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Secondo episodio in collaborazione con gli amici di Basket Story, dove potrete ascoltare un racconto veramente unico e prezioso: questa è la storia di un campetto costruito all’interno di un monastero buddhista. Fudenji è un tempio della tradizione zen sōtō che sorge, nascosto dai boschi, a Bargone, sulle colline tra Fidenza e Salsomaggiore. Proprio lì, tra silenzio, riti e spiritualità è stato costruito un meraviglioso giardino dedicato a Kobe e Gianna Bryant, tragicamente scomparsi più di un anno fa in un incidente aereo.
Non è semplice spiegarvi che cosa sia realmente questo luogo, ma noi ci proveremo, e lo faremo in compagnia di Filippo Antonicelli, allenatore e vero appassionato di basket, e di sua mamma Rosella Myoren, monaca che vive proprio lì, a Fudenji. Insieme a loro vi racconteremo la genesi di un progetto bellissimo e molto significativo, perché se è vero che tutto il mondo ricorderà per sempre le gesta cestistiche di Kobe, il significato di questo giardino è molto più profondo, e vuole celebrare il suo lato più umano, perché Kobe è stato prima di tutto un uomo e un padre. Il motto del tempio è RECIPE, UTERE, TRADE che potrebbe essere tradotto così: ricevere con riconoscenza, utilizzare con cura e perizia, tramandare possibilmente migliorando ciò che ci è stato lasciato. E questo è esattamente quello che, secondo noi, Kobe ha cercato di fare con il basket nei confronti di sua figlia: lo ha ricevuto in dono da suo padre, lo ha amato alla follia e gli si è concesso senza risparmiarsi mai e, infine, ha cercato di tramandarne la passione e la dedizione a Gianna, che stava a sua volta proseguendo in questo circolo virtuoso, prima che il destino li strappasse alla vita.
Parleremo anche di sport, del suo ruolo sociale e dell’importanza che questo può avere nelle scelte di vita delle persone.
Da ultimo, vi ricordiamo che su Basket Story potete leggere un bellissimo approfondimento di Alessandra Rucco, non perdetevelo!
Buon ascolto a tutti!
“Io sono convinto che se uno vuole diventare giocatore e ha abbastanza talento fisico e tecnico, allora deve investire tutto sé stesso per provarci. Questo non vuol dire pensare 24 ore su 24 alla pallacanestro o allenarsi tutto il giorno: significa dedicare il giusto tempo al miglioramento individuale e poi ritagliarsi dello spazio per qualcos’altro, che può essere studiare o comunque scoprire e coltivare una propria passione”. Queste sono le parole dell’ospite della decima (nonché ultima della prima stagione) puntata di Gulliver: Davide Lamma, ex giocatore di Milano, Siena, Reggio Emilia, Reggio Calabria e soprattutto capitano storico della Fortitudo Bologna, vincitore di un bronzo agli Europei di Svezia del 2003 con la Nazionale Italiana e oggi imprenditore e skills coach individuale. Uno che ha smesso di giocare a 40 anni perché amava quello che faceva, che ha saputo trovare la propria strada sia in campo che fuori e che oggi nella propria vita ha davvero tante cose, ma sicuramente non rimpianti. Il suo segreto per la serenità? Allenarsi e migliorarsi costantemente in modo da farsi trovare pronti quando la fortuna ci dovesse offrire delle opportunità. O, come dice Kevin Costner nel suo film preferito, Field of Dreams: “If you build it, they will come”. Buon ascolto!
Una puntata in cui siamo riusciti a polemizzare su tutto, ma davvero tutto: dal sistema scolastico italiano, ai diritti (spesso non riconosciuti come tali) degli sportivi dilettanti che però nella realtà sono professionisti a tutti gli effetti, alla mancanza di interesse da parte delle aziende verso gli atleti come possibili risorse da assumere, salvo poi chiamare gli ex campioni a fare “formazione” ai propri dipendenti. Insomma, un viaggio di Gulliver senza troppi peli sulla lingua e senza censura (anzi, ammettiamo che qualche cosa abbiamo dovuto toglierla) in compagnia di Martina Fassina, “Friso” per gli amici, una ragazza che pur avendo giocato in serie A e in nazionale, ha sempre avuto le idee ben chiare: la scuola e la formazione sono aspetti fondamentali della vita degli atleti e oggi, che ha smesso di giocare, è molto serena nell’affermare che il suo tempo valga molto di più di un allenamento o una partita a livello amatoriale. Eppure, il basket e lo sport in generale, due sue grandi passioni, continuano ad essere parte integrante della sua vita, anche professionale. Alla fine dei conti, la chiave di tutto secondo Martina è la consapevolezza di sé e della propria condizione di atleti e lavoratori. Ma non vogliamo anticiparvi altro, buon ascolto!
