Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Ven 21] Vangelo: Gen 37, 3-4. 12-13. 17-28; Sal.104; Mt 21, 33-43.45.
    In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
    «Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
    Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
    Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: "Avranno rispetto per mio figlio!". Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: "Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!". Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
    Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
    Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
    E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
    "La pietra che i costruttori hanno scartato
    è diventata la pietra d'angolo;
    questo è stato fatto dal Signore
    ed è una meraviglia ai nostri occhi"?
    Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
    Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
    2 min
  • [Gio 20] Commento: Beato chi confida nel Signore
    La liturgia odierna ci presenta un episodio drammatico: la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro. Un racconto che interpella profondamente la nostra coscienza, toccando la nostra esperienza quotidiana e proiettandoci verso il nostro domani. In questa parabola, vediamo il ricco epulone che ha completamente trascurato il primo e più grande comandamento del Signore: amare Dio e il prossimo. Per lui, la vita era fondata esclusivamente sui beni materiali, sul denaro e sulle ricchezze. Non aveva nulla da offrire a Dio e nessuna attenzione verso chi gli era accanto. Il suo cuore non era abitato dalla legge della carità e dell’amore, ma da una logica antica e spietata, quella del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Era un uomo cieco e sordo al grido di aiuto del prossimo. Il salmista ammonisce: “Maledetto l’uomo che confida in se stesso”. La morte, infatti, rende tutti uguali: colpisce il mendicante come il benestante. Ma la vera novità della parabola è che i loro destini, nell’aldilà, si invertono per l’eternità. Mentre il ricco, in vita, ha ignorato il povero, Dio invece si prende cura di lui: Lazzaro viene accolto con tutti gli onori e condotto dagli angeli nel seno di Abramo. Questo racconto rivela una grande verità e porta una profonda consolazione ai poveri: coloro che sulla terra hanno conosciuto solo sofferenza e indifferenza possono confidare nella bontà di Dio. L’immagine del banchetto festoso descrive la pienezza e la gioia della vita eterna. Abramo, amico di Dio e padre del popolo d’Israele, presiede la mensa celeste, e Lazzaro, che giaceva nella sporcizia e aveva per compagni i cani, ora siede in un posto d’onore, in comunione con lui. Maria, nel Magnificat, proclama questa stessa verità: “Il Signore ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Il cristiano deve sempre ricordare che la vita non si esaurisce nei pochi anni dell’esistenza terrena né nel possesso delle ricchezze, ma trova il suo compimento nell’eternità, nella comunione con Dio.
    3 min
  • [Gio 20] Vangelo: Ger 17, 5-10; Sal.1; Lc 16, 19-31.
    In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
    «C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
    Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma".
    Ma Abramo rispose: "Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi".
    E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"».
    2 min
  • [Mer 19] Vangelo: 2 Sam 7, 4-5.12-14.16; Sal 88; Rm 4, 13.16-18.22; Mt 1, 16.18-21.24.
    Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
    Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
    Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
    Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore.
    1 min
  • [Mer 19] Commento: San Giuseppe, la paternità!
    Si è veramente padri quando ci si rispecchia nella Paternità di Dio. È per questo dono e per questa virtù speciale che Giuseppe viene scelto dal Padre celeste per essere il padre terreno del Verbo. Ora, nella gloria, egli custodisce e protegge la Chiesa, soccorrendo i moribondi nel loro passaggio al Cielo, sostenendo chi invoca il suo aiuto e accompagnando gli operai nel santificare il proprio lavoro. San Giuseppe guida tutti coloro che cercano di vivere il proprio impegno con rettitudine. È sollecito verso le famiglie in difficoltà, nel loro cammino spesso segnato dalla croce e dalle prove. Con la sua amabile tenerezza paterna si fa Custode e Protettore della vita nascente. Madri in attesa, affidate a lui la vostra gestazione, il parto e la crescita dei vostri figli. Giuseppe se ne prenderà cura, accompagnandoli passo dopo passo, proprio come ha fatto con Gesù e con la sua Santissima Madre. Giusto tra i giusti, dal cuore buono e misericordioso, Giuseppe affronta con angoscia il mistero della maternità di Maria. Non comprendendone l’origine, e sapendo che entrambi sono Vergini, non la espone al giudizio degli uomini né alla condanna, ma, con carità e pietà, stende su di lei il velo della protezione, tutelando così la Venuta di Gesù nel mondo. Quando poi lo Spirito illumina la sua anima rivelandogli l’origine divina del Concepimento, Giuseppe si fa premuroso e attento Custode del Figlio di Dio. Per la sua paternità, santificata dall’opera umana e concretizzata nella missione di Cristo, per i suoi meriti, grande è il potere di San Giuseppe presso l’Altissimo, e molto egli può per noi! Padre è colui che si pone al servizio: la paternità non è mai un potere che domina, non è mai autoritaria, ma è un’autorevolezza fatta di fermezza e di amore, che si dona per proteggere i figli, la sposa, la missione e l’opera affidata da Dio. Oggi più che mai è necessario che questa paternità sia accolta dai governanti, da coloro che guidano la Chiesa, dai responsabili nel mondo del lavoro e dai padri nelle famiglie.
    Proposito del giorno: Affida a San Giuseppe tutta la tua persona, la tua famiglia e ogni tua preoccupazione.
    3 min
  • [Mar 18] Vangelo: Is 1, 10.16-20; Sal.49; Mt 23, 1-12.
    In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
    «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
    Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati "rabbì" dalla gente.
    Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare "guide", perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
    Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».
