Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Ven 18] Commento: Il passaggio di Dio.
    Proseguiamo nella narrazione dell’Esodo, e oggi ci troviamo davanti all’evento centrale della liberazione: la notte della Pasqua, segnata dall’ultima e più tremenda delle piaghe. Il cuore del faraone non si è lasciato convincere dalle varie piaghe che hanno colpito il suo paese. Per vincere questa ostinazione, Dio interviene con una severità eccezionale, tanto che in ogni famiglia egiziana si leva un grido di angoscia per la morte del primogenito. L’immolazione dell’agnello, con il cui sangue sono segnati gli stipiti delle porte degli Israeliti, mette al sicuro le loro famiglie. È la celebrazione della Pasqua, del passaggio di Dio, che diventa inizio di salvezza per gli Ebrei e fonte di dolore per gli Egiziani. Dopo questa ultima piaga, il faraone si lascerà convincere e permetterà • anzi pregherà • il popolo israelita di lasciare il paese. La nostra Pasqua, quella della vita e non della morte, ha origine proprio qui: la morte del Signore e il suo passaggio alla risurrezione segnano la liberazione dell’uomo dal regno del peccato. Agli Israeliti è comandato di ricordare ogni anno questa data che segna la loro liberazione. Anche noi, redenti dal sangue dell’Agnello divino, celebriamo ogni anno la Pasqua di Gesù e la nostra Pasqua, cioè il nostro passaggio dalla morte alla vita. Nel brano del Vangelo, Gesù si mostra come colui che è padrone del sabato, prendendo la difesa dei suoi discepoli accusati dai farisei di violare il sabato perché coglievano le spighe e le mangiavano. Portando l’esempio di Davide e dei suoi compagni che, in un momento di necessità, consumarono i pani dell’offerta, riservati ai soli sacerdoti, Gesù ci insegna che il vero culto a Dio si esercita nella misericordia e non nel giudizio o nella condanna. Questo, quello della carità, dell’amore verso il prossimo, è il comandamento di Dio, mentre tante altre norme sono tradizioni umane. Non dovremmo accogliere questo richiamo a cercare in noi e negli altri l’essenziale della vita cristiana, senza distrarci in questioni di nessuna importanza? L’amore di Dio e del prossimo è il compimento della legge. Se tenessimo sempre presente questo insegnamento del Maestro, eviteremmo tanti comportamenti dettati più dalle nostre dubbie convinzioni che dalla luce dello Spirito del Signore.
    3 min
  • [Ven 18] Vangelo: Es 11, 10-12, 14; Sal.115; Mt 12, 1-8.
    In quel tempo, Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle.
    Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».
    Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: "Misericordia io voglio e non sacrifici", non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato».
    2 min
  • [Gio 17] Vangelo: Es 3, 13-20; Sal.104; Mt 11, 28-30.
    In quel tempo, Gesù disse:
    «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
    Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
    1 min
  • [Gio 17] Commento: "Io sono".
    Stiamo seguendo, nella prima lettura, la storia di Mosè, il quale ora si trova di fronte alla difficile missione che Dio gli affida. Egli comprende quanto sia ardua l’impresa alla quale il Signore lo manda. Vorrebbe rinunciare a questo incarico, opponendo tante difficoltà che prevede nella loro realtà, sia da parte del faraone sia da parte del suo popolo, di dura cervice. Gli si obietterà: “Chi ti manda a liberarci? Come si chiama questo Dio che ti ha parlato?”. Tu dirai al popolo: “IO SONO mi manda”. È un nome che manifesta tutta l’infinitezza e la pienezza di vita del Creatore, ma anche la sua infinita bontà e misericordia verso il suo popolo oppresso. Mosè dovrà chiedere il permesso al faraone di recarsi nel deserto, a tre giorni di cammino, per sacrificare al loro Dio: il faraone negherà questo permesso, e allora interverrà la potenza dell’Altissimo. Il breve brano del Vangelo è un invito dolce e consolante alla fiducia per quanti vivono sotto il peso della sofferenza. Gesù è venuto a guarirci dai nostri peccati, le cui conseguenze deleterie sono le afflizioni di vario genere che tormentano la povera umanità. Egli ci insegna la via per la quale possiamo trovare la nostra pace anche nelle tempeste che agitano la nostra vita: accettare la propria esistenza così come si svolge, con cuore mite e umile, come ce ne offre l’esempio Lui stesso. Forse abbiamo tante volte fatto l’esperienza che la croce accettata con amore si raddolcisce e diventa meno pesante; presa invece con animo ribelle, diventa insopportabile. Vogliamo vivere sereni? Il Maestro ci indica la via: mitezza e umiltà di cuore.
