Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
Download on the App Store

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Ven 7] Commento: Dio è il Signore della storia.
    Leggendo la prima lettura, non sempre chiara, neanche ai biblisti più esperti, viene da esclamare: “Il Signore guida la storia!”. Il figlio avuto in vecchiaia è ora l’erede della promessa, e siccome non è bene far fare tutto a Dio, Abramo decide di darsi da fare per accasarlo. E poiché “mogli e buoi dei paesi tuoi”, il nostro patriarca, ormai troppo avanti negli anni per viaggiare, invia il servo più fidato nel suo paese d’origine. Il matrimonio tra Isacco e Rebecca ha luogo. Tale racconto, che è quasi sicuramente un’inserzione di materiale più tardivo, fa passare in secondo piano il tema della promessa, per spostare l’attenzione su una prospettiva più genuinamente teologica: "Dio guida gli eventi della storia". Naturalmente, non si possono sempre fare voli pindarici per collegare prima lettura e Vangelo: anche qui - e come potrebbe essere diversamente - è il Signore che guida gli eventi, ma questa volta non è presente la stirpe "nobile" di Abramo, ma la meno “pregiata” schiatta dei pubblicani e dei peccatori, che nel Vangelo divengono coloro verso cui si indirizzano le cure di Dio. Beh! Proviamo a metterci nei panni del pio israelita per il quale doveva risultare oltremodo difficile pensare di avere rapporti con quanti potevano léderne la santità o la purità, figuriamoci poi compiere l’azione più sacra quale quella di condividere la medesima mensa! Era davvero troppo, ma Gesù insegna che le differenze tra le persone sono arbitrarie e che a lui si possono avvicinare tutti indistintamente: il messia viene per tutti e non solo per i “giusti” o per coloro che si ritengono tali.
    2 min
  • [Gio 6] Commento: Vista la loro fede...
    «Và, la tua fede ti ha salvato». Cosi Gesù spesso conclude i suoi miracoli: mette in risalto, come la fede di chi lo implora e la sua divina ed infinità bontà, sono la causa del miracolo. Nell'episodio di oggi abbiamo una eccezione: è fede degli anonimi portatori del paralitico, adagiato immobile sul suo lettuccio, ad ottenere il miracolo. È lo stesso Signore a dichiararlo: Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati». È un bell'insegnamento per noi: Gesù si è caricato dei nostri peccati, anche noi possiamo farci carico del male o dei mali altrui, per implorare, nella più squisita carità, l'intervento del Signore a favore del nostro prossimo. La nostra fede e la nostra carità supplisce la mancanza nei fratelli ed ottiene loro la guarigione dell'anima e del corpo. È poi interessante notare come Gesù rimette prima i peccati e poi opera l'altro miracolo nel corpo del paralitico, privilegiando la salvezza alla guarigione. Chi però non vive nell'amore di Dio non comprende neanche i suoi migliori interventi misericordiosi: «Alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». Si arriva a confondere l'amore che perdona con la bestemmia! La folla invece presa da timore, rende gloria a Dio, anche se non arriva a comprendere che Gesù è il Figlio di Dio; ritiene infatti che il potere di rimettere i peccati sia stato dato agli uomini. Ciò avverrà solo in appresso per mandato di Cristo agli apostoli e ai loro successori.
    2 min
  • [Mer 5] Commento: I figli, la schiava, i porci...
    Le letture della liturgia di oggi presentano una tale complessità di personaggi, di elementi e di situazioni che il districarvisi appare difficoltoso. E poi, cosa potranno voler dire tanto la prima lettura quanto il Vangelo, che si relazionano ad un background così differente dal nostro? Eppure, proprio in questa Parola di Dio, difficile ed affascinante, si nasconde un messaggio di salvezza che ci parla di un Dio che si serve di esseri umani delle volte meschini e limitati, di circostanze strane e incomprensibili, di animali, sì anche di questi, sporchi e disprezzati, ora per attuare il suo disegno di amore, ora per dare un segno della sua potenza. Ma, amore e potenza, in Dio, sono due elementi che coincidono: per Agar signìficano aver salva la vita e, in un certo senso, il rimanere fedele di Dio alla promessa, nell’episodio evangelico, esprimono la signorìa di Dio non solo sul creato, ma altresì sulle forze del male che tentano di opprimere il mondo. In ambedue gli episodi, l’intervento di Dio si pone come un atto di liberazione dell’uomo nella sua interezza: Agar e Ismaele hanno salva la vita, mentre gli indemoniati ritornano ad una esistenza degna di questo nome. L’autore sacro quindi si è servito dei figli (Ismaele e Isacco), della schiava (Agar) e dei porci, per indicarci che il cammino verso Dio si attua in una dinamica misteriosa, che non vuol dire incomprensibile, ma simbolica!
