Viviamo nell’epoca con più strumenti creativi di sempre, eppure molte persone faticano a fare qualcosa solo per se stesse.
La creatività, anziché un rifugio, diventa una nuova forma di ansia: non tanto per ciò che crei, ma per ciò che devi dimostrare creando.
Si sviluppa una pressione invisibile a mostrare che stai facendo qualcosa, a giustificare il tuo tempo libero, a rendere conto del tuo piacere.
Il risultato è che lavoriamo anche quando crediamo di non lavorare.
Non perché siamo veramente impegnati, ma perché è come se un osservatore esterno venisse con noi ovunque: nel weekend, in vacanza, in palestra, nel bosco. Fa domande che sembrano innocenti:
“È utile?” “Ha senso?” “Dove ti porta?” “Cosa ci guadagni?”
Ma sono quelle domande a impedirci di vivere una parte essenziale dell’esistenza: quella che non porta da nessuna parte, se non verso una versione più umana di noi stessi.
E così, lo spazio mentale che un tempo era dedicato al gioco si riempie di criteri. Lo spazio emotivo che apparteneva alla curiosità si riempie di aspettative.
Lo spazio dell’immaginazione si riempie di metriche. È un mondo dove tutto può diventare lavoro, e dove, proprio per questo, facciamo sempre più fatica a ricordarci com’era vivere senza dover produrre necessariamente qualcosa.
Non è questione di nostalgia.
È una questione di equilibrio.
Perché una vita in cui ogni gesto deve avere un senso finisce per perderlo del tutto.