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Continuano, e si intensificano, le proteste in Israele contro il governo di Benjamin Netanyahu. Il weekend scorso ha visto in piazza decine di migliaia di persone che si sono accampate per quattro giorni fuori dalla Knesset per chiedere a gran voce una soluzione per il rilascio degli ostaggi ancora in mano ad Hamas ed elezioni anticipate, caldeggiate anche da Benny Gantz presso lo Knesset che le ha rifiutate. Il clima interno tutt’altro che sereno per l’esecutivo si aggrava per le proteste degli ultra-ortodossi che una legge appena approvata rende coscrivibili. Le operazioni di guerra sulla striscia di Gaza continuano e il bilancio dei morti sale a più di 33 mila. L’Idf cinge d’assedio la città di Rafah, ultimo rifugio per gli sfollati palestinesi, preparando un’operazione di terra che fino per ora, anche a causa delle pressioni delle cancellerie occidentali, resta una minaccia. Proprio mentre le forze di sicurezza israeliane si ritiravano dall’ospedale Al-Shifa lasciandosi alle spalle una lunga scia di sangue, un raid dell’aviazione uccideva sette cooperanti internazionali dell’organizzazione World Central Kitchen (WCK) causando sdegno a occidente (questa volta i morti sono bianchi) e il momentaneo stop delle operazione umanitarie delle ONG nella Striscia. Se da subito Netanyahu ha parlato con un certo sprezzo di “errori che possono capitare in guerra” c’è chi vede nell’attacco al convoglio di WCK, e negli altri “errori” che lo hanno preceduto, una strategia ben precisa dell’esercito israeliano per piegare ulteriormente il popolo palestinese e fiaccarne la resistenza, impedendo al contempo che gli aiuti sostengano anche la resistenza di Hamas.
Per farci raccontare timori e sensazioni dal paese dei cedri abbiamo contattato Camilla, cooperante italiana che si trova a Beirut.
Mentre alcuni generali ucraini lanciano dalle pagine del Politico un ennesimo allarme sul fatto che la Russia potrebbe sfondare la linea del foriate da un momento all’altro, la retorica di guerra continua a gonfiare i muscoli dei leader europei. Dopo le spericolate uscite di Macron è stato ancora il premier polacco Tusk a rimarcare che la Russia starebbe violando ripetutamente alcune linee rosse. Intanto son già 100.000 gli uomini della Nato stipati ai con fin i Russi e dov ebbero arrivare a 300.000. Putin non si è fatto sfuggire l’occasione di rispondere ai leader europei e in un discorso tenuto ai piloti nella base di Tver ha sostenuto quanto sui file pensare che la Russia voglia ingaggiar uno scontro diretto con la Nato, ricordando che sto gli Usa spendono in Difesa ben 811 miliardi, cioè undici volte quanto spesso dalla Russia.
Tra i fustigatori del pacifismo strabico o ,peggio, codardo, della gran parte dei cittadini europei che eviterebbero volentieri un olocausto nucleare, si è distinto il solito Rampini che dalle pagine del Corriere ha operato un tentativo maldestro di riscrittura della storia che tra la fine degli anni settanta e i primi ottanta, vide una grande ondata di proteste popolari contro i famosi Euromissili. Ovviamente Rampini la racconta come una grande vittoria del buon senso atlantico sulle immotivate paure del popolo mentre in realtà fu l’amaro realismo di alcun i leader europei, tra cui gli italiani Craxi e Cossiga e il tedesco Schmidt a guidare la scelta, come escamotage per costringere gli Usa ad assumersi la responsabilità pratica degli esiti potenzialmente devastanti per l’Europa delle tensioni tra Usa e Urss. Solo quattro anni dopo Reagan e Gorbachov infatti, in un trattato noto come INF, misero al bando quegli arsenali. Negli ultimi anni quel trattato è stato messe in discussione proprio dagli Stati Uniti, Trump in testa, per averte le mani libere nel Mar Cinese Meridionale.
All’indomani dell’attacco israeliano sull’Ambasciata iraniana di Damasco, un’improvvisa chiamata di Biden ha raggiunto il suo omologo cinese Xi Jinping. Ne abbiamo parlato con Dario, ricercatore di Scienze Politiche presso la Normale di Pisa.
