Hai fatto le valigie, sei partita, hai dormito di più e mangiato con calma. Ti sei detta: adesso mi ricarico, torno un’altra persona. E poi, nel giro di una settimana dal rientro — a volte molto meno — quella leggerezza è evaporata. Come se non fosse mai esistita.
Se stai annuendo, questo pezzo è per te. Voglio dirti una cosa che cambia il modo in cui guardi il tuo rientro: la vacanza non ti ha guarita. E non perché tu abbia sbagliato qualcosa, ma perché non era mai stata progettata per farlo.
Riposo non è regolazione
Quando vai in vacanza, tu riposi: ti fermi, togli i carichi, abbassi gli stimoli. Il riposo agisce sul corpo fisico — ricarica le energie, abbassa temporaneamente il cortisolo. Prezioso, ma non basta.
La regolazione è un’altra cosa. Riguarda il sistema nervoso: il modo in cui il tuo corpo, momento per momento, valuta se sei al sicuro o in pericolo. Puoi riposare quanto vuoi, ma se il tuo sistema nervoso è rimasto per mesi in allerta cronica, quell’allerta non se ne va con due settimane di mare.
La teoria polivagale di Stephen Porges descrive diversi stati del sistema nervoso autonomo: uno di sicurezza e connessione, uno di mobilitazione, uno di spegnimento. Molte di noi vivono cronicamente in mobilitazione. Non per un leone dietro l’angolo, ma perché il sistema nervoso legge come minaccia la mail non risposta, la scadenza, il conflitto non detto, la paura di non essere abbastanza.
In vacanza togli la benzina che alimenta l’allerta, e per qualche giorno il sistema si abbassa. Ma non hai cambiato il suo assetto di base. Al rientro rimetti la benzina e tutto torna com’era. Perché quello è l’unico assetto che conosce.
Il rientro è una soglia
C’è una ragione specifica per cui il rientro è così faticoso: è un passaggio di stato, e il sistema nervoso reagisce alle soglie con attivazione, anche quando il cambiamento è positivo. È lo stesso meccanismo per cui, appena molli la tensione in vacanza, ti ammali: il corpo lascia emergere ciò che aveva tenuto a bada. Al rientro, quando rialzi la guardia, quel materiale ti crolla addosso in una volta. Non è debolezza.
Tre strumenti per il rientro
Il riconoscimento onesto. Smetti di colpevolizzarti perché la vacanza “non ti è bastata”. Sostituisci il pensiero “cosa c’è che non va in me” con: il mio sistema nervoso è tornato al suo vecchio assetto perché è l’unico che conosce. L’autocompassione, come insegna Kristin Neff, non è indulgenza: è la condizione che permette al sistema nervoso di abbassarsi abbastanza da cambiare.
Un’ancora per il corpo. Il sistema nervoso si regola attraverso il corpo, non i pensieri. Una volta al giorno, due minuti: se hai un olio essenziale come l’incenso (frankincense, legato al radicamento), una goccia tra i palmi, le mani al viso, tre respiri lenti con l’espirazione più lunga dell’inspirazione. Non aspetti la calma per fare l’esercizio: fai l’esercizio per costruire la calma.
Il permesso di andare piano. Il rientro attiva la modalità “adesso sistemo tutto” — che è esattamente ciò che rialza il sistema nervoso al massimo. Scegli una sola cosa, la più piccola. La sicurezza si impara con la ripetizione di piccoli segnali coerenti, non con i grandi gesti.
Perché settembre, e non gennaio
A gennaio arriviamo stanche, con la pressione dei buoni propositi che falliscono entro febbraio. A settembre arriviamo da uno stacco, con più lucidità. È il momento migliore per una domanda vera: voglio ricominciare come prima, o voglio che qualcosa sia diverso? Ma quella domanda non puoi fartela da uno stato di allerta — da un sistema in emergenza escono solo reazioni. Ecco perché si parte da qui.
Questo articolo apre un arco dedicato al rientro. Se ti è servito, lascia una recensione al podcast su Spotify: aiuta l’episodio a raggiungere chi, in questo momento, si sente stanca e in colpa esattamente come ti sentivi tu.
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