C’è chi da piccolo dice di voler fare l’astronauta, chi l’archeologo, chi sogna di giocare in NBA o vincere le Olimpiadi… E poi c’è Federico Bolzonella, che da piccolo diceva di voler diventare un ingegnere meccanico e oggi di mestiere fa… l’ingegnere meccanico! Per lui il basket è stato, a sua detta, poco più che “un incidente di percorso”, un episodio casuale della sua vita, che però lo ha rapito da adolescente e gli ha fatto vivere tante esperienze ed emozioni importanti, a partire dall’aver giocato minuti veri in serie A1, poco più che maggiorenne, nella sua Varese. In questa puntata ci siamo fatti raccontare da Fede di come sia riuscito a conciliare le sue due grandi passioni, il basket e l’ingegneria, tra sudore, sacrifici, fatica e privazioni. Ci ha detto di come la scoperta che il basket potesse diventare effettivamente una professione sia stata davvero casuale, ma anche che gli anni del professionismo sono stati decisamente formativi e soprattutto emozionanti. Nonostante l’impegno del basket, però, Fede non hai mai voluto abbandonare il suo vero sogno, quello di diventare un ingegnere e oggi, dopo tanti anni passati sui campi, è riuscito a fare di quel sogno la sua professione. Proprio come immaginava da bambino.
Oggi Fede, Bolzo per gli amici, vive serenamente il suo post carriera, con un lavoro che gli dà tante soddisfazioni e gli permette di vivere una vita molto più normale di quella che faceva tra spogliatoi e trasferte, consentendogli di godersi appieno la sua splendida famiglia. Inoltre, è riuscito a traslare nel suo lavoro di tutti i giorni un po' di quella passione che aveva quando giocava a basket, e per lui questo è il vero segreto per una vita felice. Insomma, un ragazzo speciale per una storia un po’ diversa dalle altre: buon ascolto!
Un carriera da ex giocatore talentuoso e vincente, sia con la maglia della Virtus Bologna sia con quella della Nazionale Italiana. E durante i successi sportivi, anche una laurea in architettura per coltivare la propria creatività.
Massimo Antonelli, classe ’53, nella sua vita ha fatto tutto questo e molto di più… nel 2016, quando la sua passione per lo sport e la sua vocazione creativa si sono incontrate, ha dato vita a un meraviglioso progetto sportivo, che ha prima di tutto una finalità sociale: TAM TAM Basketball.
Come ci racconta in questo nostro episodio Max ha voluto restituire qualcosa al basket, ridando speranza ai tanti ragazzi di origine africana, migranti di seconda generazione, che vivono a Castel Volturno sul litorale casertano, in una zona molto problematica e spesso in situazioni di degrado estremo.
L’idea è quella di farli giocare e divertire, ma soprattutto di dare loro un modello di riferimento diverso dall’unico che rischierebbero di avere: la strada. L’obiettivo è renderli consapevoli e solidali, partendo dalle pari opportunità per promuovere inclusione e integrazione. Massimo ha dovuto e deve tuttora lottare contro la politica più retrograda e contro quelle leggi/regole che purtroppo anche nello sport continuano a discriminare. La sua e la nostra speranza è che presto tutto questo possa cambiare, che Massimo e i suoi soci possano portare avanti i suoi progetti e che questi ragazzi riescano a vincere la loro sfida più grande: quella con il proprio destino.
Nei prossimi mesi i suoi ragazzi avranno finalmente un palazzetto, che consentirà a tanti altri piccoli futuri atleti di avere una speranza e un’alternativa alla strada… proprio per questo hanno bisogno di sostegno, perciò se potete farlo dovete aiutarli. Dove? —> su https://tamtambasketball.org/
Una laurea al Boston College, una stagione in WNBA a Minnesota, tanti trofei a Schio e la Nazionale Italiana, prima da giocatrice e poi da allenatrice. Kathrin Ress ha fatto tutto questo e tanto altro… oggi è mamma di due bellissimi bambini, lavora nell’attività di famiglia, è stata commentatrice per Sky Sport, ha collaborato con il sindacato dei giocatori e appena si potrà tornerà in palestra ad allenare le sue ragazze. In questa chiacchierata però c’è molto di più, dai sogni di inizio carriera, alle conseguenze di determinate scelte fatte in gioventù, ai rapporti familiari. E una domanda in particolare, che probabilmente tanti atleti, a un certo punto della propria carriera, si sono fatti almeno una volta: vale davvero la pena di spendere sé stessi sacrificando gran parte della propria vita per lo sport, facendo molti sacrifici ma con poche tutele, se poi a fine carriera ci si ritrova con poche certezze sul proprio futuro e così spaesati nel mondo reale?