Ascolta il podcast:
MATERIALI
Francesca Mannocchi – L’arma della fame, l’attacco al convoglio umanitario della Ong Wck è solo l’ultimo di una lunga serie
POLITICO ukraine-great-risk-front-line-collapse-war-russia
Discorso Putin lattacco-russo-e-una-gran-balla-da-il-fatto
RAMPINI nato-75-anni-storia-europa-russia-cf5d9e18-f1da-11ee-8ce8-d1851d0e956a.shtml
Il trattato INF gli-euromissili-e-il-trattato-inf
Le classi dirigenti europee sembrano percorrere – quanto consapevolmente non ci è dato sapere – la strada che ci porta dritti verso il baratro di una guerra sempre più esplicita e arroventata con la Russia. Incapaci di accettare il dato di fatto di una impossibile vittoria ucraina, come sottolineato dai maggiori analisti sistemici ed espressamente filo-occidentali, alzano la posta in gioco e stanziano nuovi generosi fondi per armare una nazione prostrata e semi-distrutta. Macron ha anche provato ad ipotizzare un ingaggio diretto boots on the ground, sconfessato, per ora, dagli altri alleati “democratici”; la palla viene però ripresa e rilanciata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nei termini consueti del rifinanziamento a scopi militari. Così l’Europa, unico attore politico-economico destinato ad accollarsi i corsi di una enorme ricostruzione (quando avverrà) del paese sconfitto, stanzia un nuovo pacchetto di aiuti finalizzati “alla riconquista di tutti i territori occupati”, con dotazione di caccia e missili a lunga gittata. Tanto per non farci mancare niente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo scorso weekend è volata a Kiev per sottoscrivere un accordo di “cooperazione e sicurezza” della durata di 10 anni e denso di conseguenze per quanto riguarda l’ingaggio italiano. Da parte sua Putin non le manda a dire e ricorda agli incauti europei che anche loro hanno “l’arma” e non esiteranno ad utilizzarla se necessario. L’orologio del Doomsday ticchetta un’altra manciata di secondi verso Mezzanotte.
Abbiamo commentato questi preoccupanti passaggi verso un rilancio della guerra con Antonio Mazzeo, anti-militarista ed ecologista, autore di La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia.
Abbiamo quindi raggiunto Sabato Angieri, inviata del Manifesto sul fronte ucraino, per avere aggiornamenti sul campo e commentare le crepe che incrinano la tenuta interna ucraina.
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Sul fronte mediorientale la carneficina israeliana contro la popolazione di Gaza continua senza sosta con una strage di civili affamati falcidiati dai fucili di Tsahal. Mentre alcuni storici sostenitori dell’opzione “Due popoli, due stati” continuano a proporla come unica soluzione possibile, pur spiegando l’impossibile sua realizzazione, altri commentatori denunciano trattative in atto tra israeliani ed egiziani per trasferire centinaia di migliaia di palestinesi nel Sinai in cambio di un sostanzioso pacchetto di aiuti di 10 miliardi di $ con la complicità attiva di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Ipotesi questa che se realizzata vedrebbe il concretizzarsi di una nuova Nakhba, voluta ed espressamente caldeggiata dall’esecutivo israeliano di Nathanyau e coloni.
Ascolta il podcast:
MATERIALI
Limes – ‘Due anni dopo. Stiamo perdendo la guerra d’Ucraina?’
Tommaso Di Francesco Entriamo in guerra? Mai dire mai
Sabato Angieri (Il Manifesto) – La moglie del soldato: «Non ce la fanno più, fateli tornare a casa»
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Martin Indyk (Foreign Affairs) – The Strange Resurrection of the Two-State Solution
Mike Whitney Egypt Sells Out Palestinians for $10 Billion Loan Package
La guerra su Gaza va avanti, mentre i morti sono arrivati quasi a 30.000. I bombardamenti seguono incessanti su Rafah e altri campi profughi, in attesa della ormai quasi certa operazione di terra sulla città.
Mentre la Knesset approvava la decisione del governo israeliano di non accettare alcuna risoluzione unilaterale per la creazione di uno Stato palestinese, nella Striscia di Gaza ieri sono finite ancora una volta nel mirino delle forze armate israeliane le organizzazioni internazionali umanitarie. Le cannonate dei tank hanno colpito per la seconda volta in due mesi un rifugio di Medici Senza Frontiere (Msf) nei pressi di Khan Younis, nel sud della Striscia.
In Cisgiordania proseguono le violenze dei coloni, ormai indistinguibili dall’esercito, essendo molti di loro riservisti, in barba agli appelli di Blinken e Biden e alle sanzioni imposte a quattro coloni con interessi negli Usa.
Per parlare della situazione in West Bank abbiamo raggiunto ai nostri microfoni un cooperante italiano ad Hebron.
Lunedì 19 febbraio era a Torino uno dei fondatori del BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) e leader carismatico della società civile palestinese Omar Bargouthi. Riportiamo nel podcast alcuni estratti del suo intervento.