    2 min
  • [Mer 16] Commento: Vocazione di Mosè.
    Nella prima lettura continua la storia di Mose: Mosè, lasciato l’Egitto, si ritira nel deserto, dove rimane a servizio di Ietro, sacerdote di Màdian, diventandone anche il genero. Si reca nel deserto fino al monte Oreb a pascolare il gregge del suocero, quando nota una cosa strana: un roveto che arde senza consumarsi. Vuole avvicinarsi per osservare questo fenomeno, ma viene trattenuto da una voce che lo chiama per nome: “Non avvicinarti… lèvati i sandali… poiché il suolo su cui tu stai è una terra santa… Sono il Dio dei tuoi padri… Ho udito il grido degli Israeliti… io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano… Ora va! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire il mio popolo dall’Egitto”. Mosè, dinanzi a questa proposta e missione, rimane sconcertato… ma la voce di Dio insiste: “…quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte”. Ogni vocazione sgomenta e getta nel turbamento… ma come Dio ha dato certezza della riuscita a Mosè, così la dà anche a noi, se sappiamo obbedire alla sua voce. Però il Signore vuole anime docili, pronte a fidarsi di Lui. Gesù, nel breve brano evangelico, ringrazia il Padre perché agli umili di cuore rivela i misteri più profondi del suo essere e della vita. Ognuno di noi ha una chiamata, una vocazione, a realizzare • in noi e in quanti ci sarà concesso di incontrare nella vita • il piano di salvezza del Signore. Nulla avviene a caso, come nulla è avvenuto a caso nella vita di Mosè. Sia il nostro impegno quello di essere di aiuto ai fratelli nel cammino spirituale, con l’esempio della vita e la testimonianza della parola.
    2 min
  • [Mar 15] Commento: Salvato per essere salvatore.
    Con la prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, inizia la storia di Mosè, salvato dalle acque del Nilo per l’intervento provvidenziale della figlia del faraone. Dopo lo svezzamento, egli vive ed è educato alla corte del faraone… ma quando viene a conoscere la sua vera origine, ha il coraggio di rinunciare ai privilegi che la sua posizione gli riserva, per sentirsi solidale con il suo popolo, oppresso ingiustamente da leggi razziali. In questa solidarietà con il suo popolo disprezzato vediamo una figura della kènosi, dell’annientamento del Figlio di Dio che, nascondendo la sua divinità, si fa simile a noi, poveri peccatori, in tutto, eccetto che nel peccato. Ma il popolo ebreo non è pronto a intraprendere il cammino della libertà; perciò Mosè, dopo aver dimostrato il suo zelo nel difendere un connazionale maltrattato ingiustamente da un Egiziano, deve scegliere la via dell’esilio per salvare la propria vita. Quante rassomiglianze con Gesù, che non viene accolto dalla sua gente… fino a decretarne la morte. Questa condotta sorda ai richiami del Signore interessa anche la vita di ciascuno di noi. Gesù ci richiama a questa responsabilità rimproverando le città di Corazin, di Betsàida e di Cafàrnao, dove tanti segni compiuti dalla sua bontà e onnipotenza non sono riusciti a convincere gli animi della popolazione a convertirsi al meglio. Chi ha più ricevuto, si prepari a rendere di più. Non potrebbe essere un avvertimento anche per noi, che viviamo al centro della cristianità e che tanto abbiamo ricevuto dalla grazia del Signore, a differenza di altri popoli che vivono ai margini della Chiesa?
    2 min
  • [Lun 14] Commento: La spada della persecuzione.
