L’idea che la società possa essere governata attraverso i numeri si è affermata con crescente forza negli ultimi anni. Comportamenti, preferenze e decisioni vengono trasformati in dati, con l’obiettivo di prevedere e orientare le scelte.
Questa impostazione viene presentata come un progresso della razionalità, ma si fonda su un presupposto fragile: i dati descrivono il passato, non spiegano il futuro. Le decisioni individuali nascono da valutazioni soggettive, da conoscenze disperse e mutevoli che nessun modello è in grado di catturare integralmente.
Quando indicatori, algoritmi e schemi diventano il riferimento delle politiche economiche, il rischio è quello di sostituire le scelte con modelli, trasformando la funzione descrittiva dei dati in funzione prescrittiva. Ne emerge una forma di potere meno visibile, che non impone apertamente ma orienta continuamente. Il punto non è rifiutare i dati, ma rifiutare la pretesa che possano sostituire l’azione umana. Se la società viene trattata come un sistema da ottimizzare, si perde ciò che la rende dinamica: la capacità degli individui di scegliere, adattarsi e coordinarsi senza un centro unico di comando.
A cura di Sandro Scoppa
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