente pensando alla mia felicità nel vedere presto i miei genitori. Una volta vestita ho recitato le lodi e pregato il buon Dio di proteggere il nostro viaggio. Dopo aver pregato ho preso un caffè e mangiato pane e burro..."
    Sugli straordinari progressi di Marie, scrive suor Sainte-Marguerite (1903): "L'educazione religiosa di Marie progredisce senza sosta, e tale è la sua vita interiore che viene ammessa a ricevere di frequente i sacramenti. Continua a studiare il catechismo e si applica con un ardore vivace per l'istruzione religiosa. La Storia Ecclesiastica la rende felice. Apprezza particolarmente la lettura e lo studio del martirio di san Ignazio, di san Policarpo, di san Sinforiano (e il coraggio di sua madre), di san Lorenzo, di san Cipriano e del giovane Cirillo. Non condivide affatto i sentimenti di Ario e detesta cordialmente Giuliano l'Apostata..."
    Si potrebbe continuare con gli esempi, ma bastino queste poche citazioni prese dal libro di Arnoud per rendere giustizia alla giovane Marie Heurtin e alla sua amica, maestra ed educatrice suor Saint-Marguerite due donne che trassero da Dio la forza per passare "dal buio alla luce".
    9 min
  • AAA Songbird: il film sullo stato di polizia da Covid
    VIDEO: Songbird (2021): Trailer ITA del Thriller ➜ https://www.youtube.com/watch?v=ALSxrojS_WM&list=PLolpIV2TSebXA9xYikH3yOYlHE6Ls-eQC

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6683

    IL FILM SULLO STATO DI POLIZIA DA COVID di Rino Cammilleri

    I "no-vax" saranno contenti di sapere che a tempo di record è stato realizzato un film hollywoodiano anti-lockdown e prefiguratore di uno stato di polizia permanente a causa della pandemia. Tanto per non essere equivocato, lo scenario è un prossimo futuro; anzi, un prolungamento dell'attuale presente e un Covid che, a furia di mutare, è arrivato al numero 23. Il film si svolge infatti... tra quattro anni, a Los Angeles, la città di cui Hollywood è una periferia.Il titolo, Songbird, può alludere a un uccello canoro o a una cantante donna, ma da quel che ho capito può riferirsi anche al protagonista Nico che, per amore della sua fidanzata, decide di scrollarsi di dosso la tutela opprimente delle autorità sanitarie (che ormai sono diventate l'Autorità tout court). Il giovane regista Adam Mason ha convinto un calibro come Michael Bay (tra i migliori porta-soldi della Mecca del Cinema) a produrre la sua opera, che mette in scena star come Demi Moore, Sofia Carson e Alexandra Daddario (occhi incredibili, lanciati da Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo).Girato in una Los Angeles fantasma (autentica perché, metropoli liberal, ha attuato, come si ricorderà, la più stretta clausura, non fosse altro che per fare un dispetto a Trump), il protagonista è un giovine rider che porta la spesa in motorino per il semplice fatto che è un Immune, cosa che deve dimostrare ogni volta esibendo uno speciale e apposito braccialetto elettronico. Posti di blocco dovunque, con agenti armati e incapsulati in tute-scafandri integrali gialle, il colore della peste (o del bio-hazard, se preferite il basic English). Interessante il fatto che, come accennato, il film non è altro che la proiezione in avanti di quel che potrebbe succedere (o succederà) se l'attuale Covid-19 peggiorasse a furia di mutazioni e i vaccini non riuscissero a tenergli dietro.Tutti devono stare chiusi in casa a scannerizzarsi continuamente tramite una speciale app nel telefonino. Che è collegata con una centrale. Così, se uno si ammala, l'Autorità lo viene a sapere in tempo reale e scattano le misure sanitarie: l'infetto viene prelevato a forza da una squadra in scafandro e portato in un campo-Q, dove Q sta per quarantena. Da lì non si scappa e nessuno è mai uscito vivo. In città il capo delle squadre è uno psicopatico che, prima, guidava i camion della spazzatura. Poi, venendo meno via via tutti i suoi superiori a causa del contagio, non è rimasto che lui, essendo uno dei rari Immuni.Il protagonista, tramite il solito amico mago informatico (afroamericano, cela va sans dire), scopre che c'è un fetente riccastro in grado di fornire braccialetti da Immune, falsi ma a prova di verifica. E tutta la storia consiste nelle peripezie di Nico per procurarne uno alla fidanzata prima che le squadre sanitarie vengano a prelevarla. La songbird effettiva è una ragazza che sogna di fare la cantante ma deve soggiacere al fetente di cui sopra che è un produttore musicale. Sarà aiutata da un altro genio informatico (un handicappato).Insomma, un godibile film trumpiano, anche perché non tutte le minoranze oppresse sono, per fortuna, messe in scena. Di oppresso c'è solo il cittadino medio, cui si prospetta un avvenire cinese complice il coronavirus. God bless America, che ha ancora anticorpi vitali.
    5 min
  • Rocky** (1976) - Il miglior film sullo sport
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=438

    IL MIGLIOR FILM SULLO SPORT: IL PRIMO ROCKY DI SYLVESTER STALLONE di Roberto Marchesini
    Il miglior film sullo sport? Non ho dubbi: Rocky, del 1976, scritto e interpretato da Sylvester Stallone. D'accordo, dal punto di vista pugilistico fa storcere il naso; ed è evidentemente stato girato con un budget ridotto. Tuttavia è davvero un film eccezionale, non solo perché ha avuto dieci nomination agli Oscar e ne ha vinti tre (miglior film, miglior regista e miglior montaggio). Ci sono anche due aspetti importanti di questo film che vorrei sottolineare.

