Radio Radicale - Capire per conoscere

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  • Capire per conoscere - Il vertice Nato di Ankara e la difesa comune europea - Puntata del 6/07/2026
    Puntata numero 585 di "Capire per conoscere", con Mario Baldassarri, economista, presidente del Centro Studi Economia Reale e dell'Istituto Adriano Olivetti di Ancona, dedicata al vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio.
    Sollecitato in apertura dall'analisi di Ivo Daalder, ex ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato, secondo cui la crisi delle relazioni transatlantiche è strutturale e non legata a un solo presidente, l'economista si dice sostanzialmente d'accordo, ma giudica "surreali" i due temi al centro del vertice: la spesa per la difesa al 5 per cento del Pil e l'eventuale uscita degli Stati Uniti dalla Nato. Il processo che porta ad Ankara, osserva, è cominciato oltre vent'anni fa, con una globalizzazione rimasta senza governo, e oggi si rischiano due sedi per governare lo stesso fenomeno: il G2 del bipolarismo di Trump con la Cina e il G20.
    Il nodo, per il professore, non è la quantità di risorse ma la loro qualità: i 27 Stati europei spendono insieme circa 300 miliardi di euro per la difesa, il doppio della Russia, ma senza alcun coordinamento, mentre Mosca spende come Stato unico con una strategia industriale e militare. Serve dunque una difesa comune europea, fondata su un piano strategico, industriale e tecnologico, finanziata anche con debito comune: qui sta l'incoerenza americana, che chiede all'Europa di spendere di più con il retropensiero di far acquistare armi americane. Quanto alla copertura, la risposta non è tagliare welfare, sanità, scuola e pensioni, ma ristrutturare bilanci pubblici che in ogni Paese valgono circa metà del Pil e in cui "è tutto bloccato, tutto dovuto". Il modello esiste già ed è il Next Generation EU, con una differenza: le risorse - 300 miliardi l'anno per dieci anni - non andrebbero ai singoli Stati ma a un bilancio federale europeo, per la difesa e per gli altri beni pubblici che gli Stati nazionali non garantiscono più da vent'anni.
    La conversazione si chiude sul 250° anniversario dell'indipendenza americana: l'economista, che nel 1976 celebrò da studente negli Stati Uniti il bicentenario, ricorda un'America aperta e accogliente, molto diversa da quella di oggi - e proprio questa America, paradossalmente, potrebbe essere la sveglia per costruire il nocciolo duro di una federazione degli Stati europei.
    19 min
  • Capire per conoscere - L'effetto Hormuz su Europa e Italia - Puntata del 22/06/2026
    Il professor Mario Baldassarri, economista, presidente dell'Istituto Adriano Olivetti e del Centro Studi Economia Reale, analizza gli effetti del blocco dello Stretto di Hormuz sull'economia europea e italiana. Parte da un'asimmetria: per bloccare lo Stretto bastano ventiquattro ore, per sbloccarlo ne servono almeno cinque o sei mesi. L'effetto, anche in assenza di limitazioni rilevanti sulle quantità nell'immediato, è un aumento dei prezzi dell'energia che si traduce in più inflazione e minore crescita - un dato di cui tenere conto a prescindere dall'esito delle trattative in corso. L'Europa è più esposta perché più dipendente da petrolio e gas, con le eccezioni della Francia e della Spagna, ma il medesimo effetto si registra negli Stati Uniti, dove Trump dovrà tenerne conto in vista delle elezioni di medio termine di novembre.
    Di fronte a questo scenario, secondo l'economista l'Europa deve fare ciò che ha mancato di fare negli ultimi vent'anni: il mercato unico dell'energia, per calmierare i prezzi, e il mercato unico dei capitali, per evitare che il risparmio europeo - stimato in 350 miliardi di euro l'anno - continui a finanziare crescita e occupazione negli Stati Uniti. Su questi due perni l'Unione dovrebbe garantire i beni pubblici che i singoli Stati non sono più in grado di assicurare - difesa, energia, capitali, tecnologie - attraverso un rilancio degli investimenti sostenuto anche da debito comune. La strategia indicata è doppia: l'allargamento verso i Balcani e in prospettiva l'Ucraina, ma preceduto da un approfondimento, ossia un nucleo federale dotato di bilancio autonomo e debito comune. Il nodo, riconosce, è politico: serve una forza che oggi manca, e se neppure una crisi come quella di Hormuz la fa emergere, il rischio è l'irrilevanza europea sulla scena internazionale, paradossalmente a vantaggio della visione bipolare di Trump.