    Il ricordo del beneficio ricevuto dovrebbe suscitare nell’animo sentimenti di riconoscenza e di gratitudine. Non di rado, invece, esso induce alla dimenticanza o, quel che è peggio, a rimuovere completamente la situazione di bisogno vissuta, perché giudicata come offensiva alla propria reputazione personale. È, lo sentiamo nella prima lettura di oggi, il comportamento degli Egiziani nei confronti degli Ebrei, discendenti di Giuseppe e dei suoi fratelli. La loro presenza, stimata come una benedizione di Dio nel momento della carestia, ora pesa sul popolo, preoccupato del numero in continuo aumento degli Israeliti, come una terribile minaccia. Che cosa fare? Rendere loro la vita sempre più difficile con lavori pesanti e sopprimere fin dalla nascita tutti i loro bambini maschi. Ma Dio non cessa di benedire il suo popolo. Il discorso si fa molto più aspro nelle parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli. Non solo vi saranno contrasti tra nazione e nazione, tra le diverse etnie, ma la spada della divisione giungerà fin nell’ambito familiare. Nel nuovo Regno, i nemici dell’uomo saranno i suoi stessi familiari. Anzi, il discepolo deve essere pronto a preferire il Signore Gesù ai propri genitori, ai figli o ai parenti: una scelta che non ammette eccezioni. Chi si comporta diversamente, “non è degno di me”. La persona del discepolo diventa sacra come quella del Maestro: accoglierlo è come accogliere Gesù stesso, anzi, il Padre. E non resterà senza ricompensa nemmeno un bicchiere d’acqua fresca offerto in suo nome. Appartenere a Lui costa alla natura umana, ma è anche un guadagno: viene identificata con la persona di Gesù, invitata a vivere la sua stessa consacrazione al Padre. È il caso di ripetere con i Padri della Chiesa: considera, o cristiano, la tua vocazione!
    2 min
  • [Dom 13] Commento: Chi è il mio prossimo?
    La liturgia della Parola di questa domenica è molto ricca e molto attuale. Mosè afferma che la Parola di Dio è molto vicina all’uomo: non occorre andarla a cercare lontano, perché essa è nel suo stesso cuore, nella sua coscienza. Nella seconda lettura, san Paolo, scrivendo ai Colossési, rivela la vera essenza della persona di Gesù, immagine del Dio invisibile. Per mezzo di lui sono state create tutte le cose. Egli è prima di tutto e tutte le cose sussistono in lui. Nella parabola del buon samaritano, Gesù ci presenta un esempio meraviglioso di amore verso il prossimo, anzi, verso il nemico. Come il dottore della legge, anche noi siamo tentati a volte di chiederci: chi è il mio prossimo? Siamo pronti a dimostrarci pieni di preoccupazione per le persone lontane, per i bisognosi del mondo, per combattere la fame nei vari continenti… senza poi accorgerci che intorno a noi, forse tra i nostri familiari o parenti, vi sono persone alle quali neghiamo amore, aiuto e comprensione. È facile amare chi è lontano, che non disturba la nostra vita… ma quanto è difficile donarci disinteressatamente a chi vive al nostro fianco, che con le proprie esigenze potrebbe portare pesanti cambiamenti ai nostri programmi di vita. Voglia il Signore aprirci gli occhi! Ogni uomo è nostro prossimo perché figlio dello stesso Padre, ma la nostra carità e comprensione devono iniziare in famiglia, nella comunità, tra i parenti, nelle nostre associazioni, in parrocchia, e così estendersi sempre di più in tutte le direzioni. Accade spesso che, uscendo di casa, ci mettiamo una maschera di perbenismo, da cui ci liberiamo appena rientrati tra le mura domestiche, dove ci sentiamo in dovere di essere nervosi, irascibili, intrattabili. Quale ipocrisia! Gesù ce la rimprovera pesantemente, come a moderni farisei…
    2 min
  • [Sab 12] Commento: E fu riunito ai suoi padri...