    UNA STORIA VERA
    Il primo: è tratto da una storia vera. Nel 1975 Stallone era disperato. Stava tentando di entrare nel mondo del cinema, a parte qualche piccola parte, non riusciva a rimediare niente. Aveva deciso di giocarsi un'ultima carta come sceneggiatore; ma la storia che sognava, una storia fatta di «eroismo, grande amore, dignità e coraggio» non voleva prendere forma. Ricevette un biglietto-omaggio per un incontro di pugilato che si sarebbe tenuto il 24 marzo di quell'anno ma che si presentava come poco interessante. Uno dei pugili aveva un gran nome: Mohammed Alì, oro olimpico a Roma e due volte campione del mondo dei pesi massimi. L'altro era pressoché sconosciuto e, quando era noto, non godeva di buona fama: Chuck Wepner. Bianco, tutt'altro che statuario (avete presente Ken Norton o George Foreman?), quasi calvo, aveva un difetto per cui i pugili evitavano di incontrarlo: aveva una pelle fragilissima, che si spaccava continuamente e che iniziava a colare sangue dopo pochi colpi.
    Ogni incontro con Wepner lasciava sul tappeto un lago di sangue che nemmeno un film splatter, tanto che era noto con il nomignolo di «Bayonne Beeder», il sanguinolento di Bayonne (sua città natale) o l'emorragia di Bayonne. Sulla carta, l'incontro era scontato: vittoria di Alì in pochi round; la sproporzione tecnica e fisica tra i due pugili era enorme. Eppure... sorpresa! Sebbene con il volto ridotto a una maschera di sangue pochi minuti dopo l'inizio dello scontro, Wepner continuava ad avanzare: Ali lo martellava con i suoi terribili jab, eppure egli mostrava una forza d'animo impressionante.
    Al nono round, il colpo di scena: Alì finì al tappeto, una delle rare volte della sua carriera. La cosa lo fece infuriare e, rialzatosi, cominciò a bersagliare di colpi Wepner; ma il bianco continuava a resistere e ad avanzare, mostrando una tenacia ed un coraggio che conquistarono il cuore del pubblico, ormai dalla sua parte. L'arbitro fermò l'incontro all'ultimo round, il quindicesimo, a diciannove secondi dalla conclusione naturale del match. Il pubblico, profondamente impressionato e conquistato dal coraggio indomito di Wepner, inveì contro l'arbitro, che aveva privato Wepner dell'onore di concludere in piedi l'incontro con il campione del mondo. Stallone, che era tra il pubblico, aveva trovato la sua grande storia che lo lanciò nel firmamento hollywoodiano. Quella sera nacque Rocky Balboa, lo stallone italiano. A Wepner, alla sua vita e a quell'indimenticabile incontro di pugilato, furono dedicati due film: Chuck (2016) e The Brawler (2019).

    LA SCONFITTA DEL PROTAGONISTA
    Il secondo aspetto: Rocky, quell'incontro... lo perde. Il pubblico, nel film, e gli spettatori della pellicola fanno il tifo e si esaltano... per uno che perde. Non molti lo notano, ma questo è un messaggio fondamentale. Non ammiriamo chi vince: ammiriamo chi lotta, chi si spende senza risparmio, chi affronta il proprio limite. Perché questo è il vero avversario, nello sport: non quello che ci sta di fronte, ma quello che è dentro di noi. Abbiamo di fronte una persona che si mette a disposizione, a volte a costo della propria incolumità, perché noi possiamo diventare una persona migliore; compiere, attraverso la competizione sportiva, una ascesi.
    Ecco perché non c'è odio, sul ring: ci si dà la mano prima dell'incontro, ci si abbraccia dopo. Questo ci riporta ad un'altra storia pugilistica: la competizione sportiva e l'amicizia umana tra il nostro Nino Benvenuti ed Emile Griffith. Si incontrarono, sul ring, tre volte; e se le diedero di santa ragione. E divennero unitissimi, al punto che, quando Griffith ha avuto difficoltà (di vario genere) Benvenuti non ha esitato a salire su un aereo e a correre in soccorso dell'amico; perché «non puoi non diventare amico di un pugile con il quale hai condiviso 45 round sul ring». Al di là dell'amicizia, resta questa grande verità: non siamo e non saremo giudicati in base alla vittoria o al successo, ma a quanto e come avremo servito.

    Per approfondimenti e per vedere il trailer e alcune clip del film ROCKY e per leggere le schede dei migliori film, clicca qui: http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=105
    7 min
  • AAA La scuola cattolica, il film che fa notizia solo perchè attacca la Chiesa
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6753

    LA SCUOLA CATTOLICA, IL FILM CHE FA NOTIZIA SOLO PERCHE' ATTACCA LA CHIESA di Peppino Zola
    Vedo e leggo che ci sono tanti modi per attaccare la Chiesa e la sua presenza nel mondo, anche se troppo spesso la Chiesa stessa rimane silente.
    In questi giorni, nei due unici Tg che ho ascoltato (Tg1 e Tg3) ho sentito dare, quasi con le stesse parole e con grande risalto anche in termini di tempo, una notizia che, evidentemente, non ha altro scopo che attaccare la Chiesa, dato che ogni giorno nel mondo vengono proiettati migliaia di nuovi film, il che non può costituire una notizia.
    La notizia, dunque, è questa. Al festival di Venezia è stato proiettato un film fuori concorso intitolato La scuola cattolica, tratto dall'omonimo romanzo di Edoardo Albinati. La tesi conclamata dai due Tg è che l'orribile delitto del Circeo (tre giovani criminali massacrarono una ragazza), di cui le cronache si sono occupate per molto tempo, è stato commesso da quei tre ragazzi a causa dell'educazione ricevuta in una scuola cattolica. Repressi da quella educazione e quindi terribili assassini: questa la tesi insinuata dai due Tg, pagati da noi.
    Tesi evidentemente strumentale per descrivere nel peggiore dei modi l'educazione data dalle istituzioni cattoliche. Infatti, potrebbe anche essere che i tre criminali, usando male della loro libertà e dei loro istinti, abbiano commesso l'orribile delitto "malgrado" l'educazione ricevuta nella loro scuola. Chi può dirlo? Basterebbe questo dubbio per impedire ai due Tg pubblici di far girare una notizia assolutamente tendenziosa.
    Se dovessimo applicare lo stesso criterio, allora perché non proclamare che la maggioranza dei femminicidi viene commessa da uomini che hanno frequentato scuole statali, ritenute libere e non repressive? Perché non dire che la maggioranza degli schiavi della droga ha frequentato scuole statali? Perché non rimarcare nei Tg nazionali che la maggioranza dei disastri italiani di tutti i tipi sono stati causati da persone che hanno frequentato scuole statali?
    Ma non possiamo metterci su questa strada: l'educazione è un problema troppo grave per essere affrontato ideologicamente come è stato fatto dai due Tg, collegando due fatti come solo una mente che odia il cristianesimo può fare. Sull'educazione occorre mettere insieme tutte le forze migliori, guardando solo al bene dei giovani e lasciando da parte i propri pregiudizi ideologici. Se i redattori della notizia si fossero informati, avrebbero saputo che, a detta di moltissimi genitori e nonni, le scuole cattoliche sono giudicate tra le migliori d'Italia, tanto è vero che, appena lo possono fare economicamente, vi iscrivono i propri figli.
    Ai nemici della Chiesa vorrei raccomandare di smetterla di cercare ai annientarla, tanto non ci riusciranno. Gesù stesso ha assicurato che le tenebre non prevarranno sull'esperienza cristiana. Anche la Rai dovrebbe ricordarlo, invece di usare così male i soldi anche di tanti cattolici. Inviterei questi ultimi, invece, a smetterla di stare zitti.
    5 min
  • Unplanned***** (2020) - Tutto vero, parola di ostetrica
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=436

