Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Gio 26] Vangelo: Gn 16, 1-12. 15-16; Sal.105; Mt 7, 21-29.
    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
    «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: "Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?". Ma allora io dichiarerò loro: "Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!".
    Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
    Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.
    2 min
  • [Gio 26] Commento: La porta del Regno.
    “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Ieri il Signore ci ha parlato dei falsi profeti, che dobbiamo tenere lontani perché rapaci come lupi. Oggi Egli cerca di operare in noi un’altra purificazione interiore; vuole liberarci dalla presunzione di una falsa religiosità, basata sul formalismo esteriore e assolutamente priva di autenticità. Ne è coinvolta una schiera non piccola: sono i pseudo-religiosi, coloro che si autogratificano proclamando il nome del Signore solo con la voce, vantando false appartenenze e illudendosi di esaurire così tutti i doveri che ne derivano. Il Signore già si era lamentato per bocca di Isaia: “Dice il Signore: «Poiché questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me, e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani, perciò, eccomi, continuerò a operare meraviglie e prodigi con questo popolo; perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti»”. Sì, la religione può essere ridotta a un imparaticcio di usi umani o a pie pratiche, piene di parole ma prive di significato autentico. Gesù oggi ci scandisce con chiarezza la sua verità: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Nel fare la volontà di Dio, nell’aderire liberamente e gioiosamente ai suoi precetti per essere suoi testimoni, troviamo la chiave del Regno; così la nostra appartenenza diventa comunione di vita con Cristo. Così l’edificio spirituale, la nostra casa, si fonda, solida e incrollabile, sulla roccia che è Cristo. Così ancora sapremo resistere a tutte le tentazioni, a tutte le avversità, a tutte le prove immancabili della vita, per restare saldi, perché “radicati e fondati nella carità”. Che tristezza vedere una casa, magari splendida nelle apparenze, crollare ed essere spazzata via dalla furia delle acque, perché priva di solide fondamenta, costruita sulla sabbia. È facile illudersi e fermarsi alle apparenze; è difficile restare saldi se non interviene la grazia divina, che ci fortifica e ci illumina nelle nostre scelte quotidiane.
    3 min
  • [Mer 25] Commento: Una indelebile impronta di autenticità.
    Suscitano ammirazione e invidia coloro che possono presentarsi al mondo e affermare di parlare in nome di Dio. Si dotano di una garanzia di verità inconfutabile, poiché annunciano i pensieri dell’Onnipotente, dell’Onnisciente, che nessuno oserebbe contestare. Lo stesso Signore, nel corso della storia, ha incessantemente cercato e trovato uomini particolarmente sensibili alla sua voce, e li ha inviati per rivelarsi e per indicarci la via del ritorno dopo la defezione del peccato: sono i profeti, di cui leggiamo gli annunci nella Sacra Scrittura. Quanti, però, arbitrariamente, non per mandato divino ma solo per presunzione personale, si sono presentati a proclamare, con inganno, le proprie parole e i propri annunci… È praticamente innumerevole e ininterrotta la schiera dei falsi profeti: hanno infestato il campo del Signore come gramigna mescolata al buon grano. Hanno l’arte della seduzione e riescono sempre ad attrarre un buon numero di ingenui e di sbandati. Per questo Gesù ammonisce i suoi: “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci”. La veste di pecora dà l’immagine della mansuetudine: i modi sono accattivanti, il linguaggio è persuasivo, per chi non sa guardare dentro e scoprire che, sotto le mentite spoglie, si nasconde un lupo rapace. Sono “ladri” e “mercenari”, non pastori. “Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. “Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde”. Ora comprendiamo meglio il criterio di scelta che Gesù ci detta: “Dai loro frutti li riconoscerete”. L’impronta di autenticità per riconoscere i veri profeti e smascherare i falsi sono i loro frutti: o vivono in piena coerenza ciò che annunciano, e sono perciò conformati a Cristo nella santità, oppure “dicono e non fanno”, come i farisei al tempo di Gesù. Come la verità viene a galla, anche la menzogna non può restare sempre nascosta.
