Si sveglia e sbadiglia il gatto; poi l’amore di Samuele Sestieri e Federico Francioni, interpretato da Carlotta Velda Mei è un documentario multiforme e complesso, presentato alle Giornate degli Autori (Notti Veneziane) durante la Mostra del cinema di Venezia 2026.
Chiara come autoritratto generazionale
Il personaggio di Chiara, ambivalente e sfuggente, non nasce come pura invenzione narrativa: rispecchia direttamente la vita quotidiana dei suoi autori, fatta di frustrazioni e ambizioni condivise. Il film voleva raccontare quegli spazi che si cercano quando ci si sente oppressi da un mondo e da una città – Roma, in questo caso – che non li concede. Il cinema, in questo senso, non è il vero tema del film: è piuttosto una terra di frontiera, un punto di partenza.
Il racconto muove infatti da immagini stock artificiali, e la libertà che la protagonista rincorre non è tanto la ricerca di un nuovo cinema quanto quella di un momento autentico, da cui deriva anche il titolo dell’opera.
Per l’attrice che la interpreta, Chiara incarna la condizione di chi oscilla tra mille lavori e mille incontri, cercando un’autenticità soffocata dal mare di immagini che la circonda, e desidera essere finalmente vista e ascoltata: un aspetto a cui si è sentita profondamente vicina, costruendo il personaggio passo dopo passo insieme ai due registi fin dalle fasi di scrittura.
Un montaggio nato dal tempo, non contro il tempo
Il film è firmato al montaggio da entrambi i registi insieme a Fabio Bobbio, una collaborazione a tre che si riflette nella struttura stessa dell’opera. L’idea di montaggio è in realtà l’idea originaria del film: nasce dall’associazione di immagini stock, di un mondo fatto di frammenti patinati e ormai generati dall’intelligenza artificiale, dentro il quale il personaggio di Chiara compare quasi come un’interferenza umana. Le riprese si sono estese su 65 giorni lungo un anno intero, con la troupe che si riuniva e separava a intermittenza: un lusso produttivo raro, possibile proprio perché il progetto non doveva rispondere a nessuno.
Il montaggio è cresciuto insieme al film stesso, per sequenze costruite e provate durante le pause di lavorazione: un metodo che ha permesso, una volta assemblato il materiale, di scoprire una potenza del film superiore alle aspettative degli stessi autori, al punto da spingerli ad aggiungere ulteriori situazioni piuttosto che tagliarle. L’arrivo di Fabio Bobbio ha portato un lavoro di pulizia e asciugatura del materiale, senza però mai alterare la direzione narrativa già tracciata, segno, per i registi, che il film aveva tenuto.
Una sceneggiatura punk nata da un pomeriggio di incubi quotidiani
Il progetto nasce da un racconto informale: uno dei due registi, videomaker di professione, condivide con l’altra autrice i propri incubi quotidiani legati al confronto costante con immagini stock ormai generate dall’IA, con l’idea iniziale di farne un film di puro montaggio. È da qui che nasce l’esigenza di un contrappunto umano, una “scintilla” che si opponesse a quell’incubo di immagini: nasce così il personaggio di Chiara. La scrittura si è sviluppata a distanza, per rilanci reciproci, con un approccio definito “punk” e “anarchico”, fino a strutturarsi attorno al rapporto tra la protagonista e una voce fuori campo mai incarnata in un corpo, sorta di cantore del mondo di immagini a cui lei deve progressivamente opporsi, non tanto emancipandosene quanto affermando la propria esistenza e capacità di scelta.
Gli autori sottolineano come questo metodo non vada considerato anticonvenzionale in sé: è piuttosto il sistema circostante, con la sua cultura dei pitch e delle formule prestabilite, a essere eccessivamente convenzionale. Il film nasce invece da un’urgenza autentica, priva di ambizioni di somiglianza con altri prodotti, con una sceneggiatura di 100-120 pagine che, pur scritta in modo tradizionale, è stata rispettata quasi integralmente perché il film esisteva già, chiaro, nella testa dei suoi autori.
Dall’improvvisazione documentaria alla scrittura strutturata
Il progetto ha attraversato anche una fase iniziale diversa, pensata come un laboratorio in progress da costruire tramite l’improvvisazione sul set, con un approccio più vicino al documentario che alla fiction scritta. Una gravidanza reale vissuta dall’attrice protagonista ha imposto una pausa alla lavorazione, diventando però l’occasione per fermarsi e strutturare finalmente il materiale in una sceneggiatura scritta e organizzata. Da un’urgenza espressiva condivisa, insomma, il film è passato a una forma più solida senza perdere la propria natura anarchica e visionaria, fino a citare, tra i suoi riferimenti letterari più inattesi, un nome come Mark Twain.
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