Conversazione con Paolo Guerrieri Paleotti. L'economia russa dopo quasi tre anni di di guerra in Ucraina. Grandi difficoltà, ma non un crolllo: l'economia ristagna, l'inflazione è in risalita, le risorse finanziarie si stanno assottigliando. Trump avrebbe potuto sfruttare questa condizione di vulnerabilità, ma ha ritirato la minaccia di sanzioni. Eppure se fossero state colpite le fonti di introiti derivanti dall'esportazione di petrolio e gas, la macchina da guerra si incepprebbe. Sfuma l'ipotesi di colpire con sanzioni secondarie Cina, India e Turchia, cui Mosca vende petrolio a prezzi stracciati. Così come la possibilità di sanzionare la flotta ombra che aggira le sanzioni e trasporta il petrolio russo: l'Unione europea e la Gran Bretagna lo hanno fatto, nei confronti di 360 navi. Per effetto delle sanzioni, le entrate derivanti da petrolio sono crollate e il prezzo del barile russo è sceso a 47 dollari. L'economia russa ha resistito nel 2023 e 2024 alle sanzioni, crescendo del 4 per cento l'anno. Spese militari record: il 6 per cento del Pil. Ma questa crescita drogata da un'economia di guerra non poteva durare a lungo: per quest'anno le previsioni di crescita oscillano tra l'1 e lo 0,9 per cento. L'inflazione è al 10-15 per cento. E cresce il prezzo di beni alimentari di prima necessità come le patate e il pane. Mantenere così alto il livello di spesa nel settore difesa e sicurezza comporterà riduzione della spesa sociale. Crescono le difficoltà di finanziamento e il Fondo Nazionale di ricchezza si è impoverito da 130 miliardi a 35. Se si usasse la leva delle sanzioni sul settore energetico per spingere Putin almeno ad una tregua, gli effetti sarebbero devastanti