Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Dom 23] Commento: Il buon seme e la zizzania.
    «Il regno dei cieli si può paragonare ad un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo». Ci stupisce e suscita in noi mille interrogativi quella strana mescolanza di bene e di male che, in rivoli diversi, scorre sotto i nostri occhi. Vediamo riversato nei nostri cuori la bontà di Dio, che ci muove al bene e alle migliori espressioni di amore, ma non sfugge al nostro sguardo il male che si nasconde nel nostro spirito, si annida nel nostro spirito, per poi emergere prepotente, fino a farci temere il soffocamento di ogni bontà. Non facciamo fatica a riconoscere la fonte primaria ed unica del bene che è in noi: l'ha seminato il buon Dio, infondendo in noi un alito di vita e un germe d'immortalità. Ci ha resi simili a lui, ornandoci di una grande dignità. Ha sparso nel campo del mondo, come creatore, il buon seme, dando la vita a tutto ciò che esiste. Ci colma di stupore e di meraviglia quando contempliamo le sue opere: «Come sono grandi le tue opere, Signore!», esclamava il salmista. Poi quello stesso splendore ci appare deturpato nella natura e nella nostra vita: San Paolo afferma: «Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto». Al gemito della natura che ci circonda si associa sin dal principio il dolore dell'uomo: «anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo». Ed ecco l'interrogativo che da sempre l'uomo rivolge al suo creatore e signore: «Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?». È chiara la risposta del Signore: «Un nemico ha fatto questo». Anche il male ha la sua fonte; è scaturito da una ribellione che ha tramutato in odio l'amore. Si è insinuato nella vita dell'uomo e ne ha deturpato la splendida immagine che Dio vi aveva impresso. Da qui scopriamo l'effetto della zizzania sparsa nel campo del mondo. La frenesia del bene ci fa desiderare e sperare un intervento immediato del Signore che ci consenta di estirpare dalle radici il male dal nostro mondo, ma dobbiamo, pur senza rassegnarci ad esso, dotarci di pazienza e comprendere, alla luce dello Spirito, che ogni esperienza umana è da redimere perché vissuta nella realtà del peccato e poi affidata alla divina misericordia. Per questo il sacrificio di Cristo è un memoriale che si ripete con tutta la sua efficacia in continuità nella vita del mondo e di ogni uomo. Solo alla fine potremmo finalmente costatare che tutto è stato restaurato in Cristo e la giustizia ha vissuto in pienezza il suo trionfo.
    3 min
  • [Sab 22] Commento: Rabbunì! Maestro!
    Su Maria Maddalena, iconografia, letteratura e quant'altro, si sono sbizzarriti nel delineare il personaggio, spesso confondendola con altre Marie dei vangeli. Oggi, la liturgia ce la presenta come Apostolorum Apostola, come colei, che per prima, ha portato agli stessi apostoli, il messaggio del Cristo Risorto. La incontriamo oggi nella scena del «giorno dopo il Sabato», tratteggiata nel vangelo di Giovanni. È un momento pieno di pàthos e di drammaticità, in cui pianto, dolore, ricerca, delusione, gioia si méscolano a formare un quadro quanto mai realistico. Nel corso del racconto, scopriamo il percorso non solo di fede, ma umano di ognuno di noi e scorgiamo, come nell'arco di poco tempo, vengano racchiuse tutte le espressioni interne ed esteriori dell'agire dell'uomo. Maria Maddalena così, da personaggio pio e che la devozione ha trasformato, rendendolo alquanto languido, può assurgere a donna forte, a modello dell'umanità. In lei e con lei ogni persona può esclamare: «Rabbunì, Maestro!», riconoscendo e accogliendo il Cristo come il Signore della vita e come Colui che ci fa partecipi della sua missione salvifica. Chiediamo a lei oggi: «Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?» E lei ci risponderà: «La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto».
    2 min
  • [Ven 21] Commento: L’uomo e il rito.