    UNPLANNED E' TUTTO VERO, PAROLA DI OSTETRICA
    Ho visto il film e tutti piangevano, mentre io ero impassibile... e il motivo è semplice: al terzo anno di tirocinio mi avevano già fatto vedere tutto (in modo che mi abituassi all'aborto)
    di Giulia Fornasier
    Penso che gli spettatori del film Unplanned si siano più volte chiesti, durante la proiezione, se fosse tutto vero. Un po' come quando si vede The Passion e si pensa che alla fine sia stato un po' tutto pompato da Gibson, perché non è moralmente accettabile, in fin dei conti. Che fosse cruento ce lo aveva annunciato all'anteprima il produttore, Federica Picchi, ma sono convinta che il 99% delle persone in sala non avesse la minima idea di quel che succede abitualmente nelle cliniche abortiste, e che sia stato pertanto scosso da quella che è la (cruda) realtà dei fatti. Me ne sono accorta perché, mentre il mio fidanzato alla mia destra e la mia migliore amica alla mia sinistra piangevano, io ero impassibile.
    Non mi sono guardata indietro, ma penso che un paio di colleghe ostetriche sedute due file più in là non abbiano fatto una piega. La mia prima volta però non andò così, e penso neanche la loro.
    "No, ma in Italia non ci sono le Planned Parenthood, da noi non succede". Obiezione respinta. Noi non abbiamo le cliniche abortiste forse, ma abbiamo gli ospedali, alcuni dei quali obbligati per legge a garantire l'interruzione volontaria di gravidanza. E fu proprio in uno di questi ospedali, al mio terzo anno di tirocinio, che vidi per la prima volta ciò che in quella sala è stato proiettato.

    È TUTTO VERO
    Tanta compostezza è frutto dell'esperienza. Perché sì: è tutto vero.
    Avevo 22 anni, ero in turno in Sala Operatoria della Ginecologia. Dovevo imparare a strumentare isterectomie, annessiectomie, aborti spontanei e gli interventi di risoluzione di prolasso. Avendo esaurito la lista operatoria della giornata stavo per andarmene quando, dagli ambulatori di Diagnosi Prenatale, chiamarono per chiedere se ci fosse un'equipe non obiettrice per un'interruzione urgente: una donna e suo marito erano lì e avevano appena scoperto che il loro bambino era affetto da trisomia 13, una grave patologia cromosomica. A risposta affermativa si cominciò l'allestimento della sala. Rimasi, ma non strumentai: non era tra gli obiettivi del tirocinio crearmi sensi di colpa; l'obiezione di coscienza sarebbe stata una decisione da prendere qualora assunta, da dipendente pubblica. Per fortuna. Ciò che vidi mi bastò per sempre.
    Quindi sì, ero preparata a vedere la freddezza del medico, a vedere pezzi di tessuti umani, a vedere sangue rosso vivo (perché l'aborto spontaneo, specie ad inizio gravidanza, è di color mestruazioni, rosso scuro e grumoso, molte volte indifferenziabile, e che ci sia questa grossa differenza non me lo avevano detto). Ero preparata a vedere la straziante reazione di difesa del feto e a vedere la camera gestazionale vuota: non ho pianto. Ho solo ricordato.
    Anche la corsa verso il bagno di Abby, tra la nausea e le lacrime è vera: ho corso anche io quella volta. La reazione di un essere umano, credente o no, di fronte ad una cosa del genere non può che essere questa.
    Dovrebbe essere la stessa anche quando si apprende che dietro una logica "onorevole", quella di voler difendere il diritto riproduttivo delle donne, come dice la protagonista, si cela una sconcertante - si fa per dire - grossa verità: la compravendita di morti.

    I TRAUMI DA ABORTO PROCURATO
    E sconcertata sono ancora io, che non ho mai dimenticato le lezioni di psicologia clinica sui traumi da aborto procurato, sull'altissima incidenza di depressione nelle donne cinesi per i milioni di aborti annui da quando ha preso il via la politica del figlio unico. Ciò che sorprende sempre è vedere come chi si batte per l'aborto a tutti i costi, sembri non sapere (ricordare?) che, al netto delle considerazioni etiche sull'embrione e sulla pratica (della serie: è un bambino o no? È un omicidio oppure no? Sentirà male oppure no?), l'attaccamento al feto è un processo non consapevole, che inizia a svilupparsi in tutte le donne subito dopo il concepimento, quando ancora non sanno della gravidanza, ad opera della cascata ormonale che lavora in senso progestativo. Un processo che c'è, esiste, cambia la donna per sempre, la rende madre anche contro la sua volontà. È innegabile. L'interruzione improvvisa di questo processo può scatenare gli effetti di un lutto non risolto e sfociare in disturbi psichiatrici.
    Come è possibile far passare l'idea che si possa decidere della vita o della morte di un altro essere umano solo perché ancora quasi invisibile, e che questo non generi cicatrici nel corpo e nello spirito? E di fronte al fatto compiuto, come mai permettiamo che la donna venga lasciata a sé stessa a combattere con il suo improferibile lutto in un assordante silenzio? Per il politicamente corretto?
    Mi riconosco in Abby Johnson perché ho capito, come lei, che il politicamente corretto è solo una colossale menzogna. L'aborto innocuo non esiste. Qualunque donna, sapendo cosa succede realmente, vedendo quanto ho visto io, considerando quali potrebbero essere gli esiti, ci penserebbe su molto bene.
    In un tempo di estremismi politicamente corretti, in cui anche esprimere le proprie idee non è per nulla scontato, credo che i tempi siano maturi perché la gente veda e conosca.
    Che vedano, che vedano tutti. È tutto vero. Parola di ostetrica.

    Nota di BastaBugie: per scoprire tutto su Unplanned, vedere il trailer, ascoltare la colonna sonora e molto altro, visita il sito FilmGarantiti.it, clicca qui!

