Pamela Genini aveva 29 anni. Il 14 ottobre 2025 è stata uccisa nella sua casa di Milano dall'ex compagno Gianluca Soncin, con 76 coltellate. Un femminicidio che poteva essere evitato: un anno prima, al pronto soccorso di Seriate, Pamela aveva risposto sì a quattro domande su cinque del questionario di rischi, inclusa "crede che lui sia capace di ammazzarla?" Il codice rosso non è mai scattato. Ma la storia di Pamela non finisce con la sua morte. Il 23 marzo 2026, al cimitero di Strozza, gli operai delle pompe funebri aprono il loculo per trasferire il feretro nella tomba di famiglia. Trovano la bara manomessa, sigillata con silicone. E la testa di Pamela non c'è più. Qualcuno è entrato in quel cimitero, ha aperto la bara, ha decapitato il corpo, ha lasciato un mazzo di fiori, e ha richiuso tutto con cura. Non è un atto vandalico. È qualcosa di molto più complesso. In questo caso si intrecciano il fallimento del sistema di protezione alle vittime di violenza, la psicologia dell'ossessione che non si ferma nemmeno davanti alla morte, la criminologia del possesso post-mortem e una connessione con la tradizione cristiana cattolica delle reliquie che nessuno ha ancora analizzato pubblicamente. Francesco Dolci, 41 anni, è l'unico indagato per la profanazione. La sua testa non è ancora stata trovata. Le analisi forensi del RIS di Parma e del LABANOF sono in corso. Il processo a Soncin è appena cominciato. Chi non riusciva a lasciarla andare? Chi ha portato via la sua testa?
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