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  • [Mar 24] Commento: Camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia.
    Dio si serve degli uomini; con noi e per noi realizza i suoi piani di salvezza. Sceglie ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Egli sa rendere fecondo ciò che è sterile e aprire la bocca ai muti. Intreccia le sue con le nostre storie affinché ciò che egli vuole si compia in cielo e sulla terra. Rende feconda la Vergine Maria affinché generi il Salvatore del mondo, ma concede la maternità anche a Elisabetta, sterile e avanti negli anni. Predispone un incontro tra le due madri e i rispettivi nascituri, e già sgorga la gioia messianica! È riconosciuta la Madre del Signore e il futuro battezzatore freme e sussulta di gioia nel grembo della madre sua. È lo stesso angelo ad annunciare a Zaccaria i motivi della gioia: “Elisabetta ti darà un figlio… Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita”. Il suo compito sarà quello di preparare la via al Signore affinché Egli trovi un popolo ben disposto. Umanamente parlando, dato l’evolversi degli eventi e la sorte toccata a Cristo e allo stesso Giovanni Battista, potremmo anche concludere che la sua missione sia fallita. Ciò, però, non toglie nulla alla fedeltà del Precursore, e interviene a sciogliere ogni dubbio il magnifico elogio che Cristo stesso ne tesse. Al più, potremmo con maggiore saggezza concludere che la missione che Dio ci affida va sempre vista e valutata nel contesto di un ben più ampio progetto di salvezza, e solo in quella luce assume la sua vera dimensione e il suo pieno valore. Egli, infatti, precede e annuncia il Messia, l’Agnello di Dio, ma poi sa che deve farsi da parte e lasciare spazio a Colui dinanzi al quale egli si prostra e non si sente degno neanche di sciogliergli i legacci dei sandali. Lo precederà anche nel martirio: pagherà con la vita la sua coerenza e la sua incrollabile fermezza, ignaro delle prepotenze dei grandi e delle losche trame di due donne durante una festa ubriaca. Così egli concluderà la sua missione, alla stessa maniera di Cristo; così lo vediamo brillare nella Chiesa come ultimo dei profeti dell’Antico Testamento e primo dei tempi messianici. Ma oggi: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo…”.
    3 min
  • [Lun 23] Commento: Perché con il giudizio con cui giudicate sarete giudicati...
    È molto facile esprimere giudizi severi e pretendere una coerenza assoluta tra il “dire” e il “fare”, soprattutto quando si tratta di valutare le azioni altrui. La maggior parte delle volte, però, la stessa severità che esigiamo dagli altri non la applichiamo a noi stessi. Gesù ci invita a percorrere la via opposta, esortandoci a migliorare i nostri comportamenti. Questo atteggiamento deve scaturire da un profondo rinnovamento spirituale, interiore. Una maggiore attenzione alle nostre azioni e alle nostre parole ci condurrà certamente verso atteggiamenti più sereni ed equilibrati nei confronti del prossimo. Così, tanti difetti che ci sembrano insopportabili e che possono compromettere le relazioni interpersonali, appariranno meno gravi. Questo è ciò che Gesù ci chiede quando ci invita a togliere prima la trave dal nostro occhio, cioè a purificare il nostro sguardo sul mondo e su chi ci sta accanto. Preghiamo perché possiamo diventare sempre più capaci di questa conversione interiore.
    2 min
  • [Dom 22] Commento: Io sono il pane vivo disceso dal cielo.