    I TRE MESSAGGI DI UNPLANNED
    Luca Marcolivio nell'articolo seguente dal titolo "Il successo di Unplanned, il film che smaschera l'aborto" elenca i tre messaggi fondamentali del film sulla storia vera di Abby Johnson: le menzogne degli abortisti, il connubio tra aborto e potere, la misericordia sperimentata dall'ex manager di Planned Parenthood.
    Ecco un estratto dell'articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 luglio 2021:
    Il film lanciato in Italia da Dominus Production ha il pregio di essere una storia di grande impatto emotivo ma estremamente lineare e chiara nella morale che esprime. I messaggi che Unplanned trasmette sono essenzialmente tre.
    In primo luogo, viene smascherata la menzogna degli abortisti. Nel film viene raccontato come la giovane Abby Johnson sia stata letteralmente "adescata" e traviata da Planned Parenthood ad uno stand allestito dal colosso anti-natalista presso il suo liceo. Ad Abby, fortemente indecisa nelle sue convinzioni, viene fatto credere che lo scopo di Planned Parenthood sia quello di istruire le ragazze a un corretto uso della contraccezione e che, in fondo, l'aborto sia l'extrema ratio da consentire ma, al tempo stesso, da limitare. Entrata a far parte di Planned Parenthood, prima come volontaria, Abby diventa poi impiegata, per essere infine promossa a direttrice della clinica di Bryan (Texas). Anno dopo anno, tuttavia, scopre di essere ingannata: il reale obiettivo di Planned Parenthood è quello praticare il maggior numero di aborti possibili, per una mera questione di business. Abby stessa passa personalmente attraverso l'esperienza dell'aborto, ripetuta due volte. Il secondo episodio è il più drammatico: assunta la pillola abortiva, la giovane va incontro a copiose emorragie e teme di morire. Si adira, quindi, con i suoi stessi colleghi, che non l'avevano avvisata degli effetti collaterali ma questa esperienza non è ancora sufficiente a farle cambiare idea sul suo lavoro.
    Il secondo messaggio forte del film è riferito al connubio luciferino tra aborto, denaro, potere e carriera. Abby Jonson ha bruciato le tappe e, dopo circa otto anni di servizio in Planned Parenthood, viene premiata come miglior dipendente della sua azienda. Un'obiezione posta in merito all'opportunità di limitare il numero degli aborti, la porta a scontrarsi con la sua superiore, che prima la accusa di ingratitudine, poi le svela la verità: l'aborto è il core business di Planned Parenthood e, grazie ad esso, Abby può concedersi qualche sfizio in più, dai viaggi alle ferie pagate. Le viene quindi svelata un'altra ipocrisia: per Planned Parenthood lo status di onlus è soltanto un "regime fiscale" nominale, il vero obiettivo è lucrare il più possibile sugli aborti, sottoponendo le sfortunate clienti a deplorevoli trattative, neanche si trattasse di una polizza assicurativa: più tardi effettui il tuo aborto e più dovrai pagare, ecc.
    Il terzo e forse più importante messaggio è quello della misericordia: Abby Johnson ha avuto la grazia di vivere circondata da persone che, senza giudicarla, non le hanno mai nascosto il desiderio di una sua conversione. Sia i genitori che il marito sono cristiani e pro-life e attendono con incredibile e commovente pazienza il giorno in cui Abby annuncerà il suo licenziamento da Planned Parenthood. Altre due splendide figure nella vicenda sono Marilisa e Shawn, una coppia di giovani pro-life, che si reca a pregare quotidianamente davanti alla clinica. Superata l'inevitabile diffidenza iniziale, Abby diventa amica dei due e il giorno in cui "crollerà" definitivamente i primi che andrà a cercare saranno loro.
    13 min
  • Le vite degli altri* (2006) - Come i comunisti spiavano i cittadini
    VIDEO: Le vite degli altri - Trailer italiano ➜ www.youtube.com/watch?v=t4xCHx-h4Nc

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=433

    IL FILM SU COME I COMUNISTI NELLA GERMANIA DELL'EST SPIAVANO I CITTADINI di Roberto Marchesini
    Le vite degli altri (2006), dell'affascinante (biograficamente e intellettualmente parlando) Florian Henckel von Donnersmarck [...] racconta la verosimile storia del capitano della STASI Gerd Wiesler, nome in codice HGW XX/7, interpretato da uno straordinario attore teatrale, Ulrich Mühe (siamo nella Berlino est del 1984). Il suo superiore lo incarica di spiare un intellettuale, l'autore teatrale Georg Dreyman, sospettato di tramare contro il regime sovietico. L'operazione ha inizio, ma ben presto il capitano Wiesler si rende conto che l'obiettivo non è cercare delle prove a carico di Dreyman bensì rovinargli la vita e la carriera; la sua fidanzata, l'attrice Christa-Maria Sieland, è concupita dal ministro della cultura Bruno Hempf che vuole togliere di mezzo l'intellettuale per poterla avere a sua completa disposizione. Wiesler, tuttavia, osservando la vita di Dreyman e della Sieland, scopre un universo fatto di amicizia, amore, relazioni autentiche, sensibilità artistica, fedeltà; in sostanza, verità, bellezza, onestà. Tutte cose che, nel partito e nella STASI, non esistono. Così comincia a proteggere i due fidanzati, affascinato dalla loro vita della cui bellezza si è trovato inaspettatamente a godere, occultando nei suoi rapporti qualunque cosa possa destare un sospetto da parte delle autorità. Ad un certo punto un amico e collega di Dreyman, Albert Jerska, si suicida: a causa delle sue idee, critiche nei confronti del partito, gli era stato impedito di lavorare. Dreyman decide dunque di scrivere un articolo per denunciare la piaga dei suicidi nella DDR degli anni Ottanta e di pubblicarlo su Der Spiegel, giornale occidentale. Wiesler tenta nuovamente di proteggere Dreyman, ma la situazione precipita. [...]