Sesto episodio di Gulliver in compagnia di Tommaso Fantoni, giocatore del Kleb Basket Ferrara. In questo caso potremmo davvero dire “35 anni e non sentirli”, perché Tommy si diverte ancora molto sul parquet e vive il basket con tantissima passione! Ci ha raccontato, però, di come stia iniziando a pensare al suo futuro… e di come stia cercando di aprirsi molte strade diverse, sia nel mondo dello sport sia completamente al di fuori: alcune possibilità gli sono per così dire capitate, altre gli sono state suggerite dalle persone attorno a lui. Lui ascolta, riflette e soprattutto “prende l’arte e la mette da parte”. Un consiglio che vi darebbe Tommy? Cogliete le occasioni quando vi si presentano! Ai ragazzi giovani però, con un po’ di sano cinismo, dice di provare a capire il prima possibile quale ruolo lo sport possa realmente avere nella loro vita: sognare è un diritto, ma rischiare di investire tempo e risorse senza poi riuscire ad avere il giusto riconoscimento economico rischierebbe di essere davvero pericoloso, soprattutto pensando al post carriera. Ecco, nella nostra chiacchierata con Tommy c’è questo e tanto altro, il tutto condito dalla sua contagiosa allegria tipicamente livornese. Buon ascolto!
Avete presente quando il talento tecnico per il basket incontra quello fisico? Ecco, con Francesca Gambarini le cose sono andate esattamente così: capacità tecniche cristalline e un fisico mostruoso, il tutto gestito da un'intelligenza sopraffina. Con queste caratteristiche, Francesca avrebbe potuto giocare da protagonista nella massima serie italiana per molti anni, ma il destino aveva un'idea molto diversa: a soli 26 anni e dopo 3 interventi alle ginocchia, Francesca ha deciso di smettere con la pallacanestro giocata.
Ma se state pensando a una storia triste, vi sbagliate di grosso: ben consigliata dalla sua famiglia, Francesca ha sempre portato avanti parallelamente alla carriera sportiva anche gli studi e quando si è trattato di decidere di appendere le scarpe al chiodo, l'ha fatto serenamente e con consapevolezza. Ha terminato il proprio percorso scolastico e oggi, che ha smesso con il basket, è un'osteopata.
Francesca ci ha raccontato dei primi anni da pendolare, della sua esperienza di studentessa - giocatrice professionista, della difficoltà di recuperare dopo i brutti infortuni subiti e della scelta di non andare (eccessivamente) lontano da casa per poter proseguire nel suo obiettivo: costruirsi qualcosa di futuribile per il suo post carriera.
Caso più unico che raro di figlia che ascolta i consigli dei propri genitori, Francesca ci ha anche svelato che lo spirito competitivo che una volta la contraddistingueva sul campo da basket, oggi lo riversa nella bicicletta e nella continua sfida con sé stessa per migliorarsi quotidianamente.
In questo episodio siamo volati in Svezia per fare quattro chiacchiere con Ilaria, che ci spiega come è maturata la sua scelta di lasciare l’Italia per giocare all’estero e trovare nuovi stimoli, con le difficoltà di ambientamento che ha dovuto affrontare, ma soprattutto i tanti aspetti positivi che ha potuto osservare in un paese così diverso dal nostro. La scelta, non del tutto programmata, di dover progressivamente ridimensionare il ruolo della pallacanestro nella sua vita, le ha lasciato un vuoto enorme dentro e l’ha obbligata a iniziare un percorso che potesse aiutarla nella transizione al post carriera. Tutto questo l’ha resa consapevole di quanto sarebbe stato traumatico smettere con il basket senza avere un piano B. Oggi Iaia, che vive a Stoccolma e ha lasciato definitivamente il parquet, ci dà anche qualche suggerimento per sfruttare lo sport e il network delle società sportive come strumento ulteriore per entrare nel mondo del lavoro.
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