    2 min
  • [Mar 4] Commento: La poca fede e la paura.
    È sorprendente leggere nel vangelo di oggi che Gesù dorme mentre si sta scatenando una violenta tempesta che scaglia onde minacciose sulla barca dei suoi discepoli. È ancora più sorprendente costatare nella storia e nella vita che lo stesso Signore appaia talvolta disinteressato e assente mentre vicende minacciose si abbattono sul mondo, sulla sua Chiesa e sulle singole persone. Quel sonno e quel distacco ha scandalizzato e scandalizza molti, ha generato e genera spesso crisi di fede, ha indotto molti a parlare del silenzio di Dio, dell'assenza di Dio dal nostro mondo. Qualcuno è giunto a parlare della «morte di Dio» e, sulla stessa scìa ha fortemente dubitato del suo amore per noi. Forse ci siamo dimenticati della causa della primordiale paura già percepita in modo intenso dai nostri progenitori, quando si sono ritrovati fuori del paradiso terrestre: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». È stato prima l'uomo a nascondersi a Dio, egli si è accecato nella presunzione di diventare come lui. Il rapporto uomo - Dio era basato sull'amore, dopo il peccato lo vediamo contrassegnato dalla paura e dalla nudità; il recupero avviene ora mediante la fede, che ci consente di vedere solo attraverso un velo. Quando manca la fede le burrasche assumono dimensioni distruttive. È quasi sempre l'uomo a scatenarle, ma non è capace di riconoscere le proprie responsabilità, apportare i necessari rimedi, anzi le attribuisce a Dio e osa incolparlo; emana condanne contro quel Dio che egli volutamente ignora. Non è quindi il silenzio o il disinteresse o ancor meno l'assenza o la morte di Dio la causa delle nostre disfatte, ma l'oscuramento dell'anima, il buio della fede che genera tempeste, violenze, sopraffazioni ed è ancora la stessa mancanza a scatenare la paura in coloro che le subiscono. È di qualche giorno fa l'ammonimento del Signore che ci ricordava di non aver paura di coloro che possono uccidere il corpo, ma piuttosto di coloro che possono distruggerci dentro creando l'inferno nella nostra vita. Ai nostri giorni malessere profondo e decantato progresso convivono assurdamente insieme e sono pochi coloro che con intelligenza e sapienza ne sanno scrutare difetti e valori. Il salmista così ci ammonisce: «Non vantàtevi». E agli empi: «Non alzate la testa!». Non alzate la testa contro il cielo, non dite insulti a Dio». Lo stesso Signore, dopo la sua passione e risurrezione così ci rassicura: «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».
    3 min
  • [Lun 3] Commento: L'incredulità di Tommaso.
    Lo ricordiamo tutti come l'Apostolo incredulo, come colui che volle mettere la mano al posto della ferita della lancia e il dito al posto dei chiodi. Egli volle così attingere la fede piena alla fonte stessa dell'amore. È importante credere alla altrui testimonianza, ma non possiamo assolutamente condannare chi vuole comprendere il prezzo dell'amore e toccare i segni della grazia. Molto probabilmente Tommaso, più degli altri era rimasto salutarmene scosso dalle parole che il suo Gesù aveva pronunciato non molti giorni prima, nella sera dell'ultima cena: "questo è il mio corpo, questo è il mio sangue sparso per voi". Ora Tommaso vuole comprendere fino in fondo, per quanto è possibile alla fragilità umana, il significato pieno di quel dono. Volendo toccare il corpo di Cristo con i segni della sua passione, egli vuole stabilire una intensa ed indefettibile comunione con Cristo. Egli vuole riconoscere quel corpo, che non aveva visto inchiodato alla croce, ma che desidera legare