    STASI (MINISTERO PER LA SICUREZZA DI STATO DELLA GERMANIA EST)
    Ci sono poi alcuni aspetti della straordinaria interpretazione di Mühe che vale la pena ricordare: non solo questa fu l'ultima, poiché l'attore morì di cancro pochi mesi dopo l'uscita del film; l'intera vicenda lo riguardava personalmente. Anch'egli, come Dreyman, scoprì dopo la riunificazione di essere stato spiato dalla STASI, nelle persone di quattro suoi colleghi del teatro di Berlino est e da sua moglie Jenny. [La STASI era il Ministero per la Sicurezza di Stato della Germania Est (DDR o Repubblica Democratica Tedesca) che era responsabile della sicurezza e dello spionaggio; è famosa per avere arruolato numerosi tedeschi dell'Est per il controllo delle attività dei propri concittadini, al fine di impedire il sorgere di moti contro il governo autoritario della Germania Est, N.d.BB]
    Nel film si vedono le disumane tecniche di interrogatorio utilizzate dalla sicurezza di Stato, la pervasività dell'apparato e la sua potenza, persino l'utilizzo sistematico dei bambini per carpire informazioni circa i genitori. In effetti, l'esperienza di controllo messa in atto dalla STASI non ha mai avuto uguali al mondo. Per circa 16 milioni di abitanti, la STASI aveva 91 mila dipendenti e quasi 200mila «collaboratori informali», cioè delatori; praticamente, una spia ogni 50/60 persone. [...]

    LA DEGENERAZIONE PROTESTANTE
    A questo punto, la domanda sorge spontanea: perché i tedeschi collaboravano in massa? [...] Per i tedeschi il rapporto con l'autorità civile è di obbedienza. Già Lutero aveva stabilito che l'autorità dei principi sul popolo era assoluta; al punto che, in seguito alla rivolta dei contadini (1524-1526), scrisse: «Perciò cari signori principi, liberate, salvate, aiutate e abbiate misericordia della povera gente; ma ammazzate, scannate, strangolate quando potete i contadini ribelli; e se ciò facendo sopraggiungerà la morte, buon per voi, non potreste incontrare mai morte più beata, perché morite in obbedienza alla parola e al comando di Dio ed in servizio alla carità, per salvare il vostro prossimo dall'inferno e dai lacci del demonio». Per Lutero, infatti, è giusto ciò che l'autorità civile comanda; ad essa si deve obbedienza cieca e assoluta. Anche Kant, qualche decennio dopo, pone il fondamento della morale nella legge e nell'autorità: è il dovere per il dovere kantiano che, nel 1961, Eichmann utilizzò per giustificare la sua partecipazione alla logistica dei campi di concentramento nazisti. Scrive Hannah Arendt, nel suo La banalità del male: «La prima volta che Eichmann mostrò di rendersi vagamente conto che il suo caso era un po' diverso da quello del soldato che esegue ordini criminosi per natura e per intenti, fu durante l'istruttoria, quando improvvisamente dichiarò con gran foga di aver sempre vissuto secondo i principi dell'etica kantiana, e in particolare conformemente a una definizione kantiana del dovere». Anche Fichte contribuì a fissare questi principi nell'anima germanica quando, tra il 1807 e il 1808, pronunciò i Discorsi alla nazione tedesca. [...]
    Se qualcuno vuole fare un confronto con l'Italia attuale, si diverta pure.
    7 min
  • Unplanned***** (2020) - La realtà oltre l'aborto
    VIDEO: intervista ai produttori di Unplanned ➜ https://www.youtube.com/watch?v=UC7PRlkjjnk

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6746

    FINALMENTE UNPLANNED NEI CINEMA ITALIANI di Rodolfo Casadei
    La differenza sta tutta fra vedere o non vedere qualcosa che è in atto, qualcosa che accade in quel momento. Per vederlo bisogna aprire gli occhi, quelli fisici ma anche quelli della mente. Si potrebbe riassumere così la morale di Unplanned, il film su Abby Johnson, la direttrice di una clinica texana della Planned Parenthood che passa dalla parte dei pro-life quando vede coi suoi occhi che l'aborto è l'eliminazione di un bambino e comprende che, diversamente da quanto scrive ipocritamente nel suo statuto, l'organizzazione non cerca di prevenire le gravidanze indesiderate, ma di fatturare sempre di più aumentando costantemente il numero delle interruzioni di gestazione. Trattasi di storia vera e di personaggi reali.
    Non fosse per la tragicità dell'argomento, farebbe quasi ridere constatare che il fuoco di sbarramento che critici cinematografici e militanti della causa pro-choice hanno concentrato sul film abbia per oggetto le immagini raccapriccianti e i dettagli cruenti di tutto ciò che riguarda gli aborti e i corpi delle donne su cui viene praticato. Da tempo sui grandi schermi e nei teatri si vede assolutamente di tutto, non c'è più nulla di abbastanza sacro, riservato, inaccessibile, turpe, disgustoso, osceno che non possa essere rappresentato.
    Il valore estetico e sociale di qualsiasi rappresentazione è considerato superiore a ogni tabù. Con la curiosa eccezione dell'aborto, a quanto pare. Ma soprattutto fa cadere le braccia l'ostilità pregiudiziale che impedisce di cogliere l'originalità del film. [...]

    LA CONVERSIONE DI ABBY
    Ci sono almeno due contenuti sorprendenti che dovrebbero balzare agli occhi perché scavalcano la barriera delle contrapposte visioni partigiane. Il primo riguarda proprio il vedere, il cambiamento che determina il vedere qualcosa che fino a quel momento era rimasto invisibile. A "convertire" Abby Johnson non è il sangue che cola dalle gambe delle ragazze, i corpi smembrati dei feti, gli sguardi smarriti e depressi delle giovanissime sia al momento di entrare che nel momento di uscire dalla clinica. Lei stessa ha vissuto l'esperienza di due aborti, e il secondo, quello indotto chimicamente e vissuto nella solitudine di casa, è stato un'esperienza dolorosissima e truculenta, giorni di un limbo insanguinato nell'angoscia della propria morte incombente.
    Abby è rimasta impassibile quando la direttrice della clinica l'ha condotta nella cella dove sono conservati i feti fatti a pezzetti, li ha scrutati come se guardasse le ali delle farfalle, e con questo si è meritata il posto che l'altra le lascia. Non è una persona che si fa impressionare dal sangue e dai cadaveri. Tanto meno la mettono in crisi il silenzioso dissenso di genitori e marito, orripilati della sua professione ma mai ostili, o i manifestanti antiaborto che inveiscono o che pregano pacificamente lungo la recinzione della clinica, compresi quelli che cercano il dialogo.
    Ha certezze benpensanti. Che vanno in crisi una prima volta quando Planned Parenthood batte cassa: altro che aborto raro e sicuro, soluzione estrema quando la contraccezione fallisce; quelli di Houston hanno bisogno di aumentare la produttività per tenere in piedi la baracca, e questo si fa incrementando il numero delle interruzioni di gravidanza, puntando sugli aborti chimicamente indotti perché garantiscono un margine di guadagno maggiore. E Planned Parenthood, che diffonde contraccezione e pratica aborti, funziona letteralmente come i fast-food: non sono gli hamburger (leggi: i contraccettivi) a generare i profitti, ma le patatine fritte e le bevande gasate. Perciò lasciate da parte gli ideali, se volete continuare ad avere una busta paga...

