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Ogni giorno deleghi all'AI email, analisi, decisioni. Ma chi sta davvero pensando a questo punto, tu o la macchina? La ricerca della Wharton School ha una risposta scomoda, dati alla mano.Questo è il primo episodio della serie "Come l'AI ci sta cambiando" — cinque dimensioni di una trasformazione già in corso: cognitiva, evolutiva, economica, relazionale, identitaria.In questo episodio scopri:— Perché l'AI non è la prima rivoluzione a ridimensionare l'eccezionalismo umano— e cosa ci insegna la storia delle sette rivoluzioni precedenti— Cos'è il Sistema 3 secondo Shaw & Nave (Wharton, 2024) e perché il modello di Kahneman non basta più— Cosa significa "cognitive surrender" — resa cognitiva — e come si misura— I dati: su 1.372 partecipanti, quando l'AI sbagliava i risultati erano peggiori di chi non la usava affatto— Chi cede di più e chi resiste — e perché non è una questione di intelligenza
Edgar Morin, filosofo recentemente scomparso ma di grandissima attualità, ci mette davanti a una domanda che oggi, nell’epoca dell’AI e dei sistemi interconnessi, diventa inevitabile: con quale tipo di pensiero stiamo cercando di governare un mondo che è diventato intrinsecamente complesso?In questo episodio dedicato ai libri, ti porto dentro “La sfida della complessità”, un testo scritto prima dell’esplosione del digitale e dell'AI, ma sorprendentemente attuale. Morin sostiene che il pensiero moderno, fondato su separazione, riduzione e controllo, ha prodotto progressi enormi, ma che oggi non basta più. I problemi reali non sono lineari, non sono isolabili e non hanno soluzioni definitive: sono fatti di relazioni, retroazioni, contraddizioni e incertezze. E il vero pericolo, per Morin, non è l’incertezza: è l’illusione del controllo totale.
Nassim Nicholas Taleb non scrive libri per farti sentire intelligente. Scrive libri per metterti a disagio, perché ti costringe a guardare a una verità semplice che preferiremmo evitare: spesso chi decide non paga le conseguenze delle proprie decisioni.In questo episodio, ti porto dentro "Skin in the Game", il libro in cui Taleb condensa una tesi scomoda ma strutturalmente potentissima: un sistema è giusto, robusto e sostenibile solo se chi prende decisioni è esposto al rischio di quelle decisioni. E, nell’epoca dell’AI, delle deleghe invisibili e delle organizzazioni complesse, questa domanda diventa decisiva: quando qualcosa va storto… chi mette davvero la pelle in gioco?
Otto Scharmer ci mostra che, nei momenti di blocco (in azienda e nella vita), il problema raramente è “decidere meglio”. Il problema è più profondo: continuiamo a vedere la realtà con gli stessi occhiali che hanno generato i problemi. E finché non cambia il punto di vista, anche l’innovazione resta cosmetica.In questa puntata ti spiego Theory U, il framework di Scharmer (MIT / Presencing Institute), per capire perché la trasformazione non parte da una checklist, ma dalla qualità della nostra attenzione: da dove agiamo, come ascoltiamo, cosa siamo disposti a lasciare andare prima di prototipare il nuovo.
Ci avevano promesso che l’AI ci avrebbe liberato dal lavoro. “Farà i compiti noiosi e tu lavorerai meno”. Ma guardiamo alle nostre agende: stiamo davvero lavorando meno… o stiamo solo correndo più veloce? Per molti, l’AI non ha creato tempo libero: ha creato horror vacui. Spazi vuoti che abbiamo riempito subito con altra produzione, trasformandoci in criceti su una ruota motorizzata.In questo ultimo episodio della serie “Futuro del Lavoro” affrontiamo il lato oscuro dell’innovazione: il burnout cognitivo.Perché un’azienda iper-tecnologica con persone esaurite non è innovativa: è un’azienda che sta accelerando verso un muro. La vera sfida non è “fare di più con l’AI”, ma progettare un’innovazione gentile, rigenerativa: usare la macchina per proteggere la mente umana, non per spremerla.