    La festa del Corpo e del Sangue del Signore è una appendice, se così si può dire, dell’Ultima Cena celebrata da Gesù con i suoi apostoli, prima di andare incontro alla sua passione. In quel Giovedì Santo la nostra attenzione è subito presa dalle vicende dolorose del Signore, per cui quasi ci sfugge la grandezza del dono ricevuto: la sua presenza sotto i segni sacramentali del pane e del vino. Ma d’altra parte, lui stesso aveva detto ai suoi discepoli: «Non vi lascerò orfani…» e, nel discorso sul pane di vita, aveva permesso che alcuni discepoli si ritirassero dalla sua sequela perché aveva detto: «Vi darò da mangiare la mia carne, a bere il mio sangue!» Dinanzi alle difficoltà a credere, con forza egli ribadisce: «Chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà la vita eterna». Fu duro questo discorso per alcuni discepoli, ma Gesù non mitigò le sue frasi. Si trattava proprio di carne e sangue, non di similitudini o analogie. La liturgia ci accompagna con la lettura della comparsa del sacerdote Melchìsedech, che offre pane e vino e ottiene una larga benedizione per Abramo. A lui, lo stesso Abramo offre la decima di tutto. La Lettera agli Ebrei (capitolo 7) ne svilupperà l’applicazione al sacerdozio di Cristo. San Paolo, scrivendo ai Corinzi, dichiara che quanto ha insegnato circa la Cena del Signore lui a sua volta lo ha ricevuto. Potremmo chiederci: da chi? Da Gesù stesso o dagli apostoli? Per noi la questione non ha importanza. A noi interessa sapere che la Santa Messa è stata celebrata fin dalle origini del cristianesimo in obbedienza al comando ricevuto dal Signore Gesù. San Luca mette in relazione la moltiplicazione dei cinque pani e due pesci al sacrificio eucaristico, in cui si consacra il pane per soddisfare la nostra fame spirituale di Gesù. Importante l’imperativo di Gesù: «Dategli voi stessi da mangiare!» Nella incapacità dell’uomo di procurare il vero cibo spirituale per le anime, interviene Lui stesso, anche oggi, servendosi della persona del sacerdote, che in suo nome e in nome del suo sacerdozio eterno ripete le stesse parole pronunciate da Lui nell’Ultima Cena: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo, offerto in sacrificio per voi… Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me». Quando partecipiamo alla celebrazione eucaristica, dovremmo fare uno sforzo di fede e di intelligenza: vedere nelle gesta del sacerdote celebrante la persona stessa di Gesù! Non lo vediamo fisicamente, non possiamo constatarne la presenza, ma proprio per questo lo crediamo lì, vivo ed operante per la salvezza di tutti gli uomini. La partecipazione devota alle varie manifestazioni organizzate nelle parrocchie in onore di Gesù presente nell’Eucaristia acquisti il significato del nostro “grazie” devoto e riconoscente.
    4 min
  • [Sab 21] Commento: Gli inutili affanni del mondo.
    Il mondo e le sue attrattive (è il “mammona” del Vangelo odierno) oppure Dio. È l’esigenza di una scelta radicale, proveniente dalla coerenza e dalla fede, che il cristiano sceglie di professare e di vivere. “Non potete servire a Dio e a mammona”. Certamente il Signore non disconosce l’importanza del nutrimento, del vestiario e di quanto serve alla vita di ogni giorno. Vuole farci comprendere, però, che non è questo a dare il vero senso alla vita e desidera metterci in guardia da quegli eccessivi affanni che ci affliggono inutilmente e da quell’attaccamento alle cose che ci procura solo amare delusioni. Vuole far rinascere in noi la fede nel Dio provvidente, che ai nostri giorni sembra quasi scomparsa. Ci sollecita, perciò, a guardare con intelligenza spirituale gli uccelli del cielo, che non ammassano nei granai, eppure sono nutriti dal Padre celeste, e i gigli del campo, che provvidenzialmente si adornano di tutta la loro splendida bellezza. La conclusione è quella che dovrebbe entrare pienamente nel programma di vita di ogni cristiano: “cercate il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.
    2 min
  • [Ven 20] Commento: I beni della terra e quelli del cielo.