e fondere con il suo, per essergli poi fedele fino alla morte. I segni dei chiodi e le ferite del costato che egli tocca gli consentono di salire con il suo maestro fino al Calvario, fino alla croce per poi godere nel vederlo vivo e risorto, lì presente dinanzi a lui, ancora pronto a fugare ogni dubbio. L'intensità dell'amore talvolta supplisce alla debolezza della fede. Vediamo infatti nella storia di Tommaso l'esplosione simultanea della fede e dell'amore quando dichiara che Cristo è il suo Signore e il suo Dio: «Mio Signore e mio Dio!». E', tutto considerato, un bel percorso quello che Tommaso compie; egli volge lo sguardo e poi tocca Colui che hanno trafitto. Ci porge un invito che tutti possiamo raccogliere: guardare il crocifisso per immergerci in Cristo, per imprimere nel nostro cuore i germi fecondi della gratitudine della fede e dell'amore.
    3 min
  • [Dom 2] Commento: Trovare o perdere la vita.
    È arduo quanto il Signore Gesù ci propone in questa domenica. Coincide tra l’altro con un periodo in cui nel nostro mondo già si pensa alle ferie, al relax, ai viaggi e ai divertimenti. Coincide ancor più con una diffusa mentalità edonista, che spinge fortemente alla ricerca spasmodica del benessere e del piacere ad ogni costo. Non da ultimo le parole che oggi ascoltiamo da Cristo potrebbero apparire anche violente e contraddittorie con altri princìpi che egli stesso ci ha dettato in altre circostanze. “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me”. La sequela del Signore esige che i migliori e sacrosanti affetti familiari vengano posposti all’amore che dobbiamo a lui. L’onore e il rispetto per i genitori e dei genitori verso i figli è un comandamento di Dio, ma questo non può e non deve prevalere sull’onore e sull’amore che dobbiamo a Cristo. E’ lui la fonte, sarà lui a darci la suprema testimonianza dell’amore, a lui deve tendere, come fine ultimo, tutta la nostra vita. È in virtù della sua testimonianza e del suo primato che egli insiste ancora nel dettarci le regole fondamentali per appartenergli a pieno titolo: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”. Prendere la croce significa concretamente inchiodare le nostre umane convinzioni a quel legno per far rinascere in noi l’immagine dell’uomo nuovo creato nella santità e nella giustizia. È difficile per noi convincerci che la croce ci fa rinascere a vita nuova, è difficile credere che bisogna avere il coraggio della sofferenza e della morte per sentirci davvero vivi. È innegabile che ancora ai nostri giorni, la croce continua a esercitare tutto il suo fascino e tutto il suo “scandalo”. L’esatta valutazione dei valori non può dipendere dalla nostra umane e fioca ragione, occorre il dono e l’alimento della fede; soltanto con la luce di Dio potremmo arrivare a comprendere cosa significhi trovare o perdere la vita. Lì avviene più frequentemente lo scontro tra l’umano e il divino, tra i disegni e le mire degli uomini e gli arcani progetti divini. La follia della croce sa coinvolgere i folli d’amore, ma rischia di far impazzire i calcolatori del mondo, coloro che vorrebbero che Dio adeguasse la sua logica alla nostra. È perfino strano poi che gli uni e gli altri non sappiano resistere al fàscino della santità, alle testimonianze degli eroi del cristianesimo. Anche ai nostri giorni costatiamo con legittimo orgoglio, che alcune figure di Santi hanno varcato trionfalmente i confini della Chiesa per imporsi all’ammirazione del mondo. Sono proprio loro che sull’esempio di Cristo, stanno gridando agli uomini del terzo millennio che per guadagnare la vita agli occhi di Dio bisogna avere il coraggio di spenderla per gli altri. Il Signore ci aiuti in questo.
    4 min
  • [Sab 1] Commento: Signore non sono degno... ma se vuoi...