Oggi non basta “imparare” nuove cose. La vera skill del decennio è molto più scomoda: disimparare. Perché quello che ti ha reso competente fino a ieri può diventare, da un giorno all’altro, la tua gabbia. Come diceva Alvin Toffler: gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non sapranno imparare, disimparare e reimparare.In questo episodio della serie “Futuro del Lavoro” parliamo di plasticità mentale, della trappola dell’esperto e di come allenare la “mente del principiante” (Shoshin) per restare rilevanti in un mondo dove l’AI riscrive le regole ogni pochi mesi.
In un mondo dove l’AI può generare infinite idee, testi e immagini a costo quasi zero, la vera scarsità non è più la creatività. È la capacità di scegliere. L’abbondanza ci salva dalla pagina bianca, ma può anche paralizzarci: dieci milioni di opzioni non sono libertà, sono rumore.In questo episodio della serie “Futuro del Lavoro” parliamo della meta-competenza che farà la differenza tra chi subisce l’AI e chi la guida: il discernimento. O, con una parola più antica e potente: il gusto. Non inteso come estetica, ma come giudizio strategico, sensibilità al contesto, capacità di dare senso e di riconoscere la qualità quando tutto tende ad assomigliarsi.
Per anni ci siamo definiti con un’etichetta: “Sono un Architetto”, “Sono un Social Media Manager”, “Sono un Commerciale”. Un job title come identità, come percorso, come scatola. Ma oggi quella scatola si sta rompendo. Nel 2026 sempre più aziende stanno spostando lo sguardo dai ruoli alle competenze: stiamo entrando nell’era della Skill-Based Organization, l’organizzazione basata sulle skill.In questo video della serie “Futuro del Lavoro” vediamo perché i ruoli fissi stanno diventando troppo lenti per un mondo che cambia ogni pochi mesi, e come trasformare la tua carriera da “scala di ruoli” a portafoglio dinamico di competenze.
Karen Hao ci invita a guardare l’intelligenza artificiale da un’angolazione diversa: non come “tecnologia astratta”, ma come industria in formazione, fatta di potere, risorse, lavoro, infrastrutture e narrazioni. In "Empire of AI: Dreams and Nightmares in Sam Altman’s OpenAI" racconta l’ascesa di OpenAI da progetto no-profit idealista a protagonista dominante dell’ecosistema globale dell’AI, mettendo a fuoco le contraddizioni che questa trasformazione porta con sé.In questa nuova puntata esploriamo le tesi centrali del libro: perché Hao parla di “impero”, quali sono le analogie con le logiche estrattive del passato (dati, lavoro, energia, acqua), e come le narrazioni sull’intelligenza artificiale generale (AGI) e sul “progresso inevitabile” influenzino investimenti, governance e percezione pubblica.
In questo episodio torno a fare una cosa che mi mancava: parlare di libri. Di quelli che non ti danno risposte, ma ti cambiano le domande.Floridi è uno dei filosofi dell'informazione più lucidi che abbiamo in circolazione, e questo libro fa una cosa scomoda: dimostra che la maggior parte del dibattito pubblico sull'AI sta discutendo del problema sbagliato. Coscienza, volontà, intenzione... stiamo usando categorie umane per descrivere qualcosa che è, radicalmente, un'altra cosa. L'AI agisce, ma non decide. Produce effetti nel mondo, ma senza quell'elemento che noi continuiamo a cercare come fosse nascosto da qualche parte dentro la macchina.La domanda che Floridi pone, e che io non riesco a togliermi dalla testa da quando ho chiuso il libro, riguarda la responsabilità: se l'agente non decide, chi ne risponde?Oggi proviamo ad arrivarci insieme.
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