    Tutto ciò che ci appaga, o che crediamo ci appaghi, finiamo poi per amarlo e, quando riteniamo di aver trovato il bene migliore secondo le nostre personali valutazioni, quello diventa il nostro tesoro, il nostro piccolo idolo, che si annida poi nelle profondità del nostro cuore. Ma quante illusioni, quante delusioni! Quanti falsi tesori si dissolvono in un batter d’occhio e tramutano il momentaneo godimento nella più amara tristezza. Il Signore conosce bene questa nostra umana debolezza e, per questo, ci ammonisce a non accumulare falsi tesori sulla terra. “Quae sursum sunt sapite” • afferma san Paolo • “cercate (gustate) le cose di lassù”: eleviamo cioè il nostro spirito verso i beni che non periscono, che durano oltre il tempo e non riguardano solo il nostro corpo e le vicende che viviamo su questa terra, ma rimangono sempre integri e diventano fonte di felicità eterna. L’uomo di oggi è spesso prostrato, avvinto e disorientato dai beni di consumo, che vengono proposti con la migliore seduzione pubblicitaria come motivi di benessere e fonti di felicità. Occorre umana saggezza e divina sapienza per sapersi difendere da questi continui assalti. Deve essere molto triste, dopo tanti inutili affanni, ritrovarsi al termine della vita a mani vuote e spogli di ogni merito, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. L’ultima parte del Vangelo di oggi ci parla della vera purezza dell’anima, parla dell’occhio che ne è lo specchio. O siamo illuminati dallo Spirito e, di conseguenza, tutto vediamo nella sua luce, oppure il nostro sguardo diventa tenebroso, cioè sempre orientato verso il buio e il male con tutte le sue brutture.
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  • [Gio 19] Commento: La preghiera al Padre.
    È assurdo e blasfemo pretendere di convincere Dio, onnipotente e Signore, con la forza delle parole. Siamo ben lontani dalla preghiera, che è invece comunione di amore e vivo desiderio di conformarsi pienamente alla volontà divina. Gesù, maestro, ci insegna a rivolgerci a Dio e a chiamarlo con l’appellativo di Padre, immergendoci così subito in una dimensione di amore e facendoci riscoprire l’origine della nostra fraternità. Ci fa chiedere poi che la santità di Dio, del suo nome, sia partecipata e vissuta anche da noi, affinché il suo regno si estenda ovunque e in tutti. Riconoscendolo come unica fonte del vero bene, chiediamo che la sua volontà si compia in noi con la stessa perfezione con cui è vissuta in cielo. Chiediamo anche che sia provvido con noi, dandoci il pane e quanto occorre alla nostra vita. Riconoscendoci peccatori e trasgressori della sua legge divina, imploriamo il suo perdono, impegnandoci a nostra volta a perdonare coloro che ci hanno offeso. Scopriamo così che la preghiera di Gesù non è solo il modo migliore di comunicare con il Padre, in un afflato di intimità e di amore, ma è anche il miglior programma di vita per ogni credente.
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  • [Mer 18] Commento: Il fine delle nostre opere.
    O il plauso degli uomini o la ricompensa presso il Padre che è nei cieli: è questa la drastica alternativa che ci pone oggi il Signore. O l’ipocrisia e la platealità per strappare consensi e la futile ammirazione degli uomini, che però ci priva di ogni altro merito, oppure la silenziosa e umile operosità del bene, che, come il seme di evangelica memoria, si nasconde nella terra per portare molto frutto. Gli uomini si fermano alle apparenze, Dio scruta i cuori e vede nel segreto. Gli uomini applaudono per un istante e poi dimenticano, Dio ci garantisce un premio che vale per l’eternità. È pressante, ai nostri giorni, il bisogno di gratificazioni; è indubbio che la lode, l’ammirazione, la fama suscitino in noi un interiore godimento. La massificazione, al contrario, ci fa paura, l’anonimato ci procura angoscia, il sentirci inutili e dimenticati ci fa piombare nella peggiore solitudine. Ciò accade, però, solo se non abbiamo messo al primo posto la gloria di Dio e la nostra personale santificazione. La vera umiltà ci consente di scoprire i doni ricevuti, ci rende consapevoli del bene che sappiamo e dobbiamo fare, ci fa godere l’autentica gioia; ma il tutto è poi indirizzato a Dio, che è la fonte del nostro bene.
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