    La fede del centurione, che non è ebreo, sorprende Gesù, che nel suo popolo non trova una "fede così grande". Infatti i lontani entreranno nel regno di Dio, i vicini ne saranno esclusi a motivo della loro incredulità, presunzione, infedeltà. Potremmo essere anche noi gli esclusi se, ricevuto l'annunzio del Vangelo, l'abbiamo rifiutato poi nella vita concreta. Quanto a Gesù che guarisce il servo del centurione e altri infermi, appare come il Servo di Dio, che si addossa le infermità dell'uomo e le guarisce. In profilo vediamo la passione del Signore, il suo servizio che redime l'uomo, dai mali terreni ma soprattutto dal peccato. Ogni volta che partecipiamo alla messa, prima della comunione, ripetiamo le stesse parole del centurione. "Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di' soltanto una parola ed io sarò salvato. Infatti mai saremo degni della dignità divina. Ma è la sua parola, anzi il Verbo, la Parola - Gesù che ci ha reso degni, nonostante la nostra indegnità di poter ospitare Dio nel nostro cuore.
    2 min
  • [Ven 30] Commento: Lo toccò dicendo...
    Tutte le malattie, sia fisiche che spirituali, umiliano l’uomo, ne limitano le potenzialità e lo pongono in una situazione di bisogno urgente di un adeguato ed efficace soccorso. Alcune di esse creano ulteriore imbarazzo perché deturpano evidentemente l’immagine dell’uomo, ne sfigurano le sembianze, rendendolo sgradevole alla vista degli altri. Diventa più drammatica la situazione quando alla malattia viene annessa una idea di impurità e vi scorge il pericolo del contagio. Per questo i lebbrosi venivano emarginati dalla società e rilegati in luoghi solitari e inospitali. Oggi vediamo uno di loro uscire audacemente allo scoperto perché egli vuole incontrare Gesù. Ha una fervente preghiera da rivolgergli: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi». "Se vuoi, tu puoi": ecco come egli fa emergere la sua splendida fede adorna di grande umiltà. Si affida a Cristo e si rimette alla sua volontà. Lo steso Gesù nella sua agonia dirà: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». Anche Gesù stava dicendo a Dio “se vuoi!”. Anche quando egli è diventato maestro di preghiera ci ha insegnato a dire: “Sia fatta la tua volontà”. Sappiamo però, forse anche per personale esperienza, che fede e umiltà smuovono sempre il cuore di Cristo verso chi così impetra il suo intervento. Egli infatti “lo toccò dicendo: “Lo voglio, sii guarito. E subito la lebbra scomparve”. È bello e consolante vedere Gesù che tocca, senza schifarsi, le nostre più umilianti miserie: egli vuole stabilire una comunione piena con la nostra umanità, sembra voglia prendere contatto diretto con le nostre piaghe nella consapevolezza che dovrà poi assumerle tutte su di sé per sanarci definitivamente. Prima di dirci “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” vuole scrutare e stabilire già una comunione con il nostro corpo, malato e sofferente, come sarà il suo nella crudelissima passione. Il toccare e il parlare formeranno i tratti essenziali delle nostre eucaristie; siamo chiamati a ripetere i suoi gesti e le sue parole con lo stesso intento di guarire e di salvare. Il Signore ribadisce che non ci è lecito escludere la mediazione umana e sacerdotale per conseguire le nostre interiori purificazioni: il lebbroso è già guarito, ma Gesù gli ordina: “Và a mostrarti al sacerdote”. Un monito preciso ed inequivocabile per tutti coloro che pretendono di "fare da sé", senza la sua Chiesa di cui Lui è il capo.
    3 min
  • [Gio 29] Commento: Le colonne della Chiesa.
    La liturgia di questa festa ci sollecita a riflettere sulla fedeltà e sulla testimonianza delle due colonne portanti della Chiesa. Ci mostra Pietro con le chiavi del regno, primo e principe degli apostoli. Ascoltiamo la sua confessione che ormai ci appartiene come seguaci della stessa fede. Percepiamo con gioia l'origine della nostra appartenenza a Cristo, la fonte da cui abbiamo sorbito lo stesso credo, l'impegno che ci pone a nostra volta come testimoni. È anche il giorno della gratitudine a Dio, a Cristo Gesù e ai suoi apostoli, i fattori della Chiesa, nostra madre. Ci viene da ripercorrere la storia della Chiesa fino ai nostri giorni per rivivere un percorso dove le umane fragilità sono state come spente dalla forza dello Spirito. Siamo certi di poggiare ancora sulla roccia che è Cristo stesso e sulla Pietra che è il romano pontefice. Le porte degli inferi, anche quando hanno infierito con violenza contro di noi, non hanno prevalso. La promessa di Cristo si è realizzata in pienezza. La storia di Pietro, prima