Ponte Milvio, ore 19. Primo bar, tutto pieno. Secondo idem. Il terzo ha un tavolo libero nel dehor. “Ma qui non posso farvi sedere in tre”, spiega la cameriera. Le regole prevedono che ci si sistemi a scacchiera, per rispettare il distanziamento interpersonale di un metro. Serve un tavolo da sei. E ce l’ha disponibile. Nella sala interna. I percorsi di ingresso e uscita sono differenziati. All’ingresso c’è il boccione con il liquido disinfettante. Il personale è bardato. La cassa ha un divisorio in plexiglass. L’80 per cento delle persone ha la mascherina. Che scosta per bere o per fumare. Tutto regolare, insomma. Poi ci sono gli scemi. Quelli che, li vedi: non hanno il dpi, si passano il bicchiere, si alitano in faccia, si salutano con baci e abbracci.
I fessi stanno dappertutto. A Roma, a Milano, a Padova, a Napoli, a Torino. Per colpa loro i titolari dei bar temono di dover chiudere di nuovo e il resto della cittadinanza rischia di ripiombare nel medioevo del lockdown.