    Sulla politica monetaria, il professore ricorda che di fronte a uno shock dal lato dell'offerta la leva monetaria è impotente: l'inflazione da costi non si cura con i tassi, se non spingendo l'economia in recessione. Di qui la prudenza di BCE e Federal Reserve, le cui mosse non hanno modificato in modo sensibile il cambio euro-dollaro; resta però l'apprezzamento dell'euro intorno al 16-17 per cento rispetto all'inizio della presidenza Trump, che si somma ai dazi come ulteriore freno alla competitività. Per l'Italia il punto di partenza è lo stesso, ma il nodo strutturale è interno: i due "moloch" della spesa pubblica e delle entrate, che muovono rispettivamente il 52 e il 49 per cento del PIL e che da oltre vent'anni restano intatti, agendo da freno a mano sugli investimenti e sulla bassa crescita. Servirebbero politiche strutturali con un orizzonte di almeno cinque anni, difficili da conciliare con le scadenze elettorali. Sul fronte energetico, infine, conferma la scelta delle rinnovabili ma ne segnala il limite della discontinuità, e indica come urgente il ritorno dell'Italia al nucleare - pur con i sei o sette anni necessari - ricordando che il Paese non ha mai smesso di consumare energia nucleare, ma solo di produrla, acquistandola dall'estero a un costo superiore del 30-40 per cento
    19 min
  • Capire per conoscere. L'effetto Hormuz su Europa e Italia - Puntata del 22/06/2026
    Il professor Mario Baldassarri, economista, presidente dell'Istituto Adriano Olivetti e del Centro Studi Economia Reale, analizza gli effetti del blocco dello Stretto di Hormuz sull'economia europea e italiana. Parte da un'asimmetria: per bloccare lo Stretto bastano ventiquattro ore, per sbloccarlo ne servono almeno cinque o sei mesi. L'effetto, anche in assenza di limitazioni rilevanti sulle quantità nell'immediato, è un aumento dei prezzi dell'energia che si traduce in più inflazione e minore crescita - un dato di cui tenere conto a prescindere dall'esito delle trattative in corso. L'Europa è più esposta perché più dipendente da petrolio e gas, con le eccezioni della Francia e della Spagna, ma il medesimo effetto si registra negli Stati Uniti, dove Trump dovrà tenerne conto in vista delle elezioni di medio termine di novembre.
    Di fronte a questo scenario, secondo l'economista l'Europa deve fare ciò che ha mancato di fare negli ultimi vent'anni: il mercato unico dell'energia, per calmierare i prezzi, e il mercato unico dei capitali, per evitare che il risparmio europeo - stimato in 350 miliardi di euro l'anno - continui a finanziare crescita e occupazione negli Stati Uniti. Su questi due perni l'Unione dovrebbe garantire i beni pubblici che i singoli Stati non sono più in grado di assicurare - difesa, energia, capitali, tecnologie - attraverso un rilancio degli investimenti sostenuto anche da debito comune. La strategia indicata è doppia: l'allargamento verso i Balcani e in prospettiva l'Ucraina, ma preceduto da un approfondimento, ossia un nucleo federale dotato di bilancio autonomo e debito comune. Il nodo, riconosce, è politico: serve una forza che oggi manca, e se neppure una crisi come quella di Hormuz la fa emergere, il rischio è l'irrilevanza europea sulla scena internazionale, paradossalmente a vantaggio della visione bipolare di Trump.
    Sulla politica monetaria, il professore ricorda che di fronte a uno shock dal lato dell'offerta la leva monetaria è impotente: l'inflazione da costi non si cura con i tassi, se non spingendo l'economia in recessione. Di qui la prudenza di BCE e Federal Reserve, le cui mosse non hanno modificato in modo sensibile il cambio euro-dollaro; resta però l'apprezzamento dell'euro intorno al 16-17 per cento rispetto all'inizio della presidenza Trump, che si somma ai dazi come ulteriore freno alla competitività. Per l'Italia il punto di partenza è lo stesso, ma il nodo strutturale è interno: i due "moloch" della spesa pubblica e delle entrate, che muovono rispettivamente il 52 e il 49 per cento del PIL e che da oltre vent'anni restano intatti, agendo da freno a mano sugli investimenti e sulla bassa crescita. Servirebbero politiche strutturali con un orizzonte di almeno cinque anni, difficili da conciliare con le scadenze elettorali. Sul fronte energetico, infine, conferma la scelta delle rinnovabili ma ne segnala il limite della discontinuità, e indica come urgente il ritorno dell'Italia al nucleare - pur con i sei o sette anni necessari - ricordando che il Paese non ha mai smesso di consumare energia nucleare, ma solo di produrla, acquistandola dall'estero a un costo superiore del 30-40 per cento.
    19 min

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Podcast "Capire per conoscere", Lunedì 10:35. Radio Radicale

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