debole, spavaldo e pauroso, poi intrepido assertore della verità e martire come Cristo per testimoniare la propria fedeltà, è diventato sostanzialmente la storia della nostra Chiesa e di tanti cristiani. È stato determinate in questo faticoso percorso l'apporto di Paolo, il convertito sulla via di Damasco, l'Apostolo delle genti. Egli per primo ha valicato i confini del mondo ebraico per rivolgere il messaggio della salvezza ai pagani, a tutti noi che da quel mondo proveniamo. La seconda lettura d'oggi risuona come un gioioso testamento che Paolo confida al suo amico e collaboratore Timoteo: "io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
    Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione". Vedere sparso in offerta il proprio sangue è la suprema aspirazione dell'Apostolo, dopo le dure fatiche del suo intensissimo apostolato. Egli brama il martirio per essere totalmente assimilato a Cristo e dare così la suprema testimonianza di fedeltà e d'amore. Ambedue in modo diverso tracciano il cammino della Chiesa e di ciascuno di noi: anche noi deboli come Pietro, prima della Pentecoste, ma anche noi irrorati dallo stesso Spirito. Noi pure forse lontani coma Paolo, ma poi folgorati dalla grazia. Chi sa se anche noi siamo disposti e realmente pronti a dare la vita per Cristo?
    3 min
  • [Mer 28] Commento: "Dai loro frutti li riconoscerete".
    Gesù ci dice: "Guardatevi dai falsi profeti". E' evidente che il discorso si riferiva ai veri profeti, a quelli che erano i suoi discepoli e che, mandati da lui, sarebbero andati per il mondo a portare la verità di Dio. Il discorso di Gesù, dunque, è un discorso non soltanto morale, ma profondamente naturale. E' nel cuore dell'uomo affermare un'idea, fosse anche la più insignificante di tutte, proclamare, annunziare. Perciò l'uomo è potenzialmente un profeta. Il problema è appunto questo: se egli, accettando Dio e il suo Vangelo, diventi un vero profeta o se, seguendo le sue proprie idee, rimanga un falso profeta. A questo punto Gesù ci fornisce anche il criterio di valutazione più sicuro: "Dai loro frutti li riconoscerete". E quali sono i frutti che fanno riconoscere il discepolo di Gesù? Quelli indicati dal discorso della montagna: la pratica delle beatitudini, il perdono e l'amore per tutti, compresi i nemici, il dare senza chiedere, la preghiera, il non giudicare. Il vero discepolo di Gesù, colui che è profeta di verità, che sa di essere incorporato a Cristo con il battesimo, non smetterà di produrre frutti, perché non potrà parlare e agire se non come Gesù. Molte cose che non resistono al tempo e alla storia, non resisteranno neppure al giudizio di Dio. L'albero bacato, che produce frutti cattivi, non serve a nulla. Il contadino lo taglia e lo butta nel fuoco. Anche Giovanni Battista aveva usato questa immagine. Così Gesù: l'albero infruttuoso verrà consegnato al fuoco. Ciò è detto per i falsi profeti, ma vale anche per gli altri profeti. Soltanto una vita totalmente vissuta nella fede e nella carità, potrà resistere al fuoco del giudizio. Confrontiamoci dunque sul criterio della vera o falsa profezia, sia come ascoltatori dei profeti, sia come profeti noi stessi, tanto più insigniti del carisma profetico dal nostro battesimo, e ciò che troveremo da correggere, correggiamolo senza esitazione.
    3 min

About Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

From the publisher's feed

Liturgia della settimana, preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire di Bassano Romano (VT)

More shows like Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

The Pope's Voice by Radio Vaticana - Vatican News

The Pope's Voice

63 Listeners

A Piccoli Sorsi - Commento alla Parola del giorno delle Apostole della Vita Interiore by Le Apostole della Vita Interiore

A Piccoli Sorsi - Commento alla Parola del giorno delle Apostole della Vita Interiore

3 Listeners

Briciole di Vangelo by Non di Solo Pane

Briciole di Vangelo

1 Listeners

Il Vangelo tutti i giorni by Diocesi Tivoli e Palestrina

Il Vangelo tutti i giorni

0 Listeners

Liturgia del Giorno (Breviario e Vangelo) by TV Pater Limited

Liturgia del Giorno (Breviario e Vangelo)

1 Listeners