    IL PECCATORE NON È MAI IDENTIFICATO COL SUO PECCATO
    Dopo che si sono aperti gli occhi della mente, è il turno di quelli del corpo: Abby ha visto tante volte i prodotti di un aborto, ma non ha mai preso parte all'azione. Succede che venga chiamata in sala operatoria, e che sullo schermo veda l'immagine di un feto di 13 settimane, testa e corpo formati, che dà l'idea di cercare di sfuggire disperatamente al risucchio della morte. Invano. È la rivelazione che ribalta la sua visione delle cose. [...] Per Abby quel brevissimo video è il film che decide la sua vita. Tutto cambia prospettiva nel momento in cui vedi la cosa non dopo che è accaduta, ma proprio mentre accade.
    L'altro contenuto sorprendente è il ritratto del mondo in cui si muovono pro life e pro choice. Chi si aspetta la rappresentazione di uno scontro tipo crociata o tipo rivoluzione russa resta deluso: i fanatici ci sono, ma appartengono alle frange estreme delle alte dirigenti della catena di montaggio degli aborti, intransigenti e disincantate. [...]
    La grande maggioranza delle persone raffigurate nel dramma, abortisti e antiabortisti, pro life che pregano e parlano ai cancelli e pro choice che ricevono le donne, le registrano e le accompagnano in sala operatoria, appartengono allo stesso mondo di una apparente comune decenza, il mondo di chi si impegna con la realtà assumendosi responsabilità. Alla radicale contrapposizione delle opzioni corrisponde l'evidente buona fede degli uni e degli altri; l'avversario non è mai spogliato della sua umanità, il peccatore non è mai identificato col suo peccato. Abby e Shawn, il giovane leader della Coalition for Life, si relazionano con mansuetudine anche prima della "conversione" di Abby. La quale è sposata con Doug, antiabortista convinto che in lei non vede il mostro che annichilisce bambini in germe, ma l'amabile donna a cui non può rinunciare. [...]
    La critica secondo cui il film predica ai già convertiti ha senso per quanto riguarda la parte finale del film, ma non coglie il segno: Unplanned si rivolge evidentemente a un pubblico di simpatizzanti della causa antiabortista convinti ma passivi, al fine di renderli attivi e impegnati. E gli argomenti sono concentrati nell'ultima parte. Qui si spiega che Planned Parenthood è un'organizzazione tentacolare finanziata da George Soros, Bill Gates e Warren Buffett, che i gruppi di preghiera pro life fuori dalle cliniche sono combattuti perché è dimostrato che dove si svolgono regolarmente diminuisce il numero delle donne che vi si recano ad abortire, che l'organizzazione creata da Abby Johnson dopo che si è dimessa è riuscita ad aiutare 500 addetti ad abbandonare l'industria dell'aborto. [...]

    Nota di BastaBugie: ecco alcune curiosità su Unplanned tratte dal sito FilmGarantiti.it
    - Abby Johnson è nata in una famiglia protestante (battista), ma è diventata cattolica in seguito alla sua conversione alla causa prolife. Adesso ha otto figli (avuti ovviamente dallo stesso marito).
    - Anthony Levatino, il dottore che nel film si vede praticare l'aborto che cambierà per sempre la vita di Abby Johnson (foto a destra), non è un attore, ma un vero dottore che ha praticato personalmente più di 1.200 aborti. Poi un giorno, guardando al contenitore dei pezzi di bambini strappati dal grembo delle loro madri, ha pensato che quelli erano i figli e le figlie di quelle mamme. In quel momento si è reso conto degli abomini che aveva commesso e cambiò vita.
    - Le riprese del film Unplanned sono avvenute in una località segreta per evitare le manifestazioni violente delle femministe.
    - Nel 2019 Unplanned è stato il dvd più venduto al mondo da Amazon.
    Per scoprire tutto su Unplanned, vedere il trailer, ascoltare la colonna sonora e molto altro, visita il sito FilmGarantiti.it
    VIDEO: INTERVISTA AI PRODUTTORI DI UNPLANNED
    Qui sotto il video (durata: 28 minuti) con l'intervista ai produttori di Unplanned e God's not dead 1 e 2 (Cary Solomon e Chuck Konzelman) che spiegano la loro battaglia contro Hollywood, che impedisce la produzione di film conformi ai principi cristiani. Per questo hanno abbandonato Hollywood producendo in proprio film capolavoro come Unplanned.
    11 min
  • Nel 2000 non sorge il sole* (1956) - Il film sul romanzo distopico 1984
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=249

    CHI CAMBIA LE PAROLE CONTROLLA IL MONDO di Laura Boccenti
    Nel 1949 viene pubblicato per la prima volta il romanzo 1984 di Georges Orwell (1903-1950), anarchico passato al socialismo e vittima delle persecuzioni staliniste al tempo della guerra civile spagnola.
    1984 è un formidabile atto d'accusa nei confronti della pretesa totalitaria di voler piegare la realtà e le persone a un fine superiore, che a parole coincideva con la felicità del popolo, ma alla fine si identificava nella sottomissione cieca ai partiti totalitari e ai loro leader. La narrazione è ambientata in un futuro prossimo (l'anno 1984) quando la terra è divisa tra tre grandi potenze che sfruttano lo stato costante di guerra tra loro per mantenere il controllo totale sul popolo.

