Memos

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Memos episodes

  • Sinistra Italiana, lavori in corso: un confronto.
    Memos ha deciso di fare una ricognizione su alcuni partiti in questo inizio d’anno e avvio della stagione politica che porterà alle elezioni. Tra una settimana, martedì 24 gennaio, dovrebbe arrivare la sentenza della Corte costituzionale sulla legge elettorale, il cosiddetto Italicum. Da allora partirà la corsa alla riscrittura di una nuova legge elettorale e poi si arriverà alle elezioni che - al più tardi - si terranno tra un anno, alla scadenza naturale della legislatura. Dicevamo già nella puntata di ieri che la politica in Italia è in una situazione di “surplace”, in attesa della decisione della Consulta. In questo stato di sospensione, Memos ha deciso di fare un giro all’interno di alcuni partiti. Ieri è toccato al Pd. Oggi a Sinistra Italiana, una forza politica che ha – sulla base delle elezioni del 2013 e della sua alleanza di allora col Pd - 31 deputati e 8 senatori. Tra un mese (dal 17 al 19 febbraio) si svolgerà il congresso fondativo di Sinistra Italiana, dentro il quale confluirà Sel e alcuni parlamentari che in questa legislatura hanno lasciato il Pd (come Fassina, D’Attorre e Carlo Galli). Gli ospiti di Memos sono Nicola Fratoianni, deputato, dell’esecutivo nazionale di Sinistra Italiana; e Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio, che ha fatto del coordinameto nazionale di Sel.
    30 min
  • Il Pd e il riformismo renziano. Un confronto.
    Non tira una buona aria in Europa per i partiti socialisti. E’ arrivato a questa constatazione anche il leader del Pd, Matteo Renzi. Nella sua intervista a Repubblica del 15 gennaio scorso, Renzi dice: “il Pd deve riflettere: a cosa serve un partito oggi? Come può la sinistra rispondere alla crisi? Come dobbiamo cambiare? Si guardi in giro: in Francia i socialisti non stanno benissimo. In Spagna per il Psoe abbiamo visto com'è finita, in Inghilterra con Corbyn il Labour non vince, in Germania la Merkel va al 42,9 per cento, superata solo da Adenauer, negli Usa Obama raccoglie risultati positivi nell'occupazione per 75 mesi e il Paese vota Trump”. ..Se non tira una buona aria per il riformismo, così come riconosce lo stesso Renzi, non è arrivato il momento di trarne qualche conclusione? Che cosa non ha funzionato? Cosa è andato storto al riformismo in Italia, nella versione del Pd di Renzi? Si pensi alla riforma costituzionale bocciata nel referendum del 4 dicembre scorso, oppure al Jobs Act e alla precarietà che aumenta. ..Memos ne ha parlato con Michele Salvati e Massimo Mucchetti. Salvati, economista, direttore della rivista “Il Mulino”, già parlamentare dei Ds nella legislatura dell’Ulivo (1996-2001), è uno degli ispiratori dell’idea di partito democratico in Italia e ha sostenuto le scelte di Renzi in quest’ultima stagione politica. Mucchetti, senatore del Pd, presidente della Commissione industria, giornalista, è stato tra i primi esponenti dei gruppi parlamentari del partito democratico a schierarsi per il “no” nel referendum costituzionale del dicembre scorso.
    31 min
  • Il Pd e il riformismo renziano. Un confronto.
    Non tira una buona aria in Europa per i partiti socialisti. E’ arrivato a questa constatazione anche il leader del Pd, Matteo Renzi. Nella sua intervista a Repubblica del 15 gennaio scorso, Renzi dice: “il Pd deve riflettere: a cosa serve un partito oggi? Come può la sinistra rispondere alla crisi? Come dobbiamo cambiare? Si guardi in giro: in Francia i socialisti non stanno benissimo. In Spagna per il Psoe abbiamo visto com'è finita, in Inghilterra con Corbyn il Labour non vince, in Germania la Merkel va al 42,9 per cento, superata solo da Adenauer, negli Usa Obama raccoglie risultati positivi nell'occupazione per 75 mesi e il Paese vota Trump”. ..Se non tira una buona aria per il riformismo, così come riconosce lo stesso Renzi, non è arrivato il momento di trarne qualche conclusione? Che cosa non ha funzionato? Cosa è andato storto al riformismo in Italia, nella versione del Pd di Renzi? Si pensi alla riforma costituzionale bocciata nel referendum del 4 dicembre scorso, oppure al Jobs Act e alla precarietà che aumenta. ..Memos ne ha parlato con Michele Salvati e Massimo Mucchetti. Salvati, economista, direttore della rivista “Il Mulino”, già parlamentare dei Ds nella legislatura dell’Ulivo (1996-2001), è uno degli ispiratori dell’idea di partito democratico in Italia e ha sostenuto le scelte di Renzi in quest’ultima stagione politica. Mucchetti, senatore del Pd, presidente della Commissione industria, giornalista, è stato tra i primi esponenti dei gruppi parlamentari del partito democratico a schierarsi per il “no” nel referendum costituzionale del dicembre scorso.