    2 min
  • [Mar 18] Commento: Conoscersi, accettarsi, superarsi
    Oggi meditiamo insieme le esortazioni del profeta Isaia: “Lavatevi, purificatevi” e “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”. Queste parole, rivolte al popolo eletto, parlano anche a noi, alla nostra comunità monastica e cristiana. Isaia manifesta una profonda preoccupazione: desidera il cambiamento, la conversione, una novità di vita e di Spirito, una vera comunione. Gesù stesso, nel Vangelo, ci conferma questo invito con il comandamento dell’amore reciproco. Queste esortazioni devono farci riflettere, specialmente in questo tempo di Quaresima. Abbiamo bisogno di conoscerci a fondo, perché nessuno può progredire nel cammino spirituale senza una consapevolezza profonda di sé: delle proprie qualità e limiti, delle inclinazioni del carattere e della personalità, delle reali possibilità che possiede. Chi desidera avanzare nella vita cristiana deve compiere tre passi fondamentali: Conoscersi - Accettarsi - Superarsi. Già l’antico filosofo Socrate diceva: “Conosci te stesso”. Ognuno di noi è chiamato a un’introspezione sincera: senza conoscenza di sé, si rischia di avanzare nel buio e smarrire la strada della vita. Abbiamo bisogno di luce e di amore. Questa luce viene dalla riflessione, dal confronto con gli altri che possono consigliarci e aiutarci, ma soprattutto dalla preghiera, dai sacramenti e dallo Spirito Santo. Conoscersi significa morire a se stessi per fare esperienza di Dio. Solo chi si avvicina a Lui con questa disposizione trova la garanzia della vera vita e la certezza del cammino. Ma conoscersi non basta: dobbiamo anche accettarci per quello che siamo, con realismo e umiltà. Santa Teresa d’Avila diceva: “L’umiltà è la verità”. Non si tratta di mortificarci per le nostre mancanze e miserie, ma di riconoscerle con sincerità, ringraziando al contempo il Padre per i doni e le virtù che, per Sua grazia, possiamo coltivare. Dobbiamo quindi impegnarci a conoscerci meglio, per comprendere quali virtù e quali difetti dominano in noi, intraprendendo così un autentico cammino di crescita spirituale. La Quaresima è un tempo di grazia particolarmente favorevole per la metànoia, per la nostra conversione.
    3 min
  • [Lun 17] Commento: Siate misericordiosi.
    Ce lo chiede Colui che ha preso su di sé le nostre colpe per redimerle a costo della vita: non ci ha giudicati, ma ci ha salvati con l’amore che perdona, che gratuitamente cancella le nostre colpe e ci riconcilia con Dio. Al Signore, nostro Dio, appartengono la misericordia e il perdono: essi sono il dono e la virtù più sublime che gli riconosciamo. Dio è Amore, un Amore che perdona. Egli è sempre pronto a concedere la remissione se, pentiti, gliela chiediamo. Il Profeta dice: “A te conviene la giustizia, o Signore, a noi la vergogna sul volto”. Per questo, per gratitudine e coerenza, dobbiamo essere sempre disposti al perdono, alla generosità e al dono gratuito, con umiltà e benevolenza, sull’esempio del Padre della misericordia. Non guardiamo il nostro prossimo con lo sguardo di giudici che scrutano le altrui colpe ed emettono sentenze, dimenticando le proprie. Questo atteggiamento, per nostra colpa, ci priva dell’amore e della grazia, allontanando da noi la divina misericordia e ponendo una barriera alla benignità di Dio. Al contrario, la nostra benevolenza, la carità fraterna e la generosità ci aprono le porte della grazia: ciò che doniamo ci verrà restituito, ci sarà versata nel grembo una misura buona, pigiata, colma e traboccante di doni dal Cielo. San Paolo ci conferma questa verità: il bene ricevuto e donato alimenta la nostra speranza, e non saremo mai delusi nelle nostre attese, “perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”.
    Proposito del giorno: sempre 'Ti perdono'.
    2 min
  • [Dom 16] Vangelo: Gn 15, 5-12. 17-18; Sal 26; Fil 3, 17 - 4,1; Lc 9, 28-36.
    In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
    Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
    Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
    Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!».
    Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
    2 min
  • [Dom 16] Commento: Il nostro Tabor.
    «Egli, (il Figlio dell’uomo), deve andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani e dei sacerdoti ed essere ucciso, ma il terzo giorno sarà risuscitato». Così Gesù preannuncia per la prima volta la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione. Sappiamo però che i discepoli non comprendono e non accettano questo messaggio. Pietro in particolare, che ha confessato che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, prende in disparte Gesù e lo rimprovera. “Ma Gesù si voltò, guardò i discepoli e rimproverò Pietro: “Va' via, lontano da me, Satana! Perché tu ragioni come gli uomini, ma non pensi come Dio”. Ecco perché Gesù ne sceglie tre e li porta sul monte: là si trasfigura davanti a loro. Essi lassù sentono la voce del Padre che dice: «Questo è il Figlio mio... Ascoltatelo». L’imperativo della Voce “ascoltatelo” vuole dire che quanto Gesù ha detto e quanto sta per fare è la verità, è il piano divino condiviso con il Padre, della nostra salvezza. Egli dovrà scalare un altro monte, essere affisso alla croce ed essere immolato come vittima di espiazione per i nostri peccati. Non dobbiamo ragionare come gli uomini, ma pensare come Dio. La risurrezione e ancor più lo Spirito Santo farà chiarezza nei discepoli e il ricordo fugace del Tabor apparirà come un momentaneo bagliore che diventerà pienezza nel Risorto e fede viva nella nostra personale risurrezione: San Paolo così la descrive: “La nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose”. È il nostro Tabor eterno in Dio, con il Primo dei risorti.
    2 min

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