Le piaghe alle mani e al costato identificano Gesù e lo fanno riconoscere nel suo primo saluto alla comunità dei discepoli, ancora timorosa e sbigottita. Certamente la fede nella risurrezione fa fatica a prendere consistenza: è una verità inimmaginabile per la mente umana, l’evento che completa la nuova creazione che Gesù è venuto a costituire per l’umanità. Allora è plausibile ritrovarci anche noi dalla parte di Tommaso di fronte all’annuncio degli altri: «Abbiamo visto il Signore». Perché si crei questa sicurezza occorre smontare, o almeno sfumare, le nostre convinzioni, giacché il disfacimento del corpo, il nostro annientamento, costituiscono per noi una vera tomba sepolcrale. Riconosciamo sì l’immortalità dell’anima; tuttavia, la sua impalpabilità, il suo essere spirituale, ci porta verso l’astratto. L’esigenza di Tommaso di «vedere, toccare per credere», in sé, è legittima: non si crede per leggerezza. Ma è disapprovabile il suo modo di pretendere, di condizionare il suo credere alla richiesta di un segno tangibile, rifiutando anche apertamente la testimonianza unanime della sua comunità. «Se non vedete segni e prodigi, non credete», era stato già un precedente lamento di Gesù. Il Maestro, pur riservando una beatitudine particolare per coloro che credono - «beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno» - si accosta benevolmente a questo discepolo fuggitivo, «otto giorni dopo», per illuminarlo con la sua presenza e con la sua parola. Tommaso, a tale vista, si sente umiliato e professa con forza, più degli altri, la sua fede: «Mio Signore e mio Dio». Questo «credo» pasquale è l’attestazione più alta della risurrezione. A questa fede si può giungere per vie più o meno diritte, ma, nella maggior parte dei casi, per vie contorte, come Tommaso. «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli»; li compie ancora il Signore nel tempo, che è occasione di salvezza, «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita eterna nel suo nome».