"C'è sangue dappertutto." Sono le 13.50 del 13 agosto 2007 e Alberto Stasi sta parlando con i soccorsi. In questo episodio partiamo da lì, dalla sua primissima versione, che è anche il primo grande vicolo cieco dell'indagine.
Stasi racconta di essere entrato in casa, di aver cercato Chiara, di aver percorso il corridoio e di aver visto il corpo. Il pavimento di quella villetta è cosparso di sangue, impronte, schizzi. Eppure, quando gli investigatori sequestrano le sue scarpe, un paio di Lacoste numero 42, le trovano perfettamente pulite. Nessuna traccia sotto le suole, nemmeno sui tappetini dell'auto.
Ancora una volta l'elemento decisivo è qualcosa che non c'è. Per l'accusa quelle scarpe non sono le uniche: sulla scena ci sono impronte a pallini, compatibili con un altro paio mai ritrovato. Per la difesa il ragionamento si ribalta: se le scarpe sono pulite, allora l'assassino è un altro.
Su questo terreno si giocano i primi due processi. Dicembre 2009, primo grado. Dicembre 2011, appello. Due sentenze identiche: Alberto Stasi è assolto. Perché in assenza dell'arma, di un movente chiaro e di prove scientifiche inconfutabili, il giudice deve assolvere. È il ragionevole dubbio.
In quegli anni, per la famiglia di Chiara, Stasi non è un colpevole. Ascolterete le telefonate tra Alberto e la madre della vittima, e tra le due madri: due famiglie ancora vicine, che si sostengono a vicenda.
Poi, nel 2013, la Cassazione cambia tutto. Un singolo indizio è un dubbio, molti indizi diventano una prova: viene ordinato un nuovo processo d'appello. E arriva il colpo di scena dei pedali, sette anni dopo il delitto, in una storica fabbrica di biciclette di Monza. Pedali montati sulla bicicletta sbagliata, e sopra il DNA di Chiara Poggi.
Con la simulazione tridimensionale della camminata nella villetta, il quadro si chiude: il 17 dicembre 2014 arriva la condanna a sedici anni, confermata definitivamente l'anno successivo.
Ma fuori dall'aula l'opinione pubblica si divide, e non ha ancora smesso.
Nel prossimo episodio torniamo a Garlasco, il paese che non dorme.
Gli occhi di Chiara è una ricostruzione d'inchiesta basata su atti e fonti. Per tutti vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva e il rispetto per tutte le persone coinvolte.
Testo e voce di Angela Corica. Un progetto di Racconti di Cronaca, prodotto da IoMedia.
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Due note dalla trascrizione: la data della condanna d'appello bis è correttamente il 17 dicembre 2014, quindi la correzione che avevamo segnalato è stata recepita anche nel parlato. Segnalo invece un refuso nell'audio, "il sistema giustizia avesse mantenuto un timore inconscio": nel testo scritto era "timone", che ha più senso. Se è udibile, valuta se vale la pena correggerlo.