    LA PSICOPOLIZIA DEL GRANDE FRATELLO E QUELLA DI OGGI
    La società è governata da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello e amministrata secondo i principi del SocIng, il partito Socialista Inglese. Il Partito è retto dal Minamor, ovvero Ministero dell'Amore, la cui funzione è di controllare i membri del partito e di convertire i dissidenti alla sua ideologia con l'aiuto della psicopolizia che interviene in ogni situazione sospettosa di eterodossia.
    L'oppressione totalitaria messa in atto dallo Stato comunista, che ai tempi di Orwell poteva ancora essere considerata alla stregua di una "profezia", è ormai una realtà storica assodata. Oggi sta per attuarsi una seconda predizione contenuta in "1984": la trasformazione della società attraverso la manipolazione violenta del linguaggio. Si tratta di una violenza che non agisce, con strumenti "polizieschi", almeno non in prima battuta (poi si arriva anche alla violenza, una volta approvate nei vari Paesi le leggi contro l'"omofobia"), bensì preferisce, piuttosto, l'imposizione per via burocratica di espressioni coniate appositamente per spingere gli uomini a pensare in modo univoco; espressioni che riscrivono il significato delle parole in modo da cancellare da esse ogni riferimento alla dimensione autentica della realtà. L'operazione attualmente in corso, che riguarda l'accreditamento dell'ideologia di genere da parte di istituzioni internazionali e nazionali, richiama immediatamente alla memoria la «Neolingua», che, nella società del Grande Fratello serviva ad omologare il pensiero e uniformare la vita degli uomini.

    CHI CAMBIA LE PAROLE CONTROLLA IL MONDO
    Tra realtà e linguaggio c'è un legame profondo: il linguaggio ha la funzione di esprimere e comunicare il mondo. Da questa funzione di "rivelazione" dipende, come corollario, che se il linguaggio s'impoverisce diminuisce la possibilità di comprendere ed esprimere la realtà e se le parole vengono contraffatte la coscienza si rappresenta la realtà in modo deformato.
    Nella società immaginata da Orwell il potere politico si serve della Neolingua per estendere a tutti gli ambiti di vita il proprio controllo, sostituendola progressivamente all'«Archeolingua».
    Alla riduzione delle parole consegue la semplificazione delle possibilità del pensiero: «Giunti che saremo alla fine renderemo il delitto di pensiero, ovvero lo psicoreato, del tutto impossibile perché non ci saranno più parole per esprimerlo». L'obiettivo finale è la realizzazione di una società senza pensiero: «Ortodossia significa non pensare, non aver bisogno di pensare. L'ortodossia è non conoscenza».
    Il «Ministero della Verità», istituzione che prepara l'avvento della società senza pensiero, persegue l'uso dei termini che si riferiscono al concetto di libertà e quelli collegati alla conoscenza razionale e oggettiva, oltre a curare la distruzione e la contraffazione del significato delle parole: «Il depauperamento del linguaggio è un vantaggio, giacché più piccola è la scelta, minore è la tentazione di riflettere».
    La contraffazione si avvale del ricorso alle sigle, agli eufemismi e agli slogan per rovesciare il senso comune, per esempio: «La guerra è la pace. La libertà è la schiavitù. L'ignoranza è la forza».
    Con gli slogan si riscrive il senso della realtà: come la «moneta cattiva scaccia quella buona», così il giudizio costruito con fatica attraverso la riflessione, viene sostituito dall'opinione semplificatrice volta a indurre un atteggiamento mentale. [...]

    MASS MEDIA: I TERMINI DA USARE/NON USARE
    Se si considera il clima culturale in cui viviamo, è difficile non riconoscere che la realtà va assomigliando sempre più al romanzo.
    Fin dal '68 le società occidentali hanno patito le conseguenze violente degli "ideali" rivoluzionari, capaci di far presa sulle coscienze focalizzandone le emozioni, anche grazie a slogan tristemente noti come: «uccidere un fascista non è un reato, è la giustizia del proletariato», oppure: «falce e spinello cambiano il cervello», o ancora: «siamo realisti, esigiamo l'impossibile».
    Rispetto al '68 però c'è una differenza. Se allora la rivoluzione culturale era portata avanti da una componente minoritaria della società, che in Occidente non deteneva il potere politico e doveva ancora conquistare pienamente il potere culturale, oggi sono le stesse istituzioni, a livello internazionale e nazionale, a promuovere una strategia linguistica per rovesciare il senso comune e plasmare il pensiero sull'ideologia di genere.
    Ad esempio, il 31 marzo 2010 il Comitato dei Ministri dell'UE, adottando la Raccomandazione "Misure volte a combattere la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere", delinea un quadro culturale, a cui successivamente si sono riferite le normative nazionali, fondato sull'assunto che sesso e genere (gender) sono separabili e chi dice il contrario pronuncia un discorso dell'odio.
    In Italia, la "Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere", [...] emanata dall'UNAR (Ufficio del Ministero delle Pari Opportunità), recependo la Raccomandazione, introduce un "Glossario" che ridefinisce il significato dei termini correlati alla sessualità, a partire dall'assunzione dell'ideologia di genere, data per assoluta. Sempre in linea con la Raccomandazione del 2010, l'UE ha finanziato il programma "LGTB Media and Communication", su cui si basano le "Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone LGBT', destinante ai giornalisti, pubblicate 1'11 dicembre 2013, sempre dal ministero per le Pari Opportunità. Con il "Glossario" della Strategia Nazionale, ripreso e approfondito nelle Linee guida, la strategia di coercizione linguistica delle istituzioni che sostengono l'ideologia del gender diventa esplicita.
    Da esse veniamo a sapere che il termine eterosessimo indica la «visione del mondo che considera come naturale solo l'eterosessualità, dando per scontato che tutte le persone siano eterosessuali». Che «l'eterosessismo [...] è la causa principale dell'omofobia». Apprendiamo inoltre che l'espressione «identità di genere» indica «Il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna [...] indipendentemente dal sesso anatomico di nascita».
    E ancora che, per evitare «discorsi d'odio», il giornalista deve attenersi ad alcune regole: evitare di usare espressioni che manifestino una visione «omonegativa». Ad esempio, a «famiglia omosessuale» deve preferire «famiglia omogenitoriale», al termine «famiglia», deve sostituire «famiglie»; non è opportuno inoltre parlare di «utero in affitto», ma va usata l'espressione «gestazione di sostegno» o «maternità surrogata».
    Come reagire alla contraffazione esplicita (e arrogante) che rovescia la verità chiamando «discorso dell'odio» l'affermazione di chi ritiene la complementarietà tra uomo e donna come espressione della natura umana? Si tratta in primo luogo di tornare a guardare la realtà, che può essere vista da chiunque la voglia vedere; si tratta poi anche di avere il coraggio di superare i luoghi comuni "politicamente corretti", e riconoscere, con il bambino della favola, che «il re è nudo».
    12 min
  • Attacco al treno** (2018) - Un inno al coraggio
    VIDEO: Ore 15:17 - Attacco al treno | Primo Trailer italiano del nuovo film di Clint Eastwood ➜ https://www.youtube.com/watch?v=qLWrB3I3DN4