    In entrambe le letture di oggi ci troviamo in situazioni e/o argomenti che riguardano il culto. La celebrazione della Pasqua prevede una ritualità che ha richiami ancestrali e modalità legate alla pastorizia nòmade. L’autore sacro costruisce un rito basandosi sulla quotidianità. Il passo oggi proposto, considerato in tale ottica, dovrebbe farci riflettere sul nostro modo di accostarci alla liturgia. Se anche le celebrazioni più solenni non hanno un rapporto vivo con la realtà, diventano monumentali apparati teatrali. La liturgia nasce dalla fede vissuta e si traduce in lode a Dio. Così facendo si sarà capaci non solo di “assolvere il precetto” (che brutto termine, perché non ne proponete un altro? Siamo qui che aspettiamo suggerimenti!), ma di vivere “il mistero che celebriamo”. Il “precetto” quindi è liberazione, è gioia, ma è anche il portare la sofferenza che ognuno potrebbe vivere in un momento particolare e condividerla nell’unione della preghiera con gli altri. Il Vangelo ci ìndica la via per passare dal ritualismo sterile alla scoperta di Dio che ci ama e ci vuole liberi. Anzi, le cose, fossero anche le più sante (“Non avete letto quello che fece Davide...”), non devono mai soggiogare l’uomo. Avere il senso del sacro vuol dire rispetto dell’uomo e fattivamente questo si ha, come è in Gesù, combattendo per affrancarlo da tutte le situazioni che, invece di liberare, creano nuove angosce e nuove schiavitù.
    2 min
  • [Gio 20] Commento: “Io sono” mi ha mandato a voi.
    La nota pagina dell’Esodo è stata da sempre presentata come la manifestazione del nome di Dio, benché si sappia che la frase “Io sono colui che sono”, (’ehjeh ’ašer ’ehjeh) non vuole indicare qualcosa di determinato, bensì una realtà indeterminata che lascia aperte molte possibilità, anche a Dio che è alquanto "altro"... Ma nel brano Mosè riceve anche la missione, quella di condurre il popolo verso la terra promessa, colui che commissiona tale compito è invisibile ed ha un nome che “è tutto un programma”. Gli egiziani avrebbero materia sufficiente per sospettare delle parole di Mosè e diffidare ancora di più degli Israeliti. Ma è proprio quel nome che dà forza ed è quel riferimento alle radici (il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe) che consente di credere. Abramo, Isacco e Giacobbe non avevano forse stimato vere le promesse in situazioni angosciose, disperate e terribili? E allora, ora tocca anche a questo personaggio, Mosè, destinato a divenire celebre nella memoria collettiva d’Israele, credere ed agire. Nel Vangelo l’esortazione di Gesù è rivolta a quanti, come gli israeliti della prima lettura, vivono situazioni di fatica esistenziale, per chi si sente senza radici, per quanti non riescono a dare un senso alla propria vita. Tutti gli “affaticati e oppressi” hanno bisogno della pienezza della vita. Vogliono sentirsi dire “Venite”, per poi poter comunicare agli altri “Io sono, mi ha mandato”.
    2 min
  • [Mer 19] Vangelo: Es 3, 1-6. 9-12; Sal.102; Mt 11, 25-27.
    In quel tempo, Gesù disse:
    «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
    Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
    1 min
  • [Mer 19] Commento: I piedi nudi e l’animo semplice.
    I piedi nudi e l’animo semplice: due elementi che richiamano l’essenzialità del rapporto con Dio. Nella prima lettura Mosè è incuriosito dal roveto (seneh, in ebraico, evidentemente simile a Sinai) ardente, ma la manifestazione della divinità e dunque la “visibilità”, lo portano a coprirsi il volto. Il passo successivo richiesto, perché possa stare nel luogo della teofania, è il togliersi i sandali. Il “luogo santo” dice, ritorno allo stato naturale, ad una condizione primigenia che l’uomo ha perso e che ritrova solo nel contatto con la divinità. Gesù dice che il penetrare nel mistero di Dio, l’incontro del “roveto ardente”, avviene in un animo semplice. Spesso siamo portati a confondere il semplice con la semplicioneria, cioè con una sorta di stupidità che fa accettare tutto supinamente, che niente mette in discussione e che, conseguentemente, non può possedere il senso dello stupore che viene dalla ricerca di qualcosa di importante. E invece dimentichiamo come la categoria del semplice sia quella che più si avvicina a Dio, perché non è intaccata dalle sovrastrutture, le quali creano in noi degli schermi per cui è impedita la visione della realtà, quale essa è. Quanto più ci si avvicina a Dio tanto più le prospettive cambiano, la conoscenza delle persone e delle situazioni è meno mediata, e si inizia a penetrare (come in una nebbia) il grande mistero dell’uomo e dell’universo. È un cammino che porta verso la pacificazione del proprio essere, data dalla conoscenza di sé che è, in fin dei conti, conoscenza dell’Altro che abita in sé. Concludo con queste espressioni di Gregorio di Nissa che, mi pare, sintetizzano bene il pensiero: “Se dunque laverai le brutture che hanno coperto il tuo cuore, risplenderà in te la divina bellezza. Come il ferro liberato dalla ruggine splende al sole, così anche l’uomo interiore, quando avrà rimosso da sé la ruggine del male, ricupererà la somiglianza con la forma originale e primitiva e sarà buono. Quindi, chi vede se stesso, contempla ciò che desidera in se stesso”.