Notizia di ieri è il terzo veto degli USA alla risoluzione per il cessate il fuoco immediato a Gaza. La Gran Bretagna si è astenuta. Si starebbe lavorando a una risoluzione che piaccia agli States, che subordini il cessate il fuoco alla liberazione degli ostaggi e condanni i fatti del 7 ottobre. Una condanna tanto cara a certi ambienti e ad una narrazione che vorrebbe i fatti legati a questa data come l’inizio di tutto, causati dalla follia di Hamas, come per altri versi è l’appellativo “unprovoked war” usato per definire la guerra di Putin contro l’ Ucraina martirizzata per interessi non suoi.
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L’Ucraina devastata da due anni di guerra batte in ritirata da quella che era considerata la vera roccaforte del fronte Donetsk, Avdiivka. Una ritirata su cui si è giocata in parte anche l’estromissione del generalissimo Zaluzhny. In Europa torna in auge una retorica aggressiva come testimoniano i recenti interventi di Stoltenberg, dell’ammiraglio Bauer (presidente del comitato militare NATO) e della stessa Van Der Leyen, retorica che si è fatta ancora più aggressiva dopo la morte di Navalny. Di questo e di altro abbiamo discusso con il prof. Francesco Dall’Aglio, esperto di Est Europa e autore del canale Telegram War Room.
Ascolta il podcast:
MATERIALI
La Palestina e il ruolo dell’Occidente – Incontro con Omar Barghouti (BDS) Torino 19/02/2024
La puntata si apre tentando ancora qualche ragionamento sulle proteste degli agricoltori, che se da un lato non escono dall’alveo delle rivendicazioni corporative, dall’altro, per loro natura, investono molte criticità su cui vale la pena ritornare. Se è indubbio che la crisi dell’agricoltura sia iniziata decenni fa – e ne è l’aspetto più evidente il fatto che sia un comparto fondamentale che esiste solo in virtù dei sussidi – è altrettanto vero che gli agricoltori non controllano più il prezzo dei loro prodotti e rappresentano la prima linea produttiva a fronteggiare i disastri del cambiamento climatico, pagando in prima persona la tossicità dei pesticidi. Eppure, il risultato più eclatante della protesta sembrerebbe al momento proprio il blocco della legge sui pesticidi, che salva in parte le rese agricole ma si traduce anche in uno smacco per la salute di consumatori e agricoltori. Viene quasi da pensar male sulle intenzioni della Von Der Leyen. Da tempo i prezzi delle materie prime agricole sono completamente slegate dai costi di produzione, perché il comparto è largamente finanziarizzato e lo strapotere delle multinazionali della grande distribuzione ha l’ultima parola anche quando si trova davanti dei consorzi di produttori, dunque i nodi aperti sono tanti e le proteste continuano.
Dal mondo delle piccole aziende agricole e dell’agricoltura contadina abbiamo sentito Fabrizio Garbarino, presidente dell’ARI, e Luca Abbà, movimento No Tav
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Intanto in Texas si sta profilando una crisi costituzionale che vede il più emblematico degli stati a stelle e strisce entrare in conflitto con governo centrale per la gestione dei flussi dei migranti al confine col Messico. Il governatore dello stato Greg Abbot ha esautorato la polizia federale schierando uomini ed erigendo una cortina di filo spinato per impedire l’afflusso in aumento di uomini e donne dal paese confinante. Per ora sono morte tre persone che tentavano di attraversare il fiume che funge da confine. A dar man forte al governatore texano c’è anche lo sfidante alla Casa Bianca Donald Trump che ha invitato i governatori degli stati repubblicani a correre in aiuto con propri uomini. A coronare il tutto qualche migliaio di aderente alle milizie popolari mobilitati dalle piattaforme trumpiane complottiste convinte di prendere parte a una battaglia da fine del mondo contro cinesi e iraniani “terroristi” che starebbero “invadendo” gli Stati Uniti. Biden, dal canto suo promotore di un inasprimento delle leggi sull’immigrazione, bloccata dai Repubblicani insieme al rifinanziamento dell’approvvigionamento militare ucraino, si trova in un impasse politica dove la posti gioco è nientemeno che la rielezione. Ne abbiamo parlato col nostro corrispondente dagli USA Felice Mometti.
Ascolta il podcast:
MATERIALI
Lundi Matin – DÉCRYPTER LE MOUVEMENT DES AGRICULTEURS – Entretien avec Morgan Ody, paysanne
Lucia Annunziata – Israele, l’ufficiale della task force: “Resteremo a Gaza per altri 50 anni, il nostro obiettivo è denazificare Hamas”
Aluf Benn (FOREIGN AFFAIRS) – Israel’s Self-Destruction: Netanyahu, the Palestinians, and the Price of Neglect
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