Presentato fuori concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026, Scherzetto racconta la sfida tra Daniele Mallarico (Toni Servillo), illustratore settantenne rimasto vedovo, e il nipotino di cinque anni Mario (Lorenzo Perrotta), lasciato a lui in custodia per qualche giorno nella casa di famiglia a Napoli. Tra quattro mura e un balcone, il film di Mario Martone, tratto da un romanzo di Domenico Starnone, mette il protagonista davanti ai propri fantasmi. Il regista, insieme agli interpreti Serena Rossi e Toni Servillo, racconta come sono riusciti a dare forma cinematografica alla stratificazione di generi del romanzo, il rapporto di entrambi con Napoli tra il restare e il partire, e il senso più ampio che il film affida al suo piccolo protagonista.
Un film che è tanti film insieme
Alla domanda su come siano riusciti a costruire, oltre alla storia di un nonno e un nipote, anche il gioco, i ricordi e le sfumature da horror e thriller del film, Toni Servillo rimanda scherzosamente la parola a Mario Martone, che parte dal romanzo di partenza: “È chiaro che tutto questo è nel romanzo, cioè il romanzo dà tutti questi stimoli. Il punto per noi era naturalmente come dare sostanza visiva e di recitazione a tutto questo”. Racconta un lavoro di scrittura e montaggio lungo e continuo: “È stato un lavoro complesso: c’è la sceneggiatura che abbiamo scritto con Ippolita di Majo, in cui il libro ha trovato la sua composizione cinematografica. Poi c’è stato un lavoro continuo fatto con Toni, scavando a mani nude nel romanzo di Starnone, inserendo delle voci off, tirando fuori pezzi, montandoli e rimontandoli”, racconta, finito all’ultimo momento utile: “Ho consegnato il film a Venezia venerdì scorso. Dalla mostra un altro po’ stavano mandando qualcuno a Roma per strapparmi il DCP dalle mani, perché è un film così complesso da mettere insieme che aveva bisogno di questa continua attenzione”. Riprendendo un’espressione usata da Starnone in conferenza stampa, Martone descrive la stratificazione di generi che attraversa il film: “È la stratificazione di cui parlava in conferenza stampa Starnone, che caratterizza un po’ tutti i suoi romanzi composti di generi diversi: comico, drammatico e qualche volta tragico. Questo informa anche il film, che ha la levità del titolo o di un momento musicale , uno scherzo, ma tratta argomenti molto seri, profondi e commoventi con leggerezza. È un film in cui si ride molto, ma ci si può anche commuovere”.
Napoli, tra il restare e il partire
Alla domanda su come vivano il rapporto tra lasciare e tornare a Napoli raccontato nel film, Serena Rossi parte dal suo personaggio: “Il personaggio che interpreto ha deciso di restare a Napoli nella casa in cui è nata e cresciuta e in cui è cresciuto anche suo papà, che però ha preso una strada diversa ed è andato a Milano. Lei è una professionista, una matematica che magari si sarebbe potuta permettere una casa in un quartiere più alto, invece ha scelto di restare proprio lì”. Anche lei, racconta, si è interrogata su quella scelta: “Anch’io mi sono chiesta perché l’abbia fatto: lì ci sono i ricordi e ci ha vissuto la sua mamma che non c’è più. È una donna razionale, frenetica, veloce, ansiosa e maniaca del controllo, ma dall’altra parte ha questa grande emotività e un legame che la tira indietro verso le radici”. Un pensiero che lega al proprio rapporto personale con la città: “Penso che andar via fisicamente non significhi necessariamente andar via emotivamente con il cuore; puoi restare ed essere lontano oppure andar via e restare molto vicino. Io sono andata via fisicamente, ma la mia essenza e quella che sono sono prepotentemente legate a Napoli, anche se ho avuto un periodo di crisi. Nel tempo mi sono fatta portabandiera, anche musicalmente, del genere classico e tradizionale per rivalutare tutto quello che c’era prima”. Martone aggiunge che il tema del ritorno è per lui ricorrente, legato anche a un suo film precedente: “È un tema ricorrente per me, legato a L’amore molesto e a Nostalgia. Ha certamente a che fare con Napoli perché, come diceva Eduardo De Filippo, ‘A Napoli fuite, ‘a Napoli scappate, ma poi nessuno come lui è rimasto chiaramente legato fino in fondo a Napoli. Questo dimostra un meccanismo doloroso, sentimentale e profondo, una radice che non si può staccare”. Per lui, il ritorno è prima di tutto una forma di conoscenza di sé: “Credo che il tema del ritorno sia un tema per conoscere se stessi. Siamo in tempi di Odissea e, più di Ulisse, il tema del ritorno è il tema della conoscenza: ci si conosce nel momento in cui si torna, non nel momento in cui si va o si esplora”.
Il mistero della vita, in un corpo di cinque anni
Alla riflessione secondo cui il protagonista, tornando a Napoli, capirebbe definitivamente chi poteva essere e chi è diventato, Toni Servillo allarga lo sguardo al senso più ampio del film: “Io penso che il protagonista, ritornando a Napoli, coltivi dentro di sé la convinzione sempre più forte che la vita sia un grande mistero, molto complicata, caotica e imprendibile. Tutto questo gli si materializza davanti a questo corpicino di un’irrequietezza straordinaria che ha tutta la vita davanti”. Un mistero che per lui coincide con l’incertezza sul futuro del nipote: “Il protagonista non sa cosa diventerà il bambino, quali siano i suoi geni o cromosomi, se gli avrà trasferito qualcosa, se diventerà un artista o crescerà a Napoli diventando un mariuolo, un delinquente o un ignorante: la vita è un mistero”.
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