    3 min
  • [Mar 18] Commento: “Ride chi abita nei cieli!”
    Letture ostiche in questi giorni! Se l’azione di Dio richiede una risposta di fiducioso abbandono, questo è messo a dura prova dalla “stranezza” degli eventi. In Esodo, (nella prima lettura) la salvezza di Mosè avviene in circostanze singolari e quasi beffarde: sarà proprio la figlia del faraone, cioè colui che ha emesso il decreto di soppressione dei primogeniti degli Ebrei, a salvare un maschio di quel popolo e ad allevarlo come un egiziano. Colui che è stato salvato, salverà. Dio sa attuare il suo progetto al di là degli schemi umani. Se il racconto sembra astuto e ironico, non dimentichiamo che ci sono vari esempi di questo tipo nella Bibbia: Dio sa ridere dei disegni dei potenti e sa beffare la boria del malvagio. Come sa essere duro con chi, nonostante la manifestazione del suo amore, non si converte e cambia vita. Ho detto la manifestazione del suo amore e non dei miracoli, perché pochi tra noi si sono trovati di fronte a fatti miracolosi, ma tutti noi abbiamo fatto esperienza dell’amore di Dio, del suo sguardo consolatore, delle sue viscere di misericordia. E, se vogliamo crescere nello spirito, dovremmo chiederGli ogni giorno di essere esaltati di fronte alle bellezze che la nostra terra, pur in mezzo a tante contraddizioni, sa offrirci, per la compagnia dei fratelli e delle sorelle che abbiamo accanto, per lo stupore che dovrebbe accompagnare la nostra esistenza. È questo il vero atto di fede, e non il rincorrere fatti strepitosi che solleticano la nostra curiosità e rinvigoriscono la nostra “chiacchiera”, ma che poi spiritualmente ci mantengono in uno stato di “semianalfabetismo”. Torniamo al salmo e al titolo che ho voluto mettere per il commento di oggi... ridiamo un po' di più, sorridiamo al mondo e al prossimo nostro. E il mondo diventerà più bello e il prossimo magari verrà contagiato.
    3 min
  • [Mar 18] Vangelo: Es 2, 1-15; Sal.68; Mt 11, 20-24.
    In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite:
    «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
    E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».
    2 min
  • [Lun 17] Commento: Lo straniero.
    La settimana scorsa abbiamo già preso in considerazione il tema dell’altro. E oggi, le letture sembrano sottolinearne una particolare modalità: l’essere “straniero”. L’Esodo ci mostra la paura degli egiziani nei confronti del popolo d’Israele. Tale fobìa era del tutto ingiustificata, infatti gli ebrei non avevano certo raggiunto il grado di civiltà degli egiziani e non ne costituivano una minaccia né sul piano politico né su quello culturale. Ma gli egiziani vivono la presenza degli ebrei come un attentato alla forza del loro stato, come una minaccia per il loro territorio. È una storia conosciuta e, anzi, vissuta al presente da molti stati occidentali che sentono la presenza dello straniero come un attentato alla civiltà, al costume, al benessere, “gli stranieri tolgono lavoro quando diventano troppo numerosi”, è uno dei commenti più benevoli che spesso ci capita di sentire. Quanto è differente il Vangelo e quanto è dimenticato dai cristiani! Non solo siamo chiamati a farci “stranieri”, non possedendo più né gli affetti più cari né la vita stessa, ma dobbiamo accogliere l’altro, perché l’altro è Gesù stesso. In questo senso proviamo a fermarci sul commento di A. Louf come commento: “non ci sono mai doveri di carità, non ci sono doveri d’amore. Esiste semplicemente l’amore, l’amore che segue il suo corso, che trabocca, che in mille modi si studia di provare che ama, senza chiedere altro di poter amare. Non possono mai esservi prossimi che siano nostri, che ci appartengano, poveri che siano affidati alla nostra benevolenza e alla nostra generosità per poter provare, grazie a loro, come il dottore della legge del vangelo, fino a qual punto siamo giusti”. Siamo tutti a tutti, stranieri o vicini, prossimi a chi ha bisogno del nostro aiuto. E' una grazia, è un dono da chiedere al Signore. Preghiamo che ce lo conceda.
    3 min
  • [Lun 17] Vangelo: Es 1, 8-14. 22; Sal.123; Mt 10, 34 -11, 1.
    In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
    «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l'uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa.
    Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
    Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
    Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
    Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
    Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
    Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.
    2 min

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Liturgia della settimana, preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire di Bassano Romano (VT)

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