Cambridge, Massachusetts. Primavera del 1870.
William James ha ventotto anni e sta morendo. Non di una malattia. Di un'idea.
È il futuro padre della psicologia americana — il pensatore che rivoluzionerà la filosofia della mente, che insegnerà ad Harvard per trentacinque anni, che scriverà opere che si leggono ancora oggi.
Ma in questo momento, nella sua stanza mal riscaldata di Cambridge, non sa nulla di tutto ciò. Sa solo che è paralizzato.
Da mesi non riesce ad alzarsi dal letto. Il medico non trova nulla di fisico. James soffre di quello che i suoi diari chiamano semplicemente "il problema delle scelte" — la sensazione lacerante che per ogni decisione presa esistano infinite alternative migliori non prese.
Che qualunque cosa scelga, stia sbagliando. Che la vita perfetta sia sempre da qualche altra parte.
Un martedì mattina di aprile, apre per caso un saggio del filosofo francese Charles Renouvier sul libero arbitrio.
Renouvier scrive una cosa semplice, quasi banale:
la volontà è reale se, quando si potrebbe continuare a pensare, si sceglie di smettere di pensare e di agire.
James chiude il libro. Prende il diario. Scrive queste parole:
"Il mio primo atto di libero arbitrio sarà credere nel libero arbitrio."
Poi si alza dal letto.
Non perché avesse trovato la risposta giusta. Non perché avesse eliminato il dubbio.
Ma perché aveva scelto di smettere di cercare quella risposta e di vivere, invece, con una risposta abbastanza buona.
William James non guarì dall'incertezza. Imparò a fare pace con essa.
E quella pace divenne il fondamento di tutta la sua filosofia — il pragmatismo: non cercare la verità assoluta, ma la verità che funziona.
Adesso vi faccio una domanda. E voglio che ci pensiate davvero, perché probabilmente è la domanda più scomoda che sentirete oggi:
Quante delle cose che state rimandando nella vita non aspettano la scelta giusta — ma semplicemente il coraggio di smettere di cercarla