Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, Ritorno a Buenos Aires racconta di Mariano Guerra che, dopo trentatré anni trascorsi in Italia, torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo durante la dittatura. Ospitato insieme ad altri sopravvissuti negli alloggi del Ministero della Giustizia in attesa della sua deposizione, Mariano è costretto a confrontarsi con ciò che significa essere rimasto vivo.
Il regista Marco Bechis, sopravvissuto lui stesso alla dittatura argentina, e l’attore protagonista Adriano Giannini raccontano il percorso che porta un sopravvissuto a diventare testimone, la scelta di non mostrare mai fino in fondo la violenza subita dal protagonista, e il lavoro fisico dietro la costruzione del personaggio.
Da sopravvissuto a testimone
Alla domanda sul perché abbia scelto di raccontare, in una storia di finzione, un’esperienza vicina alla propria, Bechis parte dalla propria condizione di sopravvissuto: “Sono sopravvissuto alla dittatura in Argentina. Questo fa di me un sopravvissuto che ha, come tutti i sopravvissuti, anche un senso di colpa per essere vivo mentre gli altri non ci sono più”. Descrive così il percorso del suo protagonista: “Il film racconta questo percorso che sembra così breve, ma che il personaggio di Mariano ci ha messo 30 anni a percorrere, che lo rende da sopravvissuto a testimone”.
Un percorso che lega direttamente all’urgenza contemporanea: “La coincidenza con l’attualità è assolutamente chiara: oggi, ai tempi nostri, c’è un enorme buco perché la quantità di sopravvissuti alle tragedie è enorme, ma nessuno riesce a essere testimone di fronte a un tribunale delle violenze subite, cosa che è legittimo immaginare, e non ci sono neanche i tribunali che possano condannare i colpevoli, che spesso sono dei capi di stato”.
Una riflessione che allarga a un più ampio senso di regressione: “È come se il mondo stesse implodendo in una specie di spirale, sia per l’ecatombe climatica, sia per questa specie di involuzione della difesa dei diritti individuali, per cui finiremo non so dove. È come se ci fosse una corrispondenza tra la crisi climatica e questa crisi sociale e di mancanza di diritti nei conflitti”.
La violenza suggerita, non mostrata
Del film lo spettatore fa un’esperienza molto fisica, poiché la violenza subita dal protagonista non viene mai mostrata fino in fondo. Bechis spiega la scelta a partire dal potere dell’immaginazione: “L’immaginazione è personale, è come l’impronta digitale. Ognuno immagina a modo suo. Se tu splatteri la violenza nel cinema, tutti vedono la stessa cosa mentre mangiano i popcorn. Ma se invece io te la suggerisco, tu la devi immaginare e quella ti rimane dentro per molto più tempo”. Una violenza, aggiunge, che è quella che abita il protagonista stesso: “Ed è quella che è dentro Mariano”.
Costruire il personaggio dal corpo
Alla domanda sul lavoro fisico fatto per portare in scena i segni di quell’esperienza, Adriano Giannini descrive un approccio istintivo, in linea con il metodo di lavoro del regista: “Mi piace molto partire dal corpo e non troppo dalla ragione nella costruzione dei personaggi. In questo caso a maggior ragione è stato questo lavoro perché Marco, nel suo metodo di lavoro, sfugge il troppo parlare, psicanalizzare, cercare di andare razionalmente a trovare delle cose dei personaggi, ma tende ad avere un approccio molto più istintivo e intuitivo”.
Racconta di aver trovato la chiave del personaggio osservando Bechis durante le visite ai luoghi di detenzione fatte prima delle riprese: “Ho capito che dovevo abbandonare qualsiasi forma di studio più razionale, ma cercare di incominciare a sentire quello che Marco sentiva, specialmente quando parlavamo e quando visitavamo dei posti di detenzione prima del film, ero attento a prenderli, a guardare attraverso i suoi occhi e i suoi ricordi per trovare la chiave del personaggio”. Un processo partito dal corpo, spiega, da cui è nato poi tutto il resto: “È stato il punto di ingresso del personaggio e poi dal corpo, dal fuori, dalla forma, dalle suggestioni che avevo, siamo andati a costruire poi altro”.
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