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=293

    ATTACCO AL TRENO: UN INNO AL CORAGGIO, ALLA CHIAREZZA E ALLA FEDELTA' AL PROPRIO RUOLO di Don Stefano Bimbi
    Chi se lo fosse perso, a mio parere, dovrebbe assolutamente vedere "Ore 15.17 - Attacco al treno", l'interessante film del 2018 con la prestigiosa regia di Clint Eastwood. La pellicola racconta con vivo realismo i fatti del 21 agosto del 2015, quando tre ragazzi di Sacramento, capitale della California, sventarono un attacco terroristico fermando a mani nude un armatissimo miliziano dell'ISIS, pronto a fare una strage su un treno in viaggio da Amsterdam a Parigi. Clint Eastwood lo fa basandosi sulle loro memorie, affidate ad un libro, e scegliendo una strada molto poco frequentata, specie in questo genere, chiedendo ai veri protagonisti (Spencer Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos) di interpretare loro stessi. E la cosa straordinaria è che si potrebbe facilmente crederli tre attori professionisti.
    Il film ripercorre le vite dei tre coraggiosi giovani amici americani, di cui due militari, che erano in vacanza in Europa. Si inizia dai problemi di disciplina che avevano a scuola per poi osservarli alla ricerca del loro posto nel mondo. Li seguiamo poi nel loro desiderio di fare un viaggio in Europa fino ai drammatici eventi sul treno che segnerà per sempre la loro vita. Durante quell'esperienza straziante la loro amicizia non ha mai vacillato, trasformandosi nella loro arma più potente, che ha consentito loro di salvare le vite degli oltre cinquecento passeggeri presenti a bordo. I tre, insieme, riescono ad immobilizzare l'attentatore, il marocchino Ayoub El-Khazzani, il quale era armato con un fucile d'assalto ed intendeva sparare ai passeggeri. Grazie al loro gesto riceveranno la Legion d'onore, la più alta onorificenza francese, dalle mani del presidente francese che quell'anno era François Hollande.

    IL CORAGGIO, LA CHIAREZZA E LA FEDELTA' AL PROPRIO RUOLO
    Sicuramente questo film è un inno al coraggio, alla chiarezza e al mantenersi fedeli al proprio ruolo. Ovviamente non solo il film, ma proprio la storia reale dei protagonisti degli eventi. Analizziamo nel dettaglio questi tre aspetti chiave.
    Il primo è un inno al coraggio. Questo è fondamentale in chi in situazioni del genere decide di intervenire. È degno di nota non solo il coraggio dei ragazzi militari che sicuramente erano più addestrati della gente comune per far fronte alla situazione, ma anche quello del primo passeggero che si trova davanti l'attentatore armato: ebbene l'anonimo passeggero non scappa, ma gli si scaglia contro, facendo così guadagnare tempo prezioso ai militari che interverranno subito dopo. Grazie a quel primo passeggero potranno così rendersi conto della situazione e decidere come meglio agire. Se vuoi essere veramente uomo devi avere il coraggio di non cercare di prendere scorciatoie, ma fare la cosa giusta e farla immediatamente quando ti è richiesta!
    Secondo aspetto: un inno alla chiarezza. Ognuno nella pellicola viene percepito per quello che è. Il cattivo è l'attentatore e non ci si deve dialogare, non servirebbe. I buoni sono coloro che non scappano dalle loro responsabilità, altrimenti non sarebbero più buoni. Insomma per compiere il bene si deve fare solo una cosa: bloccare in ogni modo il cattivo per salvare centinaia di innocenti.
    Terzo aspetto: ognuno si mantiene fedele al proprio ruolo senza lamentarsi né fare ciò che è richiesto ad altri. Gli uomini combattono rischiando la vita. Le donne tentano di salvarsi scappando o aiutano chi è in difficoltà: la moglie resta accanto al marito ferito, la figlia al padre anziano. E chi combatte resta al proprio posto, eroicamente e senza lamentarsi: l'azione dei buoni non è comandata da chi fa la maggior parte del lavoro, ma dal militare con più esperienza. Questi ordina all'amico di andare per primo e lui ci va obbedendo senza fiatare. Ovviamente anche chi comanda poi si mette in gioco in prima persona, ma prima ha coordinato l'azione di tutti. E il terzo sventurato amico che di militare non ha niente, che fa? Sta solo a guardare? Ovviamente no! Lui solo contro l'attentatore non avrebbe potuto niente, ma non appena gli amici sono in difficoltà si lancia a picchiare di santa ragione il terrorista, in modo certo non professionale come gli altri, ma non per questo meno utilmente. È chiaro che se qualcuno non avesse fatto ciò che doveva, la storia dell'attentato avrebbe avuto un esito diverso e sicuramente drammatico: se gli indifesi non fossero scappati in un'altra carrozza, se il primo passeggero non fosse intervenuto, se i tre amici fossero stati fermi, se la moglie non fosse rimasta accanto al marito ferito, l'attentatore avrebbe eseguito, fino in fondo o almeno in parte, il piano terroristico.

    UN GRAZIE A CLINT EASTWOOD
    Sicuramente a qualcuno potrà sembrare che stoni un po' la vacanza in Europa e addirittura a Amsterdam dei tre futuri eroi, che non ha nulla di eroico, ma anzi sembra dipingere i tre ragazzi nella maniera più banale e a tratti scapestrata, comune a molti ragazzi di oggi! Speriamo che questo sia di lezione a quanti pensano di non valere nulla perché tanto se sei giovane devi solo pensare a divertirti senza assumerti responsabilità: l'eroicità parte sempre da uno come tanti, ma che nel momento in cui gli è richiesto dagli eventi della vita decide di abbandonare la mediocrità, per compiere fino in fondo ciò che è chiamato a compiere. Perché eroi si diventa, non si nasce.
    Forse chi gradisce forti riferimenti alla fede in questo film non se ne troverà moltissimi, ma come dimenticare quell’intoppo che accade appena prima che il militare salti addosso all’attentatore e che gli permette di non morire sul colpo? Alcuni lo chiameranno con sicurezza caso, ma come non scorgere invece la Divina Provvidenza, sempre in azione nella vita degli uomini, nonostante sia sempre travestita da evento casuale?
    Un grazie a Clint Eastwood che nell'anno in cui, unico attore di Hollywood, sosteneva la campagna elettorale di Donald Trump iniziava da regista le riprese di questo film coraggioso e soprattutto vero.
    8 min

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