    Nel brano che ci viene proposto oggi, il vecchio Giacobbe termina i suoi giorni. Una morte circonfusa di mistero, ma anche di tanta luce. Egli viene riunito ai suoi antenati. Non c’è ancora la luce di Cristo che fa pensare alla risurrezione, ma Giacobbe, con gli altri Patriarchi, aspetta quel momento felice in cui la morte sarà vinta proprio dall’Autore della vita. La morte è sempre un grande mistero… la Bibbia ce la presenta come un passaggio: andare incontro al Signore. È anche il momento dei grandi messaggi, che dovrebbero perpetuare la memoria dei padri. Raccomandazioni, consigli, dettati sul letto di morte, sono come un’eredità preziosa che, mentre mantiene viva la memoria, spinge a far rivivere nelle scelte dei figli le gesta virtuose degli antenati e costituisce un legame che fa parte della nostra storia. La scomparsa di Giacobbe getta un grande timore nell’animo dei suoi figli, colpevoli di aver venduto schiavo il fratello Giuseppe per una insana invidia. Questi li rassicura con animo mite e pieno di affetto, interpretando la loro indiscussa cattiveria come una permissione del Signore per i suoi fini, che si sono manifestati nella grande carestia. Verrà il momento in cui il popolo israelita lascerà l’Egitto per ritornare nella terra di Canaan. Allora anche i resti mortali di Giuseppe riceveranno sepoltura nel sepolcro di famiglia, vicino ad Abramo, Isacco, Sara… e al padre Giacobbe. Nel brano del Vangelo, Gesù esorta i suoi discepoli a mantenersi fedeli alla sua parola e al suo insegnamento. La predicazione del Regno attirerà loro persecuzioni e incomprensioni, a volte anche prigionia e morte. Egli li rassicura: non temete chi ha il potere di uccidere il corpo; temete invece chi può far perire l’anima e il corpo. Ogni vita umana vale più dei passeri. E un incoraggiamento ancora più forte: chi mi avrà confessato presso gli uomini, sarà da me riconosciuto dinanzi al Padre mio. Vivere in questa fiducia significa dare pace e serenità al nostro spirito. Qualunque sia la mia situazione, io valgo più di tanti passeri… Ti ringrazio, Signore, della tua paterna e… materna tenerezza!
    3 min
  • [Ven 11] Commento: La vite e i tralci...
    Ci fa da guida in questo giorno particolarmente solenne per noi monaci e per tutta la chiesa, la splendida immagine evangelica della vite e dei tralci. La leggiamo nel contesto monastico e ci lasciamo guidare dallo stesso Patriarca S. Benedetto. Egli con un linguaggio altamente teologico e biblico vede la vita del monaci come un faticoso e gioioso "ritorno" a Dio, da cui ci eravamo allontananti per la disobbedienza. Il ritorno, come accadde al popolo d'Israele, implica una liberazione dalla schiavitù, un passaggio attraverso le acque del mare rosso, un lungo percorso nel deserto e l'approdo finale nella terra promessa. È un cammino di conversione e di salvezza, è un prodigioso innesto alla vite nuova che è Cristo. È la splendida esperienza di veder rinverdita l'esistenza, è ancora una gioiosa corsa verso Cristo con "il cuore dilatato". La vita del monaco, ma ciò vale anche per ogni cristiano, mediante l'ascolto, la preghiera, la lettura sapienziale della parola di Dio, la ricerca incessante della perfezione e la sequela di Gesù, è proposta e vissuta come una gioiosa esperienza pasquale. Ciò scaturisce come naturale esigenza dell'innesto alla vite: per essere con Cristo dobbiamo essere disposti a seguirlo coraggiosamente ovunque, fino alla croce, fino al sepolcro per avere così la certezza che l'innesto ha prodotto il suo splendido frutto, la vita nuova in Cristo, la nostra personale risurrezione. In questa prospettiva la preghiera e il lavoro, che scandiscono essenzialmente la vita del monaco, ma che ogni cristiano in situazioni diverse sperimenta quotidianamente, diventano motivi di fecondità e di gioia. La sua Regola, non solo ha ispirato ed ispira ancora la vita di migliaia di monaci in ogni parte del mondo, ma ha fatto il suo ingresso in ogni ambiente, nelle famiglie, nelle caserme, ultimamente nelle fabbriche e ovunque si trovano adunate persone che cercano un sano equilibrio nelle mutue relazioni e una vera santificazione del lavoro; per questo le Abbazie e i Monasteri a loro volta si stanno aprendo sempre più all'accoglienza per operare un nuovo e vitale innesto tra la vita del mondo e quella dei consacrati. Per ricordare e rinsaldare questo innesto, già operato gloriosamente nei secoli passati, S. Benedetto è stato proclamato meritatamente Patrono d'Europa. Anche questo è un innesto che deve però trovare ancora la piena realizzazione in altre realtà della vita sociale. Molti, pare, vogliano ignorare le radici storiche e religiose che hanno evangelizzato e civilizzato la nostra Europa. Speriamo di non dover costatare che il distacco dalla vite feconda non riduca i tralci alla essiccazione e alla sterilità.
    3 min

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Liturgia della settimana, preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire di Bassano Romano (VT)

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