Conversazione settimanale con il Professor Mario Baldassarri. Tassi e prezzi dell'energia, i nodi strutturali di Europa e Italia. Il Professor Mario Baldassarri, economista, presidente dell'Istituto Adriano Olivetti e del Centro Studi Economia Reale, commenta il rialzo dei tassi deciso dalla Banca centrale europea e la decisione attesa dalla Federal Reserve, e distingue la natura dell'inflazione sulle due sponde dell'Atlantico. Negli Stati Uniti la spinta dei prezzi dell'energia si somma a un eccesso di domanda interna che dura da anni, e in quel caso lo strumento monetario è efficace: per questo, Trump o non Trump, l'economista si attende un aumento dei tassi. In Europa quella stessa spinta si affianca invece a una carenza di domanda interna e a una crescita modesta, e l'inflazione è prevalentemente da costi. Il quarto di punto deciso a Francoforte viene letto come un segnale di vigilanza, ma la sua efficacia contro l'inflazione europea è molto più contenuta e passa per un freno alla crescita, che il professore descrive come asfittica per ragioni strutturali e non congiunturali: da anni il tasso di crescita europeo è la metà di quello americano, che a sua volta è la metà di quello cinese.
Il nodo, secondo l'economista, sta a monte. Il prezzo del gas, dell'elettricità e dei carburanti in Europa è agganciato al TTF di Amsterdam e al Brent di Londra, indici finanziari sui quali non si scambiano quantità di materia prima. Il costo marginale effettivo delle compagnie energetiche è un altro, ed è il prezzo registrato all'importazione al passaggio della frontiera: nel giorno dell'intervista il TTF supera gli 80 euro al megawattora mentre il gas importato viene pagato meno di 40. L'aggancio agli indici, ripete il presidente del Centro Studi Economia Reale, equivale a collegare il valore dell'euro a quello dei bitcoin, e trasferisce ogni oscillazione dei mercati finanziari dentro l'economia reale, con effetti che si propagano a tutti i prodotti attraverso i trasporti e i costi di produzione. Di qui la sua conclusione che quella dell'energia non è un'emergenza ma una questione strutturale, e che la decisione di agganciare i prezzi interni al prezzo all'importazione, rilevato quotidianamente dagli istituti di statistica, potrebbe essere presa in sede europea ma anche da ciascuno Stato per conto proprio. Sullo stesso ragionamento poggia il giudizio sul dibattito ricorrente intorno al taglio delle accise e alla tassazione dei profitti delle compagnie: quei profitti sono legittimi in base alle norme vigenti, e il problema non è tassarli dopo ma evitare che si formino.
Sul mix energetico italiano, il professore conferma lo sviluppo di eolico e fotovoltaico, arrivati a oltre il 40 per cento, ma indica il limite della discontinuità, perché senza sole e senza vento quegli impianti non producono. Serve una fonte continua che faccia da jolly: la Spagna ha scelto il nucleare, con una quota superiore al 20 per cento, mentre l'Italia oltre vent'anni fa ha scelto il gas. La proposta è riequilibrare il mix portando il nucleare tra il 20 e il 25 per cento, con un orizzonte di almeno dieci anni, e con l'osservazione che rinviare la partenza sposta in avanti il traguardo di altrettanto tempo; al Senato è attesa la legge delega del ministro Pichetto Fratin. Sul piano europeo l'economista segnala che i mercati dell'energia restano nazionali, con situazioni molto diverse tra Francia, Spagna e i Paesi che ancora ricorrono al carbone, e indica come temi di fondo l'interconnessione elettrica, oggi incompleta al punto che l'Italia non può ricevere elettricità dalla Spagna perché il transito passa dalla Francia, e la definizione del mix su scala continentale. Per affrontarli, osserva in chiusura, servirebbe un'Europa che al momento non c'è