    31 min
  • Il Pd e il riformismo renziano. Un confronto.
    Non tira una buona aria in Europa per i partiti socialisti. E’ arrivato a questa constatazione anche il leader del Pd, Matteo Renzi. Nella sua intervista a Repubblica del 15 gennaio scorso, Renzi dice: “il Pd deve riflettere: a cosa serve un partito oggi? Come può la sinistra rispondere alla crisi? Come dobbiamo cambiare? Si guardi in giro: in Francia i socialisti non stanno benissimo. In Spagna per il Psoe abbiamo visto com'è finita, in Inghilterra con Corbyn il Labour non vince, in Germania la Merkel va al 42,9 per cento, superata solo da Adenauer, negli Usa Obama raccoglie risultati positivi nell'occupazione per 75 mesi e il Paese vota Trump”. ..Se non tira una buona aria per il riformismo, così come riconosce lo stesso Renzi, non è arrivato il momento di trarne qualche conclusione? Che cosa non ha funzionato? Cosa è andato storto al riformismo in Italia, nella versione del Pd di Renzi? Si pensi alla riforma costituzionale bocciata nel referendum del 4 dicembre scorso, oppure al Jobs Act e alla precarietà che aumenta. ..Memos ne ha parlato con Michele Salvati e Massimo Mucchetti. Salvati, economista, direttore della rivista “Il Mulino”, già parlamentare dei Ds nella legislatura dell’Ulivo (1996-2001), è uno degli ispiratori dell’idea di partito democratico in Italia e ha sostenuto le scelte di Renzi in quest’ultima stagione politica. Mucchetti, senatore del Pd, presidente della Commissione industria, giornalista, è stato tra i primi esponenti dei gruppi parlamentari del partito democratico a schierarsi per il “no” nel referendum costituzionale del dicembre scorso.
    31 min
  • Referendum lavoro, il primo no è della Consulta
    E’ di fatto aperta la campagna referendaria per l’abrogazione delle norme sui voucher e sulle limitazioni della responsabilità di appaltatori e appaltanti nei confronti dei lavoratori. Sui quesiti proposti dalla Cgil si dovrebbe votare tra il 15 aprile e 15 giugno prossimi, come prevede la legge sui referendum del 1970. Il condizionale, come si dice in questi casi, è però d'obbligo. Ci sono, infatti, due incognite: in caso di scioglimento anticipato delle camere il referendum verrebbe sospeso e rinviato ad un anno dopo le elezioni; nel caso in cui il Parlamento votasse una legge che va nella direzione dei quesiti, i referendum verrebbero annullati. Spetterà alla Corte di Cassazione decidere se quell'eventuale legge rispetta o meno le richieste contenute nei quesiti. In ogni caso bisogna aspettare ancora qualche settimana per avere la data del voto: entro il 10 febbraio la sentenza di ieri della Consulta dovrà essere pubblicata e comunicata ufficialmente, tra gli altri, anche al capo dello stato. Dopodichè, ogni momento sarà buono per il presidente Mattarella (dopo una deliberazione del consiglio dei ministri) per indire formalmente – con tanto di data – i referendum. Com'è noto la Corte costituzionale ieri ha ammesso soltanto due dei tre referendum richiesti dalla Cgil: è rimasto fuori (dichiarato inammissibile) quello che puntava ad abrogare alcune norme del Jobs Act, quelle che hanno cancellato la possibilità di reintegrare sul posto di lavoro il lavoratore licenziato senza giusta causa. Per discutere della decisione della Consulta, del merito dei quesiti referendari, dell'idea di lavoro che sta dietro norme come quelle dei voucher e del Jobs Act Memos oggi ha ospitato il giurista del lavoro Luigi Mariucci e l'economista Giovanni Dosi, direttore dell'Istituto di Economia della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa.
    30 min
  • Referendum lavoro, il primo no è della Consulta
    E’ di fatto aperta la campagna referendaria per l’abrogazione delle norme sui voucher e sulle limitazioni della responsabilità di appaltatori e appaltanti nei confronti dei lavoratori. Sui quesiti proposti dalla Cgil si dovrebbe votare tra il 15 aprile e 15 giugno prossimi, come prevede la legge sui referendum del 1970. Il condizionale, come si dice in questi casi, è però d'obbligo. Ci sono, infatti, due incognite: in caso di scioglimento anticipato delle camere il referendum verrebbe sospeso e rinviato ad un anno dopo le elezioni; nel caso in cui il Parlamento votasse una legge che va nella direzione dei quesiti, i referendum verrebbero annullati. Spetterà alla Corte di Cassazione decidere se quell'eventuale legge rispetta o meno le richieste contenute nei quesiti. In ogni caso bisogna aspettare ancora qualche settimana per avere la data del voto: entro il 10 febbraio la sentenza di ieri della Consulta dovrà essere pubblicata e comunicata ufficialmente, tra gli altri, anche al capo dello stato. Dopodichè, ogni momento sarà buono per il presidente Mattarella (dopo una deliberazione del consiglio dei ministri) per indire formalmente – con tanto di data – i referendum. Com'è noto la Corte costituzionale ieri ha ammesso soltanto due dei tre referendum richiesti dalla Cgil: è rimasto fuori (dichiarato inammissibile) quello che puntava ad abrogare alcune norme del Jobs Act, quelle che hanno cancellato la possibilità di reintegrare sul posto di lavoro il lavoratore licenziato senza giusta causa. Per discutere della decisione della Consulta, del merito dei quesiti referendari, dell'idea di lavoro che sta dietro norme come quelle dei voucher e del Jobs Act Memos oggi ha ospitato il giurista del lavoro Luigi Mariucci e l'economista Giovanni Dosi, direttore dell'Istituto di Economia della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa.
    30 min
  • Referendum lavoro, il primo no è della Consulta
    E’ di fatto aperta la campagna referendaria per l’abrogazione delle norme sui voucher e sulle limitazioni della responsabilità di appaltatori e appaltanti nei confronti dei lavoratori. Sui quesiti proposti dalla Cgil si dovrebbe votare tra il 15 aprile e 15 giugno prossimi, come prevede la legge sui referendum del 1970. Il condizionale, come si dice in questi casi, è però d'obbligo. Ci sono, infatti, due incognite: in caso di scioglimento anticipato delle camere il referendum verrebbe sospeso e rinviato ad un anno dopo le elezioni; nel caso in cui il Parlamento votasse una legge che va nella direzione dei quesiti, i referendum verrebbero annullati. Spetterà alla Corte di Cassazione decidere se quell'eventuale legge rispetta o meno le richieste contenute nei quesiti. In ogni caso bisogna aspettare ancora qualche settimana per avere la data del voto: entro il 10 febbraio la sentenza di ieri della Consulta dovrà essere pubblicata e comunicata ufficialmente, tra gli altri, anche al capo dello stato. Dopodichè, ogni momento sarà buono per il presidente Mattarella (dopo una deliberazione del consiglio dei ministri) per indire formalmente – con tanto di data – i referendum. Com'è noto la Corte costituzionale ieri ha ammesso soltanto due dei tre referendum richiesti dalla Cgil: è rimasto fuori (dichiarato inammissibile) quello che puntava ad abrogare alcune norme del Jobs Act, quelle che hanno cancellato la possibilità di reintegrare sul posto di lavoro il lavoratore licenziato senza giusta causa. Per discutere della decisione della Consulta, del merito dei quesiti referendari, dell'idea di lavoro che sta dietro norme come quelle dei voucher e del Jobs Act Memos oggi ha ospitato il giurista del lavoro Luigi Mariucci e l'economista Giovanni Dosi, direttore dell'Istituto di